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I Misteri degli Italo-Americani – The Mysteries of the Italian Americans

By 22 Agosto 2020 No Comments

di emigrazione e di matrimoni

I Misteri degli Italo-Americani 

Il nome è fondamentale per l’identità di persone come figli/discendenti di emigrati italiani.

  Come ho spiegato nella prima parte di questa trilogia di articoli, nell’introduzione all’articolo di Paolo Cinarelli, (Nomi italiani e la perdita dell’Identità- Italian names and the loss of Identity) allo stesso tempo che lui ci ha inviato l’ articolo, un post in una pagina Facebook dedicata agli italo-americani ha attirato la mia attenzione. 

  Il commento di un utente era in risposta a una foto sulla di pagina di un nonno con la didascalia “il mio nonno italiano che parla solo poche parole inglesi dopo decenni negli Stati Uniti”.  La risposta è stata: “Al contrario; (n.d.r., i miei nonni) hanno imparato l’inglese e hanno cambiato tutti i nomi per sembrare più americani; alcuni dei cittadini più patriottici che incontrerai mai” 


  Ovviamente avevo già in mente l’articolo di Paolo e la differenza tra il comportamento di chi ha lottato per tenere il proprio nome e chi ha volontariamente cambiato il nome di tutta la famiglia mi ha colpito profondamente. 

  Gli ho risposto che in altri paesi molti degli emigrati italiani non hanno imparato bene la lingua locale, tantomeno cambiato i nomi interamente, e che questo non impediva a loro d’essere buoni cittadini del paese. Egli ha risposto che poteva essere per via dei sentimenti anti-immigrazione all’epoca, che potrebbe anche spiegare il motivo vero per la decisione dei suoi nonni. Infine gli ho chiesto di contribuire con un articolo sulla storia della sua famiglia e mi auguro che lo farà. 

  L’unico caso che conosco in Australia del cambio di nome totale è quello di un emigrato italiano allo scoppio della seconda guerra mondiale che, su un consiglio di un amico australiano, ha cambiato il cognome ed anglicizzato i nomi della famiglia per evitare problemi nel caso dell’entrata in guerra dell’Italia. Difatti, nel giugno 1940 questa famiglia non è stata internata come quasi tutte le altre in Australia. 

  Però, leggendo regolarmente le pagine social degli italo-americani comportamenti anomali, non nel senso negativo come ho già spiegato, non sono rari. Lo vediamo in molti aspetti e cambi della vita, tradizioni ed usanze italiane che contrastano molto con quel che ho visto e vissuto in Australia, e che ho appreso durante gli scambi con molti emigrati e discendenti di emigrati in altri paesi nel corso di questa rubrica degli italiani nel mondo. 

  In molti casi queste differenze sono quasi banali, come cambi in ricette di famiglia in base alla mancanza di ingredienti, ecc., ma in certi casi le differenze sono davvero sorprendenti ed in alcuni stupefacenti. E perciò dobbiamo fare alcune considerazioni di queste questioni specifiche. 

  Il primo caso del genere è ovviamente quello del cambio volontario di nome. Non dico che sia una maggioranza di casi negli Stati Uniti, ma certamente si nota molto di più degli altri paesi, tranne in Argentina e Brasile dove la legge lo imponeva. Il nome è fondamentale per l’identità di persone come figli/discendenti di emigrati italiani. Infatti, in Australia non è raro che figli di italiani ancora continuano a dare il nome dei genitori ai loro figli secondo la vecchia tradizione, e non dubito che sia così anche in molti altri paesi. 

  Di conseguenza, e non è una considerazione banale, sarebbe interessante conoscere le reazioni ed eventuali conseguenze nei rapporti con i parenti in Italia in riposta a questi cambiamenti da parte degli emigrati italiani negli Stati Uniti, ed ho il forte sospetto che in alcuni casi i genitori e parenti rimasti in Italia presero male queste decisioni. Purtroppo, visto che queste persone non ci sono più, è quasi impossibile saperlo oggigiorno. 

  Proprio per questo motivo, il secondo caso ha un legame molto stretto con questo aspetto della vita degli italo-americani, ed in un certo senso è ancora più drastico, perché abolisce proprio quell’aspetto della nostra vita che ci definisce come italiani, la nostra lingua. 

  Regolarmente sulle pagine social italo-americane qualcuno chiede: “Quanti di voi non avete imparato l’italiano a casa?” Non avrei mai immaginato una domanda del genere tra le pagine degli italiani in Australia perché in tutti i casi che ho conosciuto nel corso dei decenni di attività nella comunità italo-australiana, la lingua di casa era sempre l’italiano. Perciò mi sono meravigliato non poco nel leggere quanti utenti hanno risposto che i genitori/nonni hanno imposto di non insegnare la lingua ai piccoli. E molti di loro aggiungono poi il dettaglio importante, “però i genitori e nonni si parlavano in italiano”. 

  Difatti, questo ultimo commento obbliga a farci una domanda importante, perché hanno deciso di imporre una regola così drastica? Non solo perché hanno abolito il legame con la lingua che ci definisce, ma perché l’italiano era la lingua naturale dei genitori e chissà come sarà stato difficile per loro non fare le frasi e i giochini con i piccoli che avevano imparato dai propri genitori. 

  Inoltre, e questo lo vediamo chiaramente nei commenti sui social, questa decisione ha reso molto più difficile per i figli avere ricordi di quel che succedeva in casa. Non imparando la lingua non hanno potuto sviluppare “l’orecchio” per capire e ricordare bene parole e frasi dai genitori e i nonni e ora, decenni dopo, cercano di sapere cosa dicevano, ma la loro memoria fornisce solo vaghi ricordi che spesso non permettono a loro di sapere cosa volevano veramente dire. 

  Poi, a queste considerazioni bisogna aggiungere che non insegnare l’italiano ai figli voleva anche dire che la rottura tra i rami della famiglia in Italia e all’estero succedeva molto prima di altre famiglie perché i figli e i nipotini non erano in grado di poter parlare con nonni, zii e cugini in Italia. Questo ha reso più difficile per i discendenti non solo poter ristabilire i rapporti nel futuro, ma ha reso ancora difficile per i pronipoti poter rintracciare le loro origini e poter scoprire il loro patrimonio famigliare personale. 

  Certamente queste difficoltà sono state rese ancora più difficili dalla mancanza di documentazione e il vuoto creato dal non aver potuto parlare con i nonni per sapere storie ed aspetti della vita in Italia, che avrebbero potuto sapere se avessero parlato l’italiano. 

  A tutto questo bisogna anche aggiungere un aspetto storico specifico della situazione americana. Nel corso degli anni abbiamo sentito molto parlare dei cambi di nomi e cognomi di immigrati italiani al celebre Ellis Island a New York e gli altri porti d’arrivo negli Stati Uniti. E non c’è dubbio che in moltissimi casi proprio questo è successo. 

  Però, come ho spiegato in un articolo precedente sulle accoglienze inattese in Italia di chi cerca le proprie origini (https://thedailycases.com/le-accoglienze-inattese-in-italia-the-unexpected-welcomes-in-italy/) non tutti gli emigrati hanno lasciato l’Italia per motivi “puliti”. Dunque sarebbe ingenuo non pensare che alcuni di quelli che hanno avuto cambi di nomi, e non sapremo mai quanti, abbiano sfruttato intenzionalmente l’opportunità di poter fare perdere le proprie tracce, particolarmente prima del 1924 e l’arrivo del moderno passaporto con fotografia. 

  Il risultato di questo si trova nei commenti di coloro che, quando finalmente hanno trovato i parenti, si sono trovati a dover affrontare realtà che non potevano immaginare quando hanno iniziate le ricerche genealogiche. 

  Non voglio dire che circostanze del genere non succedano in altri paesi, però una lettura regolare delle pagine social americane rivela che la loro frequenza è molto più alta di quel che si vede altrove. 

  Senza dubbio a peggiorare tutto questo è la memoria di tutti noi esseri umani. Pensiamo di ricordare benissimo il passato, ma i nostri ricordi cambiano man mano che cresciamo. A volte la maturità ci dà la capacità di capire cose che da giovani non potevamo e a volte le nostre esperienze ci rendono ciechi alle possibilità che il passato non era proprio quel che ricordiamo. 

  Questi misteri tra gli italo-americani sono aspetti che nessuno più può spiegare del tutto, rimarranno sempre misteri, ma a volte possono colpire in modi inattesi, e a volte anche tragici, come quando ci si aspetta la gioia di una riunione con parenti lontani ed invece si scoprono segreti di famiglia che i nonni e bisnonni cercavano di tenere nascosti dai figli nati all’estero. 

  Senza dimenticare che i discendenti oggi non hanno i mezzi di poter sapere quel che è successo nel passato a causa di decisioni che per molti dovevano essere difficili e davvero drastiche. 

  I cambi dei nomi e il rifiuto di insegnare l’italiano ai figli potevano anche aiutare i figli ad ambientarsi nel paese nuovo, ma a quale costo?

Indubbiamente i nonni/genitori presero queste decisioni per il bene dei figli, ma ora i loro nipoti e pronipoti che vogliono rintracciare le loro origini e i loro parenti stanno scoprendo che in molti casi non hanno avuto la possibilità di riempire quel vuoto che sentono perché non conoscono le loro origini e quindi non potranno mai conoscere la loro vera identità da discendenti di emigrati italiani. 

  Di nuovo invitiamo i lettori a inviare le proprie storie ed esperienze a: [email protected]

di emigrazione e di matrimoni

The Mysteries of the Italian Americans

The name is essential part of a person’s identity as the child/descendant of Italian migrants.

As I explained in the first part of this trilogy of articles in the introduction to Paolo Cinarelli’s article (Nomi italiani e la perdita dell’Identità- Italian names and the loss of Identity), at the same time that he sent us the article a post on a Facebook page dedicated to the Italian Americans drew my attention.

A user wrote a reply to a photo on the page of a grandfather with the caption “My Italian grandfather who spoke only a few words of English after decades in the United States”. The reply was: “Just the opposite; learned English and changed all the names to sound more American; some of the most patriotic Americans you’ll ever meet!”  

Obviously I already had in mind Paolo’s article and the difference in the behaviour of who fought to keep their own names and those who voluntarily changed the names of all the family struck my deeply.

I answered that in other countries many Italian migrants did not learn the local language very well, much less changed their names entirely, and this did not prevent them from being good citizens of the country. He replied that it could have been caused by anti-migrant sentiments at the time, which could have been the real reason for his grandparents’ decision. Finally I asked him to contribute an article on his family’s history and I hope he will do so.

The only case I know of a total change of name in Australia was that of an Italian migrant at the start of World War Two who, on the recommendation of an Australian friend, changed his surname and anglicized the names of the family to avoid problems in the case Italy entered into the war. In fact, in June 1940 unlike almost all the others in Australia this family was not interned.

However, as I regularly read the social media pages of the Italian Americans anomalous behaviour, not in the negative sense as I have already explained, is not rare. We see this in many issues and in the changes in the lives, traditions and customs of Italians that contrast greatly with what I have seen and lived in Australia and from what I have learnt during exchanges with  many migrants and descendants of migrants in other countries during the years of this column of the Italians around the world.

In many cases these differences are trivial, such as changes in family recipes caused by the lack of ingredients, etc, but in certain cases the differences are truly surprising and in some cases astounding.   And therefore we have to make some considerations of these specific questions.

The first case of this type is obviously that of the voluntary change of names. I do not say that they are a majority of cases in the United States but it is certainly shows more than in the other countries, except in Argentina and Brazil where the law required it. The name is essential part of a person’s identity as the child/descendant of Italian migrants. In fact, in Australia it is not rare for the children of migrants to still continue give the parents’ names to the children in accordance with the old tradition and no doubt it is still like this in many other countries.

 Subsequently, and this is not a trivial consideration, it would be interesting to know the reactions and eventual consequences of the relations with the relatives in Italy in reaction to these changes by the Italian migrants in the United States and I have a strong suspicion that in some cases the parents and relatives left behind in Italy took these decisions badly. Unfortunately, considering that these people are no more, it is almost impossible to know this today.

For this very reason the second case has a very close relation to this aspect of the life of Italian Americans and in a certain sense it is even more drastic because it extinguishes precisely that aspect of our lives that defines us as Italian, our language.

On the social media pages of the Italian Americans someone regularly asks: “How many of you never learnt Italian at home?” I would never have imagined such a question between Italians in Australia because in all the cases I known during my decades of activity within the Italo-Australian community the language at home was Italian. Therefore I was more than a little amazed to read how many users answered that the parents/grandparents ordered not to teach the language to the children. And many of them then add an important detail, “however the parents and grandparents spoke to each other in Italian”

In fact, this final comment forces us to ask an important question, why did they decide to impose such a drastic rule? Not only because it extinguished the link with the language that defines us but because Italian was their natural language and who knows how hard it was for them not to make phrases and play games with words in Italian with the children that they had learnt from their own parents.

Furthermore, and we see this clearly in the comments on the social media pages, this decision made it  harder for the children to have memories of what happened at home. Not having learnt the language they were not able to develop an “ear” for understanding and remembering correctly words and phrases from the parents and grandparents and now, decades later, they try to understand what was being said but their memory only provides vague memories that often do not allow the now grown up children to know what they really wanted to say.

And then we must add another consideration, that not teaching Italian to the children also meant that the break between the branches of the family in Italy and overseas happened much earlier than other families because the children and grandchildren were not able to speak with their grandparents, uncles, aunts and cousins in Italy. This made it harder for the descendants to be able to re-establish relations in the future and it made it even harder for the great grandchildren to trace their origins and to be able to discover their personal family heritage.

These difficulties were certainly made even harder by the lack of documentation and the void created by not being able to speak to the grandparents to know stories and aspects of life in Italy that they would have known if they could have spoken Italian.

And to all this we also have to add an aspect of history specific to the American experience.  Over the years we have heard a lot spoken about the changes of names and surnames at the famous Ellis Island in New York and the other ports of arrival in the United States. And there is no doubt that in many cases this is just what happened.

However, as I explained in a previous article regarding the unexpected welcomes in Italy given to those who are looking for their origins (https://thedailycases.com/le-accoglienze-inattese-in-italia-the-unexpected-welcomes-in-italy/)  not all the migrants left Italy for ”clean” reason”. So it would be naive to think that some of those who had changes of names, and we will never know how many, intentionally took advantage of the opportunity to be able to lose their tracks, especially before 1924 and the arrival of modern passports with photos.

The result of this is found in the comments of those who, when they finally traced their relatives, found themselves having to deal with realities they could not have imagined when they began the genealogical research.

I do not want to say such circumstances do not happen in other countries, however, regular reading of American social media pages reveals that their frequency is much higher than what we find in other countries. 

Without a doubt what makes this worse is the memory of all us human beings. We think we remember the past very well but our memories change as we grow up. Sometimes maturity gives us the capacity to understand things we could not when we were young and at times our experiences make us blind to the possibility that the past was not quite what we remember.

These mysteries amongst the Italian Americans are issues that nobody can explain fully any more, they will always be mysteries, but sometimes they strike in unexpected and at times also tragic ways like when someone expects the joy of a reunion with far away relatives and instead they discover family secrets the grandparents and great grandparents tried to keep hidden from the children born overseas.

Without forgetting that the descendants today do not have the means to be able to know what happened in the past due to decisions that must have been difficult and truly drastic for many.

The changes of names and the refusal to teach Italian to the children may also have helped the children to settle into the new country but at what cost?  

Undoubtedly the grandparents/parents took these decisions for the good of the children but now their grandchildren and great grandchildren who want to trace their origins and relatives are discovering that in many cases they do not have the chance to fill the void that they feel because they do not know their origins and so they will never be able to know their true identity as descendants of Italian migrants.

Once again we invite readers to send their stories and experiences to: [email protected]


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