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Diritti umani

‘Berlino 1940: la convocazione’. Il nuovo libro di Nadia Crucitti

Titty Marzano

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“La storia non la fanno i mostri, ma coloro che per opportunismo li seguono”, così Nadia Crucitti parla di Harlan e forse quanto mai questa frase rappresenta molti degli uomini che hanno commesso reati inenarrabili.

“La storia non la fanno i mostri, ma coloro che per opportunismo li seguono”, così Nadia Crucitti parla di Harlan e forse quanto mai questa frase rappresenta molti degli uomini che hanno commesso reati inenarrabili. Ma facciamo un passo indietro e partiamo dall’autrice, Nadia Crucitti.

Laureata in Materie letterarie, è stata tra i curatori delle antologie del Premio multimediale di poesia “Nosside”. Ha scritto recensioni ed articoli per la rivista “Historica” di Reggio Calabria. Ha collaborato al mensile “Calabria”, rivista del Consiglio Regionale della Calabria.

Ha pubblicato con Il Ventaglio la raccolta “Notti di luna bugiarda”, con Mondadori il romanzo “Casa Valpatri”, vincitore del Premio “Cronaca familiare”, scelto dalla giuria composta da: Giuseppe Bonaviri, Miriam Mafai, Ferruccio Parazzoli, Giuseppe Pontiggia, Carlo Sgorlon, Susanna Tamaro, Leonardo Zega. Carlo Sgorlon ne scrive così «Romanzo aperto alle novità, sensibile ai mutamenti sociali, in possesso di un’etica e un sentimento ancora intatti».

Il 10 maggio 2003 è uscito un suo racconto sull’inserto culturale “Tuttolibri” del quotidiano “La Stampa”, numero Speciale Fiera del Libro; altri giochi letterari sono apparsi sui numeri del 9 e del 23 agosto 2003. Nel 2009 ha vinto il primo premio del concorso “Non leggi spesso?…Leggi sottile” – sezione Versilia, organizzato dalla casa editrice Giovane Holden di Viareggio. Sempre nel 2009 è uscito un suo gioco letterario sul numero 5 della rivista “Cortocircuito”, inaugurata da un lavoro di Umberto Eco.

Com’è nato questo libro?

È nato perché volevo capire. Mio padre, ufficiale durante la Seconda guerra mondiale, è stato fatto prigioniero dai tedeschi e internato nel campo di concentramento di Hammerstein in Polonia, e per aver resistito alla violenza nazista ha ricevuto la medaglia d’onore nel 2011, ma parlava poco di quel periodo, non ci riusciva, sapevo soltanto che lui, un bellissimo uomo alto un metro e ottanta, al ritorno in Italia pesava 40 chili. Anche mia madre, toscana di Carrara, accennava ogni tanto a inaudite violenze naziste. Io, ragazzina, non riuscivo a comprendere tanta ferocia così, crescendo, ho approfondito questa parte della nostra storia e dopo anni e anni di ricerche -ancora non esisteva il Web, sono stata a Berlino e ho contattato Maria, una delle figlie di Harlan che mi ha messo in contatto con lo scrittore Frank Noack, autore della biografia di Harlan dal titolo Il regista del diavolo- ho scritto “Berlino 1940 La convocazione” (edito per Città del Sole): la storia vera del regista tedesco Veir Harlan e del più famoso film antisemita JUD SÜSS considerato il capitolo più infame della cinematografia tedesca, il film che più di tutti ha rappresentato e diffuso la propaganda antisemita del regime nazista, definito dal giovane Michelangelo Antonioni “potente, incisivo, efficacissimo, ripreso in maniera impeccabile, fin troppo”. L’attore Veit Harlan rimane affascinato dalla ideologia nazista perché ammira la sontuosità scenografica e soprattutto perché sta per raggiungere il suo vero obiettivo, la regia cinematografica. E, superficiale e vanesio com’è, è convinto di poter raggiungere la fama senza farsi condizionare da nessuno.

Arrivista e amante delle belle donne, Harlan non è antisemita ma, divenuto ormai famoso grazie ai suoi rapporti con il potere, pagherà la sua scelta: Goebbels, Ministro della Propaganda nazista, lo obbligherà a girare nel 1940, in pieno conflitto bellico, Jud Süss, il film assurto a simbolo dell’antisemitismo, vero e proprio strumento di propaganda della persecuzione contro gli ebrei. Questo romanzo racconta la storia di un uomo e di una nazione che preferirono, davanti all’instaurarsi di una dittatura che aveva già in sé i germi del sistema criminale, non vedere e non sentire, mettendo a tacere la propria coscienza ed evitando di scegliere. Ed è al contempo un affresco della storia del cinema degli anni ’30 e ’40, in un periodo nel quale la sua potenza artistica e comunicativa si andava imponendo agli intellettuali e alle masse.

Come è possibile che Harlan non senta la responsabilità morale della sua opera? Quali sono le colpe reali di Harlan? E perché, secondo lei, al termine della guerra non ha mai mostrato contrizione?

Harlan non si è mai sentito responsabile perché in realtà aveva tentato di sottrarsi: aveva presentato domanda alla Wehrmacht per essere inviato come volontario al fronte, e per evitare che la moglie diventasse la protagonista aveva presentato a Goebbels un certificato attestante che Kristina Söderbaum, per quattro mesi, non era in condizioni di poter lavorare.

Tutto inutile perché Goebbels, col quale era in rapporti di amicizia, lo informa che è già mobilitato militarmente e obbedirà soltanto ai suoi ordini e, inoltre, lo avverte che qualunque trasgressione sarà considerata alla stregua di diserzione, e la pena prevista è la fucilazione.

Quindi Harlan deve obbedire. Alla fine della guerra sarà accusato di crimini contro l’umanità, ma non sarà condannato perché costretto, come gli attori, a girare il film. 

Indubbiamente, nel 1940, Harlan non aveva più alcuna possibilità di sottrarsi al  volere di Goebbels.

Il problema è però un altro: perché un uomo che non è antisemita è diventato parte di un sistema che, sin dall’inizio, proclamava l’odio contro gli ebrei? Che Harlan non fosse antisemita si sa bene, dato che la prima moglie era l’artista ebrea Dora Gerson e uno dei suoi migliori amici era un giovane ed eccentrico ebreo col quale usciva ogni sera per locali notturni.

Il problema è sempre dovuto al suo carattere. Harlan era ambizioso, vanitoso, convinto di essere il migliore e convinto quindi di poter disporre della sua vita. E il suo essere superficiale gli ha impedito di vedere la realtà che lo circondava.

Tornando alla frase con cui abbiamo iniziato la nostra conversazione “La storia non la fanno i mostri, ma coloro che per opportunismo li seguono”, le nuove propagande si muovono sul web ad una velocità sicuramente centuplicata rispetto al periodo da lei ritratto. Cosa può rappresentare un grande pericolo e cosa riservarci la salvezza?

Il web è una risorsa bellissima per chi sa usarlo senza farsi condizionare e per usarlo la cultura è fondamentale, ecco perché credo che in realtà costituisca anche un grande pericolo. Siamo circondati da persone incolte, superficiali, che si fanno trascinare dal primo che urla: è successo prima e continuerà sempre a succedere. L’unica salvezza possibile è leggere, capire il mondo attraverso i libri, riflettere, rendersi conto che i dolori, le gioie, i dubbi, le paure dei personaggi di ogni latitudine sono i nostri; forse così, con mente e cuore arricchiti, sapremo distinguere il giusto dall’ingiusto sia nel mondo reale, sia in quello virtuale.

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