Arte & Cultura
“La ragazza mia madre” un tributo intimo alla madre e una riflessione sul valore delle relazioni, della memoria e del coraggio
“La ragazza mia madre”: L’esordio narrativo di Tarcisio Vattilana porta il lettore dentro una storia familiare che diventa specchio di intere generazioni.
di Laura Marà
Al di là della dimensione familiare, “La ragazza mia madre” sembra interrogare il lettore su un tema universale: che cosa resta delle vite ordinarie quando il tempo passa? Nella presentazione dell’opera si parla di un’urgenza narrativa, quasi di un dovere morale, nel consegnare alla memoria collettiva una vicenda personale destinata altrimenti a restare confinata nel privato.
Ed è proprio qui che il romanzo trova la sua forza: nel dare voce a quel coraggio silenzioso che spesso non viene raccontato, alla capacità di attraversare il tempo senza smarrire la propria identità.
Resistere, adattarsi, continuare
La protagonista Idea sembra incarnare una forma di resilienza lontana dagli stereotipi dell’eroismo spettacolare: la sua è una forza composta, quasi invisibile, quella di chi affronta il cambiamento senza clamore, si reinventa, custodisce affetti e continua a guardare avanti. Dai sentieri silenziosi dell’Appennino alla Parigi del dopoguerra, dall’America industriale fino alla Roma della maturità, tra ricordi, lavoro, partenze, ritorni, amicizie profonde e scelte silenziose, prende forma una vicenda che attraversa oceani e generazioni, restituendo il ritratto di una donna capace di muoversi nel tempo senza perdere la propria umanità.
Dall’avvocatura alla scrittura: l’esordio narrativo di Tarcisio Vattilana

Per Tarcisio Vattilana, questo libro rappresenta il debutto nella narrativa. Un passaggio interessante per un professionista abituato al rigore dell’ambito giuridico, ma che qui sceglie il linguaggio del racconto per esplorare memoria, radici e legami familiari.
Più che una semplice biografia romanzata, “La ragazza mia madre” appare come un atto di restituzione: il tentativo di trasformare una vicenda personale in una testimonianza condivisa, capace di dialogare con lettori di generazioni diverse.
In un tempo caratterizzato dalla rapidità dell’informazione e dalla dispersione dei ricordi, il romanzo sembra ricordare il valore della memoria, dell’umanità delle relazioni e della necessità di non lasciare nell’ombra le storie che hanno costruito, spesso in silenzio, il nostro presente.
Intervista all’Avv. Tarcisio Vattilana – a cura di Laura Marà:

Lei svolge la professione di avvocato: quando è nata la passione per la scrittura? È stata una vocazione parallela o una scoperta arrivata più tardi?
– Ho avuto l’inclinazione per la scrittura ed in particolare la passione per la lettura sin da ragazzo. Ricordo che in quinta elementare con i miei piccoli risparmi comprai i miei primi due libri. Un romanzo: ‘Il giardino dei Finzi Contini” di Giorgio Bassani e un libro di poesie: ” Poesie scritte col lapis” di Marino Moretti.
L’attività forense richiede rigore, precisione e capacità narrativa dei fatti.
La sua formazione giuridica e la scrittura narrativa sembrano appartenere a registri diversi: in che modo si sono incontrati, se si sono incontrati?

Sono un avvocato penalista e mi occupo solo di Diritto Penale, una materia che ti mette in diretto contatto con le patologie del consorzio civile e con i turbamenti dell’animo umano, pertanto occuparmi di letteratura non rappresenta, almeno per me, un salto logico ma mi offre la possibilità di esaminare le contraddizioni che spingono gli uomini a delinquere. La letteratura del ‘900 è piena di questo contesto narrativo. Cito un libro per tutti: “La caduta” di Albert Camus.
Nel titolo colpisce l’espressione “La ragazza mia madre”: perché scegliere di raccontare la madre prima ancora che come madre, come ragazza?
Nel libro descrivo la vita di una ragazza che a 18 anni parte da un città di provincia (Ascoli Piceno) per raggiungere Parigi alla ricerca del fratello disperso in guerra e a 24 anni si trasferisce a Philadelphia per mettere in piedi una manifattura di abiti confezionati in serie. Descrivo pertanto quel periodo della sua vita perché è da ragazza che ha iniziato ad edificare un’esistenza straordinaria e fuori dal comune.
Il libro nasce da una vicenda privata ma arriva al pubblico: che cosa cambia, per lei, nel passaggio tra queste due dimensioni?

Nulla. Non cambia nulla. Pubblico e privato si intrecciano in maniera ineffabile. È un po’ come trovare l’alba dentro l’imbrunire. Mi perdoni la citazione.
Nel romanzo convivono Appennino, Parigi, America e Roma. Quanto il viaggio geografico riflette un viaggio interiore del personaggio?
Il viaggio di quella ragazza che parte dall’Italia nel 1947 e rientra in Italia nel 1959 è senza tema di dubbio, un viaggio di crescita interiore.
Che cosa si augura che il lettore porti con sé, oltre la fine del racconto?
Mi auguro che il lettore rifletta sul significato effimero delle nostre decisioni e/o azioni. Tutto ciò che ci accade e il nostro stesso agire pare che obbedisca a della leggi arcane ed insondabili avverso le quali non possiamo opporre alcuna resistenza. Per questa ragione scrivo in epigrafe ad uno dei capitoli del libro un brocardo di Euripide: Gli dei ci creano tante sorprese: l’atteso non si compie, e all’inatteso un dio apre la via.
E in un altro capitolo: La natura nasconde i propri segreti perché è sublime, non perché imbroglia
Albert Einstein
