Arte & Cultura
L’Urlo di Gaber psicologia di un artista: il nuovo libro di Amedeo Pingitore
Un libro che restituisce la forza di un teatro capace di interrogare le coscienze e di mettere continuamente in discussione le certezze di chi ascolta.
di Maria Rita Ferragina
“Con tutta la rabbia e con tutto l’amore” – come cantava Giorgio Gaber ne Il signor G dalla parte di chi – e con tutta la tensione viva tra questi due poli, Amedeo Pingitore, psicologo affermato e profondo conoscitore dell’universo gaberiano, consegna al lettore L’Urlo di Gaber, un libro capace di trasformare la passione in riflessione teatrale.
Il testo procede con passo agile, essenziale, senza indulgere alla retorica o alla celebrazione nostalgica. Pingitore entra invece nel cuore del “gioco” teatrale di Gaber, ne attraversa le inquietudini, le contraddizioni e le provocazioni con uno sguardo lucido ma partecipe. Ne emerge una scrittura snella e intensa, che riesce a catturare il lettore proprio perché evita ogni compiacimento interpretativo.
L’Urlo di Gaber non è soltanto un omaggio, ma un dialogo autentico con un pensiero ancora vivo, irrequieto e necessario. Un libro che restituisce la forza di un teatro capace di interrogare le coscienze e di mettere continuamente in discussione le certezze di chi ascolta.
Uno dei punti di forza più evidenti è l’uso delle citazioni. Non sono semplici riferimenti o abbellimenti colti, ma veri e propri dispositivi di attivazione: interrompono la linearità del discorso e aprono spazi di riflessione. In questo senso, il libro riesce a restituire qualcosa di profondamente gaberiano: quella capacità di trasformare il pensiero in un’esperienza che mette a disagio, che costringe a interrogarsi.
La lettura più immediata porta a vedere il testo come uno “specchio”: attraverso Gaber, ciascuno può riconoscere tratti di sé, rivedere le proprie contraddizioni, avviare un processo di autoanalisi. Ed è una chiave che funziona, perché il teatro-canzone di Gaber ha sempre avuto questa dimensione riflettente.
Ma il libro lascia spazio anche a un’interpretazione più inquieta. Più che uno specchio fedele, ciò che emerge è uno specchio deformante, quasi ostile. Le pagine non accompagnano il lettore verso una comprensione rassicurante, ma incrinano le sue certezze. In questo senso, il lavoro non offre soluzioni né sintesi: mantiene aperta una tensione, proprio come fa Gaber sulla scena.
Il richiamo implicito alla frase di Sergio Citti — “Non so dove portarvi…” — sembra descrivere perfettamente la postura dell’autore. Non c’è volontà di guidare o di concludere, ma piuttosto di esporre un percorso senza direzione definita. È una scelta che può risultare spiazzante, ma è anche ciò che rende il libro coerente con il suo oggetto: un teatro che rifiuta le risposte facili e diffida delle verità definitive.
Se c’è un limite, sta proprio qui: chi cerca una lettura sistematica, ordinata, magari più “accademica” del pensiero gaberiano potrebbe restare insoddisfatto. Il libro non organizza, non chiude, non semplifica.
Chiede, piuttosto, disponibilità a restare nel dubbio muovendosi tra assonanze e disarmonie con altri universi del sapere e delle arti. E così lungo le pagine capita di incontrare Sarte e l’Urlo di Munch, i versi della poetessa russa Bella Achmandulina e Le bourgeois di Jacques Brel, Freud e Balzac.
Nel complesso, L’Urlo è meno un saggio su Gaber e più un’esperienza gaberiana in forma scritta.! Non ti dice cosa pensare del suo teatro, ma ti mette nella condizione — a tratti scomoda — di dover capire cosa pensi tu.
E in questi tempi di oscuro conformismo è già tanto.
