Arte & Cultura
Edward Hopper fino al 7 marzo 2027 presso Palazzo Blu di Pisa
Più che una mostra è il percorso artistico di uno dei maggiori rappresentanti dell’arte contemporanea
di Angela Celesti
Oltre 150 opere, tra materiali d’archivio inediti e 5 sezioni che esplorano la vita e la carriera dell’artista. Il suo lungo “immaginario” tra New York, Parigi e il New England è racchiuso in dipinti a olio, disegni, acquerelli e acqueforti all’interno di una mostra organizzata dal Wihtney Museum of American Art con il contributo di Fondazione Pisa. Prima di parlare di Hopper è doveroso pensare perché la produzione di un’artista come lui, oggi più che mai, sia “necessaria” e non solo perché le sue opere abitano già da tempo nel nostro inconscio collettivo, nella memoria visiva fatta di luoghi solitari e immobili, pompe di benzina deserte (Gas,1940), case, stanze, bar semivuoti (Nighthawks, 1942). I suoi sono luoghi veri e luoghi interiori, mai affollati, che rispecchiano i nostri stati d’animo in un mondo che ci catapulta nella tecnologia e nel nuovo paradigma dell’IA e ci costringe a vivere nella folla delle grandi città, compressi e soli. E forse proprio per questo l’artista ci è così vicino e familiare. Siamo sempre più insoddisfatti del nostro vivere e a volte senza un preciso motivo, siamo figli inquieti della modernità e del progresso. Ma non possiamo chiuderla così, senza indagare sul percorso umano e psicologico che ha condizionato la sua arte.

Se pensiamo ai suoi dipinti, dobbiamo andare oltre lo stereotipo della “solitudine” e dell’incomunicabilità dei personaggi che Hopper ritrae. In Europa, soggiornò a Parigi dove trovò qualcosa che altri grandi artisti dell’epoca non vedevano. Mentre Picasso, Matisse, Braque tracciavano le vie di un nuovo modo di intendere la pittura, rivoluzionari portatori di arte del nuovo secolo, Hopper – e qui la sua unicità – percorreva strade diverse, osservava una “luce” diversa. La sua intenzione non era catturare momenti di pura ordinarietà, seppure in chiave modernista, non si identificava nell’astrattismo o nell’espressionismo e nemmeno nel realismo. Il suo sguardo era originale e diverso da tutti gli altri, uno sguardo in cui la definizione di “De Chirico americano” risulta per lui impropria e lontana dalle sue caratteristiche stilistiche e soprattutto culturali, così come non gli calza la definizione di narratore americano in veste di pittore, che verrebbe spontanea ripensando a quanta America vi è nelle sue opere. In un’intervista Hopper affermò: “Non ho mai cercato di rappresentare la scena americana come hanno fatto i pittori del Midwest (Thomas Benton, John S. Curry). Io ho sempre voluto fare me stesso”. Ma il destino, si sa, gioca brutti scherzi e il catastrofico crollo della Borsa di New York del 29 assieme alla profonda crisi depressiva di Hopper, forzarono la strada della sua ricerca pittorica che trovò un senso nel realismo “istantaneo” della sua arte.

Un realismo che coinvolse non solo pittori come Hopper ma anche scrittori e romanzieri che descrissero dettagliatamente l’America di quegli anni come Grant Wood in Gotico americano (1930) e altri che narrarono valori e sacrifici del lontano e agognato Midwest. Ciò che turbò Hopper in quegli anni di depressione non solo personale ma dell’intero continente, furono le innumerevoli immagini, stampate sui giornali, che raccontavano un’altra America: povertà, uomini disperati, profughi “economici”, famiglie ridotte a stenti. La reazione dell’artista non fu quella dell’alienazione o della ricerca di consolazione attraverso la sua pittura. Ciò che fece da allora in poi fu quello di ritrarre “vite in attesa”, sospese e solitarie – dai tratti sfuggenti del volto, appena accennati ma carichi di magnetismo – mai disperate.

Restano in attesa, tra i banconi di un bar o fuori l’uscio di casa (South Carolina Morning) – come la donna con la schiena appoggiata alla facciata di una di quelle colorate case in legno – o le due donne al tavolino del bar (Chop Suey) e il famoso clown con la sigaretta tra i denti (Soir Bleu). Una quiete interiore sembra trasparire in loro, attraverso pose che sembrano sospese, una quiete che purtroppo non rientrò mai più dentro di lui. Hopper visse il resto della sua vita tra cicliche depressioni e introversioni. L’ultima sua opera si intitola Two Comedians, dipinta nel 1967, poco prima di morire. Due personaggi sono raffigurati in costume da Pierrot, mentre si inchinano sul palcoscenico del teatro nell’atto di ringraziare il pubblico. Un testamento pittorico, un congedo alla vita di un’artista unico. Nel 1953 una sua dichiarazione fa da sottopancia a questo ultimo dipinto: “La vita interiore di un uomo è un sogno vasto e variegato e non riguarda solo dei piacevoli accordi di colore, forma e disegno. Il termine “vita”, come lo si usa in arte, è qualcosa che non si può disprezzare, perché coinvolge tutta l’esistenza, l’arte deve reagire all’esistenza, non evitarla.
