Tempo di lettura: 5 minutiNel 1979 arriva nelle sale Asparagus, il corto della regista e artista statunitense Suzan Pitt. Un’opera realizzata con la cel painting, in cui emergono temi sessuali, identitari e sociali ancora molto attuali.
Le trombe gemono e sorde, come in un’Apocalisse o evento divino, annunciano l’arrivo di anti – pudicismo, libertà sessuale e crisi d’identità insieme: è il
1979 e nelle sale arriva
Asparagus. Un
cortometraggio di animazione sperimentale surrealista diretto dall’artista e regista statunitense
Suzan Pitt.
Distribuito per due anni a New York e Los Angeles insieme a
Eraserhead di Lynch rigorosamente a mezzanotte, non ha nulla a che invidiare alle opere del maestro visionario, surrealista e onirico del sense/non sense.
Una gamba alla Jessica Rabbit, tacco rosso e serpente tentatore annunciano diciotto minuti di inseminazione visiva. Colori vividi, oggetti e piante hanno una loro valenza esistenziale. Sembra un gran caos, ma in quelle che appaiono come inquadrature straripanti casiniste tutto ha un ordine come i migliori “sogni a occhi aperti”.
Ma facciamo un passo indietro, anzi al titolo.

Riferito alla pianta erbacea perenne, l’asparago, riconosciuto come simbolo di fertilità e amore. La sua fama risale anche ai tempi di greci e romani: i primi lo consideravano un potente afrodisiaco, i secondi un anticoncezionale se indossato in un sacchetto tra le vesti.
Lungi da questi aspetti il cortometraggio, prodotto in quattro anni, ce lo mostra come organo riproduttivo maschile.
Tutto parte dalla prospettiva di una donna, le sue mani accompagnano in atmosfere dove l’ordine non è contemplato, ma le inquadrature pretendono ugualmente l’attenzione dello spettatore. Qualunque cosa accada, vietato distrarsi e Suzan Pitt ci riesce con il fotogramma dentro il fotogramma, per un’esperienza immersiva.
Mettetevi comodi, perché ha inizio un viaggio di natura sensuale.
Un wc diventa vaso per scorie umane, anzi asparagi defecati da questa donna solitaria in una casa surreale. Di lei, non sappiamo nulla, solo che è curatrice e spettatrice di un mondo fertile. Un mondo che ruota attorno a un giardino, simile a una foresta pluviale, con varie specie fino alla prediletta: l’asparago. Colto in piena fellatio.
La sua è una vita tranquilla, tra le quattro stanze di una casa di bambole divisa a metà tra infantilismo e maturità sessuale. Ma la donna un giorno si stufa di questa campana di vetro che la ospita, e dopo la scelta del suo volto/maschera pseudo normale tra quelli a clown ed elefanti, fa la valigia.
All’interno ripone tutto il suo mondo mondo e si apre alla città. Le vetrine sono un pullulare di oggetti, dai dildo di un negozio con scritta “Sex”, a quelli violenti con armi e fucili, fino ai giocattoli con “bambole” nude. La meta è il teatro, luogo d’incontro della vita cittadina e scambio sociale per eccellenza, solo che qui non si dà uno spettacolo.
A intrattenere gli astanti sono vuoti e tristi palcoscenici, ciascuno differente per tende e sipario. Fino a quando il vero spettacolo lo dà la donna liberando dalla sua valigia, in stile Mary Poppins, serpenti e spore che invadono gli spettatori. La crociata contro il buoncostume, ordinario e perbenismo pare sia compiuta. Per la donna è ora di tornare a casa in taxi e perdersi in un’orgia con la sua pianta perenne.
Si chiude così un’opera di un altro mondo, differente o quasi da quello che conosciamo, dove semi diventano lampade, lavandini visi con sguardi maniacali, i fiori delle ovaie e poltrone grandi labbra; tutti esaltati da colori brillanti, realizzati secondo la “cel painting”.
La pittura su fogli trasparenti di acetato con personaggi poi sovrapposti a sfondi e costruita, come dice la stessa Pitt, con la “cancellazione; un espediente cinematografico dei primi tempi per creare transizioni che mantenessero l’azione in continua evoluzione, anziché in continua trasformazione“.
A corredare l’esplosione e allucinazione visiva senza tagli è una musica inquieta, onirica e “organolettica” fatta di sussurri e bisbigli, grazie alle tastiere e synth di Richard Teitelbaum, pioniere della musica con sintetizzatori controllati da onde cerebrali. Così, il lavoro “sporco” – anziché ai dialoghi – è affidato alle immagini, visioni illusorie che a tratti ricordano il mondo capovolto di Marc Chagall e quello luminoso di Edward Hopper.
Capire o non capire, quindi non è il punto per la Pitt; artefice di un’opera di critica sociale e sull’identità che ha ricevuto diverse interpretazioni metaforiche per psiche umana e sessualità, soprattutto dal punto di vista femminista.
L’asparago: la scelta perfetta della regista
Una scelta visiva perfetta che richiama la sensualità come sostiene la stessa regista: “L’asparago è molto sensuale, e in un certo senso è tanto femminile quanto maschile. È come se ogni estate attraversasse una fase maschile, quando spunta per la prima volta dal terreno, e poi – se non viene tagliato per essere consumato – una fase femminile in cui diventa sottile e flessuoso. Ho scelto l’asparago perché è un ortaggio che mi attraeva visivamente. L’ho usato nel suo contesto sessuale/allegorico e anche per evocare stupore per la natura stessa, perché produce una forma così bella“.
La donna magica fuori e dentro il mondo
A detta della regista “È una maga e madre assieme con relazione feticista e narcisistica con ciò che la circonda”. Una donna in cerca dell’essenza delle forze creative che governano e guidano la nostra esistenza e anche lei soggetta “all’unica opzione identitaria della maternità“, che si riscontra nell’immagine della vetrina con bambole nude simili a feti.
Il film in sé, invece, è stato il culmine della sua infanzia e di ciò che aveva messo insieme della visione del mondo: “la natura del processo creativo raffigurata come intimità psico-sessuale […] la ricerca del contatto e la realizzazione ultima dell’esistenza pura. […]”. La regista Sharon Couzin dirà nel 1992 del film “non è solo un’opera d’animazione straordinariamente bella, ma anche un importante documento della lotta, per articolare attraverso l’immagine il ruolo della donna”.
Sessualità come controllo e creazione
Asparagus, quindi, lascia un’impronta assoluta e attuale che ci parla di visioni e natura ciclica non solo della natura, madre fertile ma anche dell’essere umano in continua trasformazione, ricerca e scoperta di se stesso, spesso in conflitto con la propria identità. Identità sempre differente che traccia anche un parallelismo con le maschere pirandelliane, luoghi sicuri di molteplicità.