Smartworking, ovvero lavorare con intelligenza per vivere meglio

Lo smartworking come nuova filosofia manageriale fondata sulla restituzione alle persone di flessibilità ed autonomia nella scelta degli spazi, degli orari e degli strumenti da utilizzare a fronte di una maggiore responsabilizzazione sui risultati e della focalizzazione degli obbiettivi professionali, come definito dall’Osservatorio del Politecnico di Milano.

A parlarne il nuovo saggio  “Il lavoro intelligente” di Ugo Serena, in uscita ai primi di settembre.

Saggio che è strutturato in tre parti.

La prima è dedicata ai vantaggi ambientali, economici e sociali che questa modalità di lavoro ci sta offrendo e di come essa consentirà di allocare al meglio le proprie risorse economiche e umane, abbattendo i costi e incrementando la produttività.

Ma poiché il benessere delle persone e dell’ambiente va di pari passo con l’efficienza delle aziende si illustrano i vantaggi dello smartworking per la nostra qualità della vita, come questo sia un’occasione per promuovere le pari opportunità in termini reali, consentire a uomini e donne di gestire meglio lavoro e famiglia, permettere a persone disabili di essere considerate alla pari degli altri, lavorare pragmaticamente in modo più efficace conciliando lavoro e vita.

Meritiamo di vivere dove vogliamo e di avere tempo per coltivare i nostri interessi, le nostre relazioni, la nostra creatività e metterli in relazione con il nostro lavoro.

La seconda parte del libro è dedicata al diverso modello di management necessario a promuovere questa visione.

Un modello fondato su parametri qualitativi anziché quantitativi, un modello in cui da un sistema fondato sulla gerarchia e le procedure standardizzate si passa a una struttura costruita sulla crescita delle competenze e delle responsabilità individuali.

Infine il libro si rivolge direttamente ai lavoratori fornendo suggerimenti pratici per sfruttare nel modo migliore questa opportunità, che richiede responsabilità, organizzazione, disciplina e impegno.

Particolare attenzione è rivolta ad un modello di comunicazione costruttivo e pragmatico volto a trovare convergenze e ad evitare conflitti, finalizzato alla realizzazione degli obiettivi professionali e del benessere personale.

CHI È UGO SERENA

Ugo Serena ha iniziato sua esperienza professionale a Londra nel 1988 presso Assitalia UK.

Da allora ha lavorato per alcune delle più importanti compagnie assicurative italiane e per i principali riassicuratori internazionali.

Attualmente si occupa del coordinamento del Ramo Responsabilità Civile per Austria Central Eastern Europe e Russia per Generali CEE Holding con sede a Praga.

Da circa tre anni svolge una parte sostanziale del suo lavoro attraverso lo smartworking.

E’ autore del libro “Undrewriting il mestiere di immaginare”, di cui è disponibile la traduzione in Inglese, e dell’omonimo blog.

 

Essere ottimisti allunga la vita

La conferma arriva da una ricerca scientifica condotta alla Boston University School of Medicine.

L’ottimismo allunga la vita. La conferma arriva da una ricerca scientifica condotta alla Boston University School of Medicine. Si tratta di uno studio di lunga durata, di circa 30 anni, avviato precisamente nel 1986 e conclusosi nel 2016, anno fino al quale si sono registrati i decessi.

Il campione su cui sono stati effettuate le ricerche è molto vasto e conta circa 70.000 mila donne, la maggior parte delle quali infermiere con un età compresa tra 58 e 86 anni, quindi con un età media di 70 anni seguite per 10 anni.

Il campione degli uomini contava invece 1400 soggetti di età compresa tra 41 e 90 anni, con un’età media 62 anni, seguiti in questo caso appunto per 30 anni.

Lo stesso campione è stato poi suddiviso in 4 gruppi, in base al grado di ottimismo dimostrato e seguito nelle sue abitudini e atteggiamenti più o meno positivi nei confronti della vita.
La dottoressa Lewina Lee, psicologa clinica del National Center degli Stati Uniti, è stata a capo del progetto di studio e i risultati ottenuti sono stati sorprendenti.

I risultati dello studio sull’ottimismo che allunga la vita

Il concetto dell’ottimismo che allunga la vita non è nuovo come oggetto di studio scientifico, ma in questo caso la validità della ricerca è da riscontrarsi non solo nel campione di studio estremamente vasto, ma anche nella lunga durata. I risultati sono stati pubblicati pochi giorni fa sulla rivista scientifica Proceedings of National Academy of Sciences.

Gli studiosi hanno constatato che coloro i quali hanno dimostrato maggiore ottimismo nell’affrontare la vita di tutti i giorni sono vissuti dall’11% al 15% in più rispetto a chi invece ha avuto tendenze alla depressione, all’abbattimento o comunque a un atteggiamento pessimista.

La conclusione a cui sono arrivati gli scienziati è chiara e suggerisce che essere ottimisti favorisce un’aspettativa di vita che può arrivare ad 85 anni e oltre. Una longevità che dagli studiosi è definita “eccezionale”, soprattutto nel caso in cui non ci sono malattie, si è autosufficienti e si ha una vita ancora attiva e ricca di stimoli.

Perché l’ottimismo allunga la vita

“L’ottimismo è una disposizione mentale a vivere le situazioni in modo positivo e una caratteristica psicologica che ci spinge a guardare il lato favorevole degli eventi”, spiegano gli esperti del portalePsicologiOnline (www.psicologionline.net).

Possono esserci svariate ragioni per cui l’ottimismo genera longevità.

Essere ottimisti è una delle caratteristiche psicologiche più positive che si possano acquisire nel corso della vita, in quanto difende dagli accumuli di stress.

È noto ormai da tempo quanto l’affaticamento mentale e fisico possa incidere negativamente sulla salute, sia dei più giovani che degli anziani.

L’ottimismo, in altre parole, tiene lontani o comunque difende in parte dalle malattie del secolo, quali infarti, ictus, colesterolo alto e dislipidemie in generale, nonché dall’aumento del cortisolo. Quest’ultimo è un ormone, soprannominato per l’appunto “ormone dello stress”, che incide negativamente su buona parte delle funzioni dell’organismo, provocando ipertensione, astenia, insonnia, obesità, fino a un abbassamento delle difese immunitarie.

Tutto questo può essere evitato con una propensione all’ottimismo, cioè alla capacità di non concentrarsi sugli aspetti negativi.

Le persone ottimiste hanno inoltre meno probabilità di arrendersi e si riprendono più rapidamente da problemi e battute d’arresto.

L’ottimismo e altri fattori che allungano la vita

Lo studio condotto alla Boston University School of Medicine con a capo la dottoressa Lee ha dimostrato che l’ottimismo può allungare la vita, senza però trascurare aspetti diversi altrettanto importanti che portano al traguardo della longevità.

La tranquillità economica, essere circondati da amici e famigliari, coltivare i rapporti sociali e le proprie passioni, attenersi a un’alimentazione sana ed equilibrata e anche il grado d’istruzione concorrono alla possibilità di vivere più a lungo.

L’ottimismo è certamente un propulsore potente a livello psicosociale nel portare avanti la vita in modo soddisfacente, senza mai abbandonarsi a se stessi.

Una buona qualità della vita è importante nel mantenere la propensione all’ottimismo.
E la terza o la quarta età possono essere vissute al meglio soprattutto se ci si arriva in buono stato di salute, o comunque senza disabilità.

La dottoressa Lee si dice convinta che questo studio possa dare una spinta a vivere meglio, preparando il periodo della pensione valorizzando i principi più sani, tra cui c’è sicuramente l’ottimismo.

Chi non lo possiede ha comunque la possibilità di acquisirlo o aumentarlo, coltivando un atteggiamento più positivo.

Molti sono infatti gli studi scientifici che dimostrano, come affermano anche gli studiosi che hanno condotto la ricerca in oggetto, che la positività si può aumentare, con tutti i benefici che ne conseguono.

Prove di Governo giallo-rosso e scenari politici futuri

Giuseppe Conte si appresta ad avere una connotazione forte da Presidente del Consiglio, Zingaretti che appare debole nelle mani renziane, in breve tempo, come artefice di questa alleanza PD-5Stelle, può acquistare forza e autonomia . La Lega, in calo di consenso, vedrà nascere antagonismi interni causati dalla mossa disastrosa di Salvini. Di conseguenza potrebbe esserci  un travaso inverso di consensi a favore di Forza Italia che interpreta una più marcata moderazione costruttiva di Centrodestra.

Di Enrico Pianetta

Non è ancora nato il Governo giallorosso ma è invece noto chi ha tirato le fila e determinato questo esito : Matteo Renzi .

Con una unica sortita , la conferenza stampa di qualche giorno fa , ha : bloccato le elezioni anticipate e fatto naufragare l’ipotizzato accordo  in tal senso tra Zingaretti e Salvini ; costretto il Segretario PD ad accordarsi con i 5 Stelle per indebolirlo; ridimensionato Salvini e il suo sovranismo.

Inoltre, ed è quel che più conta, con la maggioranza ‘renziana’ all’interno dei gruppi parlamentari PD  ( questo è il suo punto di forza ) potrà controllare l’azione del Governo e la sua durata. 

Vale a dire : la vita e la morte di questo Governo sono nelle mani di Renzi . 

Sarà lui a decidere, dopo aver valutato e organizzato quanto gli è più conveniente, il momento più opportuno per “staccare la spina”. 

Tutto lineare  allora ? Certamente no .

Questa alleanza giallorossa ( che non è basata su un Contratto alla ‘gialloverde’ ) potrebbe consegnarci nel tempo, anche breve, una ipotesi di alleanza  tale da occupare uno spazio politico organico di centrosinistra : anche perché sul fronte 5 Stelle si sta affermando un leader, Giuseppe Conte, che ha una base culturale istituzionale solida, con una capacità strategica dimostrata nei fatti anche a livello internazionale, e che sta marginalizzando il palese dilettantismo dei ‘giovanotti’ pentastellati. 

Grillo l’ha capito e ha dato la sua benedizione.

Allora questa nuova capacità politica del Movimento 5Stelle può avere un linguaggio e una convergenza strategica complementare con il PD zingarettiano .

È possibile dunque che si possa giungere rapidamente ad una percezione caratterizzata da una diarchia Conte /Zingaretti, che partendo da una situazione contingente data dal Governo giallorosso, ne voglia costruire una più solida e duratura .

Conte si appresta ad avere una connotazione forte da Presidente del Consiglio; Zingaretti da una immagine debole nelle mani renziane , in breve tempo, come artefice dal lato PD di questa alleanza, può acquistare forza e autonomia .

A Renzi non resterebbe che la scissione per occupare una zona elettorale di sinistra-centro per indebolire il PD , e avere la possibilità di svolgere un ruolo, pur nell’ambito di una alleanza tripolare di Centrosinistra.

E nel lato opposto dell’area politica italiana ?

Infatti è interessante ipotizzare un ritorno alla contrapposizione tra due alleanze : una a sinistra e una a destra .

Perché anche a destra ci potrà essere una ridistribuzione di consensi elettorali.

Salvini ( o chi per lui! ) e la sua Lega potrebbero vedere un assottigliamento dei consensi sia  per una più limitata permanenza nel cono mediatico che per la riduzione dell’argomento trainante del consenso leghista : l’immigrazione . Nel momento in cui la Lega era al Governo dettava l’agenda degli argomenti; l’argomento prioritario e la conseguente ‘propaganda’ è sempre stata  la questione , l’invasione degli extracomunitari .

E’ evidente che potrebbero venire al pettine, anche in una non nuova edizione di lotta politica, questioni e modalità che sono state in auge nella recente stagione politica ed allo stesso tempo potrebbero innestarsi antagonismi all’interno del monolitismo leghista salviniano reo, al momento, di una mossa disastrosa.

Inoltre, proprio in ragione di una gestione politica di questo nuovo Governo con una componente politica più tradizionale e attenta alle questioni economico-sociali, gli stessi argomenti su cui cimentarsi con l’opinione pubblica saranno più numerosi e multiformi ( non solo e quasi esclusivamente migranti e reddito di cittadinanza ) e ciò dovrebbe ridurre l’intensità demagogica e indurre ad una valutazione più composita sia dell’azione di Governo che dell’Opposizione. Una politica più ragionata in definitiva.

Non è improbabile quindi che ci possa essere un travaso inverso di consensi a favore del polo che interpreta una più marcata moderazione costruttiva di Centrodestra, vale a dire Forza Italia ; oltre ad una maggiore attenzione verso questa componente politica da parte della quota astensionista.

Uno scenario interessante e dinamico con variabili che si possono aggregare e scomporre con modalità plurime : ciò potrebbe ridurre e forse archiviare quella stagione iper demagogica che inaridisce la politica e i suoi esiti a beneficio dei cittadini.

Killer del bitter: un delitto talmente improbabile da colpire nel segno

“Caro signore, poichè avremmo intenzione di lanciare sul mercato questo nuovo aperitivo, offrendole la rappresentanza nella sua zona, ci permettiamo di disturbarla con l’invio di un campione. Provi ad assaggiarlo. Un nostro incaricato verrà a trovarla per conoscere il suo parere. Vogliamo sapere se è di suo gusto e se l’ha trovato gradevole al palato”.

“Caro signore, poichè avremmo intenzione di lanciare sul mercato questo nuovo aperitivo, offrendole la rappresentanza nella sua zona, ci permettiamo di disturbarla con l’invio di un campione. Provi ad assaggiarlo. Un nostro incaricato verrà a trovarla per conoscere il suo parere. Vogliamo sapere se è di suo gusto e se l’ha trovato gradevole al palato”.

Se vi arrivasse per posta una bottiglietta di bitter San Pellegrino senza l’etichetta, con un tappo in sughero sotto quello originale, contenuta in una confezione riutilizzata di biscotti e accompagnata da un biglietto con una firma illeggibile che recita ciò che avete appena letto, voi lo assaggereste?

Ebbene, c’è chi lo ha fatto, morendo pochi minuti dopo tra dolori atroci e convulsioni. Il risultato dell’autopsia recitò: avvelenamento acuto per ingestione di sostanza sconosciuta, probabilmente stricnina. I periti, in seguito, confermarono che nella bottiglietta c’era tanta stricnina da fulminare due tori.

È l’assurda morte di Tranquillo Allevi, un grossista di formaggi di Arma di Taggia, avvenuta nell’agosto del 1962. Tranquillo, a conferma del suo nome, non sospettò nulla. Pensò solo a quella imprevista possibilità di lavoro e di guadagno piovutagli dal cielo, con la quale avrebbe risolto tutti i suoi problemi economici. Invitò due amici per brindare ai tempi rosei che si prospettavano e con loro assaggiò il bitter avvelenato bevendolo in un solo sorso. I due amici lo assaggiarono appena, trovandolo amaro e disgustoso e rimediando una lavanda gastrica che salvò loro la vita.

Le indagini che seguirono permisero di comprendere cosa era accaduto e chi era stato il responsabile di quell’omicidio a distanza. Eliminata l’improbabile ipotesi di colpevolezza di una ditta importante come la San Pellegrino, scoprirono che il pacco era stato spedito da Milano e, scavando nella vita di Allevi, ma soprattutto in quella della moglie, Renata Lualdi, gli inquirenti finirono per puntare i riflettori sul dottor Renzo Ferrari, veterinario di Barengo (NO), ex amante della Lualdi.

La Lualdi era nota, anche allo stesso Allevi, per le sue scappatelle, tanto da farlo propendere per il trasferimento proprio ad Arma di Taggia, in Liguria, così da spezzare il legame della moglie con Ferrari. La donna ci mise però poco a trovare un valido sostituto con cui passare il tempo mentre il marito era impegnato nei suoi viaggi di lavoro. Ferrari, d’altro canto, che già non aveva preso bene l’allontanamento forzato della donna, non digerì l’essere stato da questa sostituito. Nel suo cieco desiderio di riconquista della Lualdi, arrivò addirittura a offrire quattro milioni di lire ad Allevi in cambio della moglie. L’Allevi dignitosamente lasciò la scelta alla moglie, ma questa rifiutò la proposta. Fu quello il momento in cui Ferrari pensò che uccidendo Allevi, la Lualdi sarebbe finalmente tornata da lui, scaricando anche il nuovo amante. Così si improvvisò killer, e improvvisare è decisamente la parola più adatta, perchè lasciò dietro di sè talmente tante tracce che ci volle ben poco agli inquirenti per incastrarlo. L’etichetta applicata sul pacco, ad esempio, era stata ritagliata da una rivista medica che Ferrari riceveva regolarmente. La prova definitiva fu prodotta esaminando la macchina da scrivere Lexicon 80 utilizzata quotidianamente da Ferrari, i cui caratteri combaciavano con il biglietto ricevuto da Allevi. A ciò si aggiunsero le sei fiale di stricnina da lui acquistate pochi giorni prima nella farmacia di Momo. In quanto veterinario, queste non avevano destato sospetti nel farmacista, essendo all’apparenza destinate alla cura di bovini, ma alla luce del delitto e delle altre prove, divennero elementi schiaccianti. A supporto delle prove, anche la testimonianza della vedova Lualdi, sua principale accusatrice.

La condanna all’ergastolo comminata a Ferrari dalla Corte d’Assise di Imperia fu dunque una formalità. Eppure Ferrari continuerà a dichiararsi innocente anche dopo la grazia ottenuta nel 1986 dal Presidente Cossiga e fino alla sua morte nel 1988.

Passato alla storia come uno dei delitti peggio architettati, compiuto da uno dei killer più improbabili del nostro Paese, con l’omicidio del bitter non c’è dubbio però che Ferrari abbia colpito nel segno. Forse perché conosceva la vittima meglio di quanto si pensi, e dopo un primo tentativo di “corruzione” in cui aveva puntato solo sull’avidità di Allevi offrendosi di comprargli letteralmente la moglie, deve aver capito che quell’uomo, Tranquillo di nome e di fatto, aveva ben altri punti deboli su cui poter fare leva. Allevi è morto per la sua avidità, per la sua ingenuità, per la sua ambizione.

Italiani all’estero, gli Sbagli – Italians overseas, the Mistakes

di emigrazione e di matrimoni

Italiani all’estero, gli Sbagli

 

A causa dell’impressione ingannevole dei contatti ufficiali con le comunità italiane, insistiamo a pensare che dobbiamo promuovere la nostra Cultura e i nostri altri prodotti nella nostra lingua nazionale. L’effetto di questo è semplicemente che non consideriamo oltre la seconda generazione e cerchiamo di vendere e promuovere ai 5 milioni registrati all’AIRE ignorando un potenziale mercato di oltre 90 milioni.

 

Di Gianni Pezzano

Nel corso degli articoli in questa rubrica degli “italiani nel mondo” abbiamo spesso parlato delle cifre ufficiali dei nostri parenti e amici in giro per il mondo, ma dobbiamo chiederci seriamente se queste cifre stesse non ci abbiano tratto in inganno, non solo su come avvicinare questa vasta comunità, ma anche su come promuovere i nostri prodotti al mondo, partendo dal nostro prodotto più importante e prestigioso, la nostra Cultura.

Nei primi Stati Generali della Lingua Italiana a Firenze quattro anni fa il Sottosegretario per gli Esteri, Mario Giro, ha fornito due cifre che abbiamo citato più volte da allora. Secondo il suo ministero ci sono 5 milioni di cittadini italiani fuori dai confini nazionali, ovviamente sono coloro registrati all’AIRE nei rispettivi consolati, una cifra probabilmente inferiore alla realtà, e 85 milioni di discendenti di emigrati italiani. Visto le molte generazioni di italiani all’estero dobbiamo pensare che anche questa seconda cifra sia inferiore alla realtà. Inoltre, il Sottosegretario ha fornito un’altra cifra molto importante che tratteremo sotto e che rinforza il messaggio che, in ogni probabilità, come paese commettiamo sbagli sulle molte realtà degli italiani all’estero.

Non intendiamo dire che questi sbagli siano intenzionali, anzi, siamo sicuri che non lo sono, ma non per questo non dobbiamo rivedere come agiamo con le nostre comunità in tutti i continenti, e come possiamo riavvicinare decine di milioni di persone al paese d’origine dei loro avi.

Nel ragionare su questi aspetti dobbiamo partire da cosa vedono le autorità italiane in visita all’estero.

Impressioni ingannevoli

 Quando un politico, burocrate o imprenditore italiano visita le comunità italiane all’estero, per qualsiasi motivo, incontra i rappresentanti delle varie comunità, cioè persone solo quasi sempre di prima generazione, o al massimo seconda generazione, che parlano bene la nostra lingua e di solito già coinvolte nell’insegnamento della nostra lingua, la promozione della nostra Culture in generale o la vendita dei nostri prodotti dalle piastrelle alle armi.

Ma la gente che incontra il nostro politico, burocrate o imprenditore in queste visite riflette davvero la realtà di ciascuna comunità italiana nel mondo?

La risposta semplice e crudele è che queste impressioni sono ingannevoli e le realtà sono molto più complesse.

Se pensiamo alla grande ondata dell’emigrazione italiana in seguito alla seconda guerra mondiale, dobbiamo tenere ben in mente la crudeltà del tempo. Non solo quella generazione sta passando a vita migliore, ma i figli di quella generazione sono già nonni e in alcuni casi anche bisnonni. Nei paesi delle Americhe l’emigrazione italiana risale ad ancora prima dell’unificazione del paese nel 1861,  e quindi di generazioni ne abbiamo molte più di tre, quattro o cinque.

In parole povere, questi rappresentanti, e in questo includiamo i membri dei Comites e il CGIE, non sono che una minoranza della nostre comunità estere.

Quando parliamo del passare da generazione a generazione parliamo di gente che spesso cambia cognome a causa di matrimoni con non italiani e di conseguenza spesso scopre tardi nella vita d’essere discendente d’italiani e questo lo vediamo quasi ogni giorno sulle pagine degli italo-americani sui social. Ma soprattutto questo passaggio vuol dire perdere i ricordi delle tradizioni, della consapevolezza delle loro origini italiane e in modo particolare la perdita della capacità di parlare e capire la lingua italiana che definisce le loro origini nel Bel Paese.

Lo sbaglio più grande

 A causa dell’impressione ingannevole dei contatti ufficiali con le comunità italiane, insistiamo a pensare che dobbiamo promuovere la nostra Cultura e i nostri altri prodotti nella nostra lingua nazionale.

L’effetto di questo è semplicemente che non consideriamo oltre la seconda generazione (e a volte nemmeno quella) e cerchiamo di vendere e promuovere ai 5 milioni registrati all’AIRE e ignoriamo un potenziale mercato di oltre 90 milioni.

Una dei responsabili di questo atteggiamento è la RAI che trasmette programmi tv all’estero solo in lingua italiana e non fornisce programmi e servizi per coloro che non capiscono che un minimo dell’italiano. Quindi il nipote o pronipote di emigrati italiani non capisce i programmi della RAI che guardano i nonni, e quando decide di fare la propria casa non pensa di includere la RAI tra i canali a pagamento che vuole guardare.

Per correggere queste fallo di servizio la RAI dovrebbe considerare di fornire programmi con i sottotitoli nelle lingua dei paesi di residenza. Allo stesso tempo fornire siti web in queste lingue dove i discendenti possono trovare dettagli dei programmi e poter capire meglio i programmi stessi, cantanti, comici e altri servizi forniti sul piccolo schermo. Il successo di programmi RAI come “La mia amica geniale” su Netflix all’estero con sottotitoli, dimostra proprio la voglia all’estero di fruire di programmi forniti in quel modo.

Questo discorso vale anche per i nostri giornali e altri mezzi d’informazione, perché nel fornire le loro cronache e servizi solo in italiano arrivano solo agli stessi 5 milioni di cittadini e ignorano il mercato potenziale.

È inutile fornire cronache e informazioni se il pubblico non le capisce. Come la RAI, le cronache dovrebbero essere con sottotitoli in almeno cinque lingue per assicurare una copertura più efficace per le comunità italiane all’estero. Per fornire almeno la minima copertura efficace internazionale questi sottotitoli devono essere in inglese, spagnolo, portoghese, francese e  tedesco, lingue che coprono le maggiori concentrazioni dei nostri connazionali all’estero.

Immaginiamo già le proteste di chi pensa  che sarebbe inutile, ma rispondiamo che la BBC inglese lo fa già da tempo in molte altre lingue.

Per quel che riguarda le spese, aprire ai 90 milioni, e non solo ai 5 milioni di cittadini, il bacino internazionale più grande, vorrebbe dire automaticamente avere un potenziale introito dalla pubblicità molto più grande di quel cha già esiste, non solo per la RAI ma per i  nostri giornali e altri mezzi d’informazione e dobbiamo davvero chiederci perché i loro dirigenti non ci pensino già.

E nel fare queste considerazioni entra in azione la terza cifra fornita dal Sottosegretario Giro a Firenze.

La terza cifra

 La cifra fornita dagli addetti ai lavori della Farnesina ha considerato quante persone nel mondo si identificano con qualche aspetto della nostra Cultura. Questo comprendeva ovviamente l’Arte in generale, la musica Lirica, la cucina e molti altri.

In base a queste considerazioni 250 milioni di persone in giro per il mondo sono interessate in qualche aspetto al Patrimonio Culturale più grande del mondo.

Dunque, se correggiamo i nostri sbagli di valutazione sul nostro potenziale mercato internazionale la cifra non è più oltre 90 milioni, ma ben oltre 300 milioni.

Questo mette in un’altra luce l’insegnamento della nostra lingua nel mondo. Siamo orgogliosi del quarto posto come insegnamento internazionale, ma se sapessimo sfruttare davvero questo potenziale bacino enorme il primo posto non sarebbe impossibile.

Noi italiani diciamo “chi non lavora non sbaglia mai” e sarebbe sciocco dire che non siamo soggetti a sbagliare. Però, queste cifre e considerazioni dovrebbero farci ripensare a come affrontiamo il tema di promuovere la nostra lingua, la nostra Cultura e tutti i nostri prodotti nel mondo.

Ma qualsiasi progetto futuro per avvicinare questo mercato internazionale enorme deve iniziare con i nostri parenti e amici nel mondo e dobbiamo sempre ricordarci che non sono 5 milioni, ma ben oltre i 90 milioni, una volta e mezzo la nostra popolazione nazionale attuale.

Se davvero teniamo a far capire al mondo la grandezza della nostra Cultura che fin troppo spesso è sottovalutata all’estero, a partire dagli anglosassoni, dobbiamo agire in maniera ordinata e per poterlo fare in modo efficace dobbiamo farlo tramite gli italiani all’estero, che sono una risorsa molto più grande di quel che molti hanno capito fino ad ora.

Gli italiani nel mondo non sono solo cifre, ma persone che potrebbero essere i nostri miglior ambasciatori e promotori nel mondo e perciò dobbiamo finalmente trattarli come meritano e non solo, come fanno molti, come parenti lontani a volte un po strani.

di emigrazione e di matrimoni

Italians overseas, the Mistakes

Due to these misleading impressions during the official contacts with the Italian communities we insist on thinking that we must promote our Culture and our other products in our national language.The effect is simply that we do not consider beyond the second generation and we try to sell and promote to the 5 million registered in the AIRE and we ignore a potential market of over 90 million.

In the articles of this section about “Italians in the world” we have often spoken about the official numbers of our relatives and friends around the world but we must ask ourselves if these same numbers have not misled us, not only on how to approach this vast community but also on how to promote our products to the world, starting with our most important and prestigious product, our Culture.

During the first Estates General of the Italian Language in Florence four years ago the Under Secretary for Foreign Affairs, Mario Giro, supplied two figures that we have quoted a number of times since then. According to his ministry there are 5 million Italian citizens abroad, obviously those registered in the AIRE (Registry of Italian citizens overseas) in the respective consulates, a figure that is probably power than the reality, and 85 million descendants of Italian migrants. Seeing the many generations of Italians overseas we must think that this second figure is lower than the reality. Furthermore, Undersecretary Giro also supplied a very important third figure that we will discuss below that reinforces the message that, in all probability, as a country we are making mistakes on the many realities of the Italians overseas.

We do not intend saying that these mistakes are intentional, on the contrary, we are sure that they are not, but that does not mean we must not review how we act towards our communities in all the continents and how we can bring tens of millions closer to the country of origin of their forebears.

In considering these aspects we must start with what Italian authorities see when they visit overseas.

Misleading impressions

When an Italian politician, bureaucrat or entrepreneur visits Italian communities overseas, for any reason, meets the representatives of the various communities these people are almost always of the first generation, or at most the second generation, who speak our language well and are usually already involved in teaching our language, promoting our Culture in general or the sale of our products from tiles to weapons.

But do the people that our politician, bureaucrat or entrepreneur meets in these visits truly reflect the reality of each Italian community in the world?

The simple and cruel answer is that these impressions are misleading and the realities are much more complex.

If we consider the great wave of Italian migration after the Second World War we must bear well in mind the cruelty of time. Not only is that generation passing on to a better life but the children of that generation are already grandparents and in some cases even great grandparents. Italian migration to the countries of the Americas goes back to before the Unification of Italy in 1861 and therefore there have been more than three, four or five generations.

Put simply, these representatives, and in this we include the members of the Comites and CGIE (the representative bodies of Italian migrants), are only a minority of their overseas communities.

When we talk about passing from generation to generation we talk about people who often change surnames due to marriage with non-Italians and subsequently often discover late in life that they are descendants of Italians and we see this almost every day on the social media pages of the Italian Americans. But above all this passage of time means losing the memories of the traditions, the knowledge of their Italian origins and especially the loss of skill in speaking and understanding the Italian language that defines their origins in Italy.

The biggest mistake

Due to these misleading impressions during the official contacts with the Italian communities we insist on thinking that we must promote our Culture and our other products in our national language.

The effect is simply that we do not consider beyond the second generation (and at times not even that) and we try to sell and promote to the 5 million registered in the AIRE and we ignore a potential market of over 90 million.

One of those responsible is State broadcaster RAI that transmits TV programmes overseas only in Italian and does not supply programmes and services for those who only understand a minimum of Italian. Therefore the grandchild or great grandchild of Italian migrants does not understand RAI’s programmes that the grandparents are watching and when they decide to move away from home they do not think to include RAI as one of the pay TV channels they want to watch.

In order to correct this lack of service RAI should consider supplying programmes with subtitles in the languages of the countries of residence. At the same time supplying websites in these languages where the descendants can find details on the programmes and to be able to better understand the programmes, singers, comedians and other services supplies on the small screen. The success of RAI programmes such as La mia amica geniale (My Brilliant Friend) on Netflix overseas, with subtitles, shows this desire overseas for programmes to be supplied in this way.

This also applies to our newspapers and other means of information because supplying the reporting and services only in Italian supplies the same 5 million citizens and ignores the same potential market.

It is useless providing reportages or services if the audience does not understand them. As with RAI, the news reports must be with subtitles in at least five languages to ensure more effective coverage for the Italian communities overseas. To supply a minimum effective coverage these subtitles must be in English, Spanish, Portuguese, French and German that cover the greatest concentrations of our fellow Italians overseas.

We already imagine those who protest that it would be useless but our answer is the British BBC has been providing services in many other languages for some time.

As far as the costs are concerned, opening to the 90 million and not only the 5 million citizens the bigger international market would automatically mean having greater income from advertising than what is already being received, not only for RAI but also for our newspapers and other information services and we must wonder why their managers are not already thinking about doing this.

In making these considerations the third figure mentioned by Undersecretary Giro in Florence comes to the fore.

The third figure

The figure supplied by the experts of the Italian Foreign Affairs Ministry took into account how many people around the world who identify themselves with some aspect of our Culture. These aspects obviously included Art in general, Opera, cooking and many others.

According to these considerations 250 million people around the world are interested in some aspect of the world’s greatest Cultural Heritage.

Therefore, if we correct our mistakes of evaluation of our potential international market, the figure is no longer more than 90 million but well over 300 million.

This puts the teaching of our language around the world into another light. We are proud of fourth place as the second language taught around the world but if we truly knew how to take advantage of this huge potential international market first place would not be impossible.

We Italians say Chi non lavora non sbaglia mai (Who does not work never makes mistakes) and it would be foolish to say we are not subject to making mistakes. However, these figures and considerations should make us rethink how to deal with the theme of promoting our language, our Culture and all our products around the world.

But any future project to approach this enormous international market must start with our relatives and friends around the world and we must always remember that they are not 5 million but well over 90 million, one and a half times our current national population.

If we truly want to make the world understand the greatness of our Culture that is all too often underestimated overseas, starting with the English language countries, we must act in an orderly manner and to be able to do so efficiently we must do this through the Italians overseas who are a much bigger resource than many of us have understood up till now.

The Italians overseas are not only numbers but people who would be our best ambassadors and promoters around the world and therefore we must finally treat them as they deserve and not only, as many do, as far away relatives who are sometimes a bit strange.

Festival Rossini 2019. Un quarantesimo d’importante ricerca sul successo di un genio

Demetrio e Polibio e L’equivoco stravagante in commedia, Semiramide in tragedia

di Sergio Bevilacqua

Tre opere d’età giovanile (1811/12 e 1823, Rossini nasce nel 1792), anche se la parola “giovanile” per Rossini ha un senso speciale: il successo l’aveva reso felice addirittura prima, come semplice compositore e non ancora come operista comico e poi tragico. Tre opere magistrali, che producono la cifra di questo miracolo italiano, figlio musicale di W. A. Mozart (1756-1791) e di L. V. Beethoven (1770-1827), erede secco del primo e fortunato fratello minore del secondo. Come dire onore in vita e anima rubiconda. Tre opere che segnano il vertice della sua produzione di teatro musicale e del rispettivo genere di teatro musicale dell’epoca. Talmente grande il risultato che tutti avrebbero un problema a vedere un futuro sempre così gratificante… Per questo io non credo molto alla depressione di Rossini (o, forse, esaurimento nervoso) che i biografi collocano tra il suo quarantesimo compleanno (1832) e un orizzonte imprecisato: troppo elevato il suo profilo culturale, troppo levigata ma non dandistica la sua immagine, troppo intensa la pratica dei suoi sensi, di cui l’amicizia con Marie-Antoine Carêmeè conferma, e potremmo continuare… Pensando alle cognizioni psicoterapeutiche dell’epoca, antecedenti alla psicologia del profondo e alla sua regina, la psicoanalisi freudiana, dubito molto fortemente che i clinici dell’epoca, avveduti appena di psicologismo post-kantiano, possano avere diagnosticato correttamente “depressione” o “esaurimento nervoso”, quanto meno nel senso che gli attribuiamo oggi.

Ma spleen sì, malinconia logica forse pure: lo spaesamento del ribollire di metà XIX secolo, gli eventi perturbanti personali di Gioacchino, quali la morte della madre nel ’27, dell’amico Carême nel ’33, del padre nel ’39, dell’anima gemella del periodo fertilissimo e prima moglie Isabella Colbran, un’artista nel senso più nobile del termine, nel ’45, l’amico Gaetano Donizetti nel ‘48… Ed è proprio il ’42 l’anno nel quale, a Parigi, Baudelaire avviava la stesura dei primi testi di “Les fleurs du mal”, tra cui troneggiano gli “Spleen”, le malinconie… Insomma, se intorno l’aria non era proprio sana, va detto che è capitato a molti geni una sorta di burn-out precoce, dopo un ventennio giovanile di produzione esaltante. Ma Rossini si salva, lasciando il teatro musicale e tornando alla sola composizione. La sua arte diviene più leggera per lui: dal ’29 (ultimo lavoro operistico, il Guglielmo Tell) al ’59 è un andirivieni, prevalentemente tra Parigi e Bologna, con intervalli altrove, anche al seguito del banchiere Barone de Rotschild, “amico” comune anche a Carême. Diciamolo: un depresso non è mai una buona compagnia, nemmeno se è famosissimo come il maestro pesarese; anche la sua nuova compagna, Olympe Pélissier, una… artista, è tutt’altro che senza pretese; la spiccata mobilità non è una caratteristica dei depressi, e nemmeno un solido e curatissimo appetito e gusto creativo in cucina. Insomma, qualcuno se l’è inventata, la sua malattia nervosa. E il fatto che abbia seguito terapie documentate ugualmente non convince, visto lo stato della disciplina.

Inoltre, Rossini è conservatore nell’intimo, perché “la bellezza non conosce bandiere salvo la sua stessa” e nel1948 a Bologna anche Ugo Bassi ne riconosce l’alterità rispetto alla politica, malgrado l’avversione di una parte del popolo che induce Rossini alla fuga: lo inviterà a rientrare nella turrita dal breve auto-esilio fiorentino con un buon testo musicale per la città. Inoltre, lo schieramento del maestro de “L’italiana in Algeri” rispetto al Risorgimento italiano non è così convincente come quello di Bellini e dell’amico Donizetti, né a maggior ragione come sarà quello di Verdi. La bandiera della bellezza è però neutrale, e sventola in libertà equilibristica nella vita del pesarese, e anche questo equilibrismo è segno di salute.

È dunque significativo per il 40° anniversario del Rossini Opera Festival la scelta di queste tre opere: come aver messo un punto fermo sul grande lavoro operistico del pesarese, prima nella commedia, con “Demetrio e Polibio” e “L’equivoco stravagante”, emblematiche del genio giovane, e poi nella tragedia, con sua maestà (in vari sensi, lei, il capolavoro, il coronamento del genere tragico) “Semiramide”, del genio meno giovane.

Su cui procederemo in allargamento critico nei testi successivi.

UNICEF lancia il Rapporto “Acqua sotto il fuoco” nella Settimana mondiale dell’acqua

 Ogni bambino ha diritto all’acqua e ai servizi igienico-sanitari. Eppure, ogni giorno, centinaia di milioni di bambini ne fanno a meno.

A livello globale, in aree instabili e colpite da conflitti, 420 milioni di bambini non dispongono di servizi igienici di base e 210 milioni di bambini non hanno accesso ad acqua potabile sicura. Nell’ambito della Settimana mondiale dell’acqua, l’UNICEF lancia il Rapporto “Acqua sotto il fuoco” (“Water Under Fire”- il 1° volume di una serie), dedicato al legame tra emergenze, sviluppo e pace nelle aree instabili e colpite da conflitti.

Alcuni dati-fatti più rilevanti:

A livello globale, oltre 800 milioni di bambini vivono in 58 aree instabili e colpite da conflitti, compresi 220 milioni di bambini che vivono in 15 contesti estremamente instabili.

Coloro che vivono in contesti estremamente instabili  hanno tre volte maggiori probabilità di praticare la defecazione all’aperto; quattro volte maggiori probabilità di non avere servizi igienico-sanitari di base e otto volte più probabilità di non avere servizi di acqua potabile di base.

Nei conflitti, l’acqua non sicura può essere mortale quanto i proiettili. In media, i bambini al di sotto dei 15 anni in conflitto hanno quasi il triplo delle probabilità di morire per malattie legate all’acqua non sicura e ai servizi igienico-sanitari rispetto alla violenza diretta.  

Per i bambini più piccoli, la situazione è peggiore: i bambini al di sotto dei cinque anni hanno più di 20 volte più probabilità di morire per malattie legate all’acqua e ai servizi igienico-sanitari che per violenza diretta.  

Ulteriori dati-fatti:

Entro il 2030, l’80% tra i più poveri del mondo  vivrà in Stati instabili e colpiti da conflitti. 

Negli ultimi anni, più di 120 milioni di persone ogni anno hanno avuto bisogno di assistenza e protezione umanitaria urgente. Le crisi sono più numerose, colpiscono più persone e durano più a lungo di dieci anni fa.

Nel 2018, 70,8 milioni di persone sono state costrette a sfollare con la forza, per lo più a causa dei conflitti, – metà erano bambini.

I conflitti si protraggono sempre più a lungo, la durata media dei piani di risposta umanitaria (HRP) è aumentata da 5,2 anni nel 2014 a 9,3 anni nel 2018.

Gli attacchi ai sistemi idrici colpiscono direttamente i bambini. Quando il flusso di acqua pulita si arresta, i bambini sono costretti a fare affidamento su acqua non sicura, mettendosi a rischio di malattie, e nei conflitti, attacchi deliberati e indiscriminati distruggono le infrastrutture idriche, feriscono il personale e tagliano l’energia che mantiene in funzione i sistemi idrici. 

Il diritto all’acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari è sancito nella Convenzione sui diritti dell’infanzia. È fondamentale per la sopravvivenza di un bambino quanto il cibo, le cure mediche e la protezione. Tuttavia, da Cox’s Bazar (Bangladesh) all’Ucraina allo Yemen, crisi e conflitti prolungati portano alla privazione di questi diritti.

Nelle zone instabili e colpite dai conflitti, l’accesso all’acqua potabile è spesso compromesso; le infrastrutture sono danneggiate o in disuso, le condutture sono danneggiate e la raccolta dell’acqua è pericolosa. Senza accesso all’acqua potabile, i bambini si ammalano, le scuole e gli ospedali non funzionano, le malattie e la malnutrizione si diffondono.  

Il declino e la distruzione dei sistemi idrici e sanitari e l’insicurezza idrica sono cause sempre più diffuse di instabilità sociale, economica e politica, che minacciano la sopravvivenza, la salute e lo sviluppo dei bambini e delle loro comunità, nonché la pace e lo sviluppo a tutti i livelli.

“Le crisi legate ai conflitti diventano sempre più frequenti, colpiscono più persone e durano più a lungo.  Nelle zone estremamente instabili e colpite dai conflitti, la situazione è disastrosa per i bambini.  L’assistenza umanitaria da sola non risolverà questi problemi, ma attraverso partenariati intersettoriali possiamo costruire servizi idrici, sanitari e igienici sostenibili e resilienti che possono creare un futuro più stabile e pacifico per i bambini e le loro famiglie”, ha affermato Kelly Ann Naylor, Direttore Associato UNICEF, Acqua, sanità e igiene.  

Il rapporto presenta esempi che dimostrano come servizi per acqua e igiene  possono essere pianificati, finanziati e forniti per alleviare le sofferenze, ridurre i rischi e diminuire la vulnerabilità dei bambini e delle loro comunità su scala globale.  

Ritirato in Spagna farmaco che ha causato a 17 bambini la sindrome del lupo mannaro

Bimbi coperti di peluria: «I bambini chiamano mia figlia “scimmietta”» denuncia la mamma di una piccina di appena 22 mesi.

Allarme sanitario in Spagna per  17 casi di persone alle quali sono cresciuti peli in ogni parte del corpo, tanto da farle apparire simili ad animali. «Prima le sono cominciati a crescere i peli in faccia, poi si sono estesi gradualmente per tutto il corpo». Così Amaya, mamma spagnola di una bambina di 22 mesi, ha raccontato la trasformazione avvenuta sulla pelle della piccola. Un cambiamento terribile, che rischia di compromettere l’esistenza della piccola fin dalla prima infanzia, sopratutto perché, come donna,  dovrà sgomitare più dell’uomo per farsi spazio in una società ancora troppo maschilista. Ad attenderla c’è una salita ripida, che può diventare estenuante quando il fascino femminile è mortificato da un manto di peli. Amaya lo sa e vive nello sconforto. «Quando portiamo la bambina a giocare nel parco, i bambini più grandi, insieme ai loro genitori, la indicano e dicono “poverina, sembra una scimmietta”- ha raccontato Amaya. Ma la tragedia è un’altra. «Mia figlia è piccola, ma  già si rende conto di quello che succede»- ha aggiunto la mamma che per mesi ha assistito impotente alla trasformazione della bambina, senza riuscire a risalire alla causa. Poi ad aprile scorso la svolta. La bambina soffre di reflusso gastrico, così i genitori la portano da un gastroenterologo. Lo specialista si informa se alla piccola siano stati somministrati farmaci in passato, per trattare il problema.

La mamma rivela che la figlia per curare il reflusso prendeva da mesi uno sciroppo ordinato dal pediatra. L’efficacia di questo farmaco è garantita, o almeno così dovrebbe essere, dalla presenza di un principio attivo: l’omeoprazolo. L’assunzione di questa sostanza non comporta come effetti collaterali la crescita di peli. Dettaglio che ha insospettito il gastroenterologo il quale, dopo essersi fatto consegnare il flacone del farmaco, si è rivolto all’Agenzia Spagnola dei Farmaci (AEMPS) per farlo analizzare. L’esito dell’esame è stato sconcertante. Il medicinale all’interno del flacone, oltre all’omeoprazolo, conteneva una sostanza che non avrebbe dovuto esserci. Si tratta del “minoxidil”, un prodotto che fino agli anni ’80 era usato per curare l’ipertensione. Successivamente il Minoxil è stato impiegato per la cura dell’alopecia, a causa del suo effetto collaterale: la crescita anomala di peli. La stessa che ha colpito la figlia di Amaya, insieme ad altri 16 bambini spagnoli. Nel Paese è scattato l’allarme sanitario e, lo scorso  luglio, l’AMPEAS ha ritirato il farmaco dal commercio in tutto il territorio nazionale. Ma non è tutto. Altri provvedimenti sono partiti nei confronti delle aziende farmaceutiche coinvolte nella commercializzazione dello “sciroppo al Minoxidil”. La prima è la compagnia produttrice indiana “Smilax laboratoris Limited”, i cui prodotti sono stati confiscati. L’altra è l’azienda farmaceutica spagnola Farma-Qímica Sur, distributrice del farmaco, a cui è stata sospesa la licenza di vendita.

Gastronomia trascendentale: a Fano il XVII Festival Internazionale del Brodetto

La minestra di pesce in brodo ha la sua capitale mondiale

di Diletto Sapori.

“E lasciatemi divertire!”, diceva il poeta Aldo Palazzeschi riguardo a chi, come i poeti, mettono l’anima in ciò che fanno e magari non sono capiti…

Carissimi lettori, voi forse anche non capite il gravosissimo peso umano di chiamarsi Diletto Sapori, ed essere, non per vostra scelta ma per volontà di prepotenti genitori (ché la mamma mi volle Diletto, mentre il padre si chiamava Sapori), costretto, vita natural durante, a dilettarsi di sapori…

Quindi la fatica di affrontare un intero festival di un unico (ma è davvero unico?) cibo: il brodetto abruzzese, veneto e marchigiano, caciucco livornese o viareggino, buillabaisse a Marsiglia,ciuppin o buridda Genova, la zuppa di pesce alla siciliana, alla crotoniate, alla gallipolina, la ghiotta alla trapanese, la quatara di Porto   Cesareo, la zuppa alla portoghese con il granchio, e poi all’irlandese e alla russa, o il suquet all’andalusa ealla catalana dove il pesce prima viene fritto, o ancora la bisque francese, la dashi (Giappone), la fanesca  (Ecuador), l’halászlé (Ungheria), l’ucha (Russia), la waterzooi delle Fiandre…

Abbiate pietà, vi prego, amici di lettura: capite l’immane sofferenza del vostro Diletto?

Ma se questo è il mio destino, e virilmente l’accettassi, non resterebbe che renderlo utile a tutti, che almeno il mio… sacrificio, serva ad altri!

Veniamo, allora, a questo tappa della mia Via Crucis. Credevo che, come gli altri anni, il Festival del Brodetto si sarebbe svolto a Fano in settembre e, con l’intenzione di distrarmi da acuti impegni con le cucine emiliane, tra la sublime Clinica Gastronomica di Arnaldo (e il suo firmamento più che semisecolare di stelle Michelin) e l’eroismo del padre dei ristoratori bolognesi Palmirani nel salvare il suo Diana (dopo l’aggressione dei cotonari, che gli rubarono la vetrina), fuggii in incognito, usando il nome di Sergio Bevilacqua, nella ridente costa fanese.

Ah! Nessun impegno, finalmente! Il festival a settembre…: solo il mare e il cielo, il sole e, preziosissimo, l’anonimato!

Macché! Cartelloni mi assalirono già all’uscita dell’autostrada: il Festival mi aveva seguito e, per non darmi respiro, mi si era presentato in luglio, dal 4 al 7. Destino! Ed eccomi nuovamente di fronte all’obbligo ereditario: dilettarmi di sapori. Una maledizione.

Feci allora, come spesso, buon viso a “cattiva” (si fa per dire…) sorte, e m’immersi nei miei doveri di cronaca gastronomica trascendentale. Come sempre accade trovai aiuti, e cito i primi che la memoria mi propone: Otello Renzi, stupendo poeta del “sommelierato” e non solo, che ha curato la presentazione dei diversi Bianchello del Metauro che la “regìa” aveva disposto di abbinare ai 9 (nove) brodetti presentati, autore di un bellissimo libello di poesia enologica (insieme con Davide Eusebi, “Vini veri. Viaggio nei sensi sulle orme di Mario Soldati”) e i due conduttori Notari e Quaranta, il primo carne viva e passione, il secondo una macchina di coscienza gastronomica, efficiente motore di concetti culinari e cultura alimentare.

Ma vediamo i protagonisti:

Giorgio Barchiesi, alias Giorgione, con un brodetto che è servito da ouverture alla kermesse;

Stefano Ciotti, patron di un ristorante pesarese finalmente suo, dove la qualità gastronomica si sposa con il perfezionismo di un locale calibrato nei materiali e quindi nell’esperienza conviviale, spostata su livelli molto virtuosi e sofisticati, con il “Nostrano” di Pesaro, stellato;

Carmelo Carnevale, simpatico siciliano ambasciatore di tradizione e creatività italiana a Londra;

Flavio Cerioni, fanese d.o.c., immancabile giocatore di casa, benché pedinato dalla grande qualità del brodetto fanese del ristorante Mosquito, non presente al Festival;

Fabio Giorgini di Porto Recanati, coraggioso sfidante in duello del precedente;

Jean Pierre Soria, brodettista alla vastese, in bianco col pomodoro fresco;

Giorgio da Forno, punta di diamante della grande tradizione di pesce della laguna maranese;

Andrea Mainardi, un simpaticone allenatosi in Tivù, conosciuto come Chef Maina, lucidissimo e sapiente;

Daniel Canzian, ora milanese, ma vecchia conoscenza della montagna veneta, tra il Dolada e il Tivoli di Cortina d’Ampezzo.

Doveroso elenco: con gl’innesti d’entroterra tardo veneziano, come Mainardi di Bergamo ove il Leone di Venezia ruggiva agli Sforza, e Canzian neo milanese ma cresciuto sulle più belle Alpi dolomitiche cortinesi e dintorni, il Festival 2019 ha presentato una carrellata davvero esauriente del vero e proprio “brodetto”, nome diffuso in Adriatico per indicare la minestra di pesce in brodo, cioè quel piatto basato su un elemento liquido di base che lega pesci diversi (scelti, trovati, rimasti a seconda delle ricette e delle storie) e che si può presentare rosso (col pomodoro, ad esempio la conserva nel fanese) o bianco, come nel vastese.

Al di là dell’ex Golfo di Venezia, che condiziona l’identica definizione di “brodetto” che regge dal Friuli a Brindisi, la minestra di pesce cambia nome: “zuppa”, con un richiamo immediato alle fette di pane raffermo o anche leggermente croccante che s’inzuppano nel liquido generato dalla cottura e dalla manifattura, “cacciucco” che sembra derivare dal termine turco küçük, (che significa ‘di piccole dimensioni’), in riferimento ai piccoli pezzetti di pesce che compongono la zuppa, oppure, non senza problemi semantici, dallo spagnolo cachuco, nome di una specie di dentice, usato anche per indicare genericamente il pesce, e ci fermiamo, anche perché, come accennato sopra, da Genova al Portogallo e alla Russia la lista sarebbe lunga.

E veniamo a noi, ai brodetti del XVII festival di Fano: riporto le impressioni di questo ciclo importante, soffermandomi sugli elementi più importanti emersi. Il primo a memoria è l’ottimo uso delle spezie e degli aromi, e in particolare dello zafferano, nel brodetto di Giorgini di Porto Recanati. Il secondo è il generoso consiglio di Mainardi nella cottura della pasta di farine nobili “risottata” (mia definizione) cioè come un risotto, aggiungendo progressivamente liquidi (acqua, brodi, liquidi anche acidificanti come vino e aceti), in modo da non disperderne gli amidi, per ottenere cremosità, gusto del cereale e, alla fine, anche dell’accostamento ittico, ideale per i pesci di gusto delicatissimo. Proviene da varie fonti delle 9 suddette la importanza dello scorfano, con la sua frammista natura di pesce-crosataceo. Stefano Ciotti insiste sulle cotture differenziate dei diversi tipi di pesce, saggio principio da applicare sempre. Purtroppo, Daniel Canzian non viene ed è rappresentato con un poco di timidezza da due validi collaboratori che non lasciano molta impressione, mentre lui è un cuoco di grande carattere e di notevole esperienza di palati fini.

L’elemento internazionale, in questa edizione 2019, è lasciato al bravo Carmelo Carnevale, siciliano e portabandiera delle minestre di pesce in brodo italiche e non solo nella terra di Albione, sua capitale Londra. Ottima la sua interpretazione della Matalotta (a sua volta figlia di una zuppa francese di pesce e cipolla, di nome “matelote”) siracusana, abbinata con tartare di gambero e calamarata.

Ritorniamo da Otello Renzi per gli abbinamenti enologici: il Bianchello del Metauro è un certo tipo di Trebbiano abbastanza docile e resistente. Nato come beverino, incontra l’esperienza di una serie di cantine, tutte meritevoli (Cignano, Di Sante, Fiorini, Mariotti, Caudio Morelli, Terracruda, Fattoria Villa Ligi, Bruscia e Conventino) che lo portano a livelli di importanza inattesi. Ottime produzioni, Otello non sbaglia, ma alcune più audaci e coraggiose, ed è su queste che mi soffermo, rischiando forse di essere riduttivo: ma non sono solo io, anche il tempo è tiranno e mi son dovuto affidare al “naso”. Quindi ecco a voi 2 case: Bruscia e Conventino. Coraggio nell’andare oltre con l’invecchiamento, fino a sfidare dei grandi vini come il Gavi o lo Chablis, per entrambe le cantine. Su questo versante, soprattutto Conventino, che sgancia, in approfondimento con una mia visita, del Bianchello del 2009 e altro del 2012 sorprendendomi. Anche perché il giovane imprenditore Mattia Marcantoni, sostenuto dalla famiglia, dimostra di avere nelle sue note la padronanza completa del business e anche una notevole sensibilità enologica. Bravo. Ma anche Bruscia ha grandi qualità: la vastità della gamma, la comprensione del vino come prodotto sistemico, ove la degustazione apre a scenari diversi d’evocazione e cultura varia del territorio e di sinestesie. Ecco allora le altre arti, con eventi culturali in cantina che avvicinano a una produzione dalla storia concreta e solida, con le generazioni (Tullio e Dino, che aprono la via a Paolo, Davide, Stefano e Modestino) che lasciano strati di humus enologico che le nuove tecnologie saggiamente introdotte valorizzano, sotto l’occhio vigile di Stefano, anima della produzione.

Un Festival di grande eco mediatica sul web, di notevole spessore tecnico sui brodetti adriatici e sulle esperienze enologiche del Bianchello del Metauro, una vera scoperta in queste vinificazioni audaci e riuscite. Nonostante l’autorevole presenza apolide di Carmelo Carnevale, appare un poco allegra la definizione di Festival Internazionale: ma forse così deve essere, non prendiamoci troppo sul serio!

Il periodo appare anche azzeccato, dato un luglio fanese turisticamente appena un poco sottotono: certo, il tema è allettante e, con tutta l’attenzione che il mondo dedica alla civiltà gastronomica italiana, con un piccolo ulteriore investimento in comunicazione da parte delle istituzioni, ci si potrebbe permettere di farne un’attrazione globale e dunque dare alla economia turistica locale una briscola da giocare in bassa stagione, spingendo sull’internazionalità, sul Globale… Un Brodetto Globale che interessi un poco tutti e che, ad esempio in ottobre o novembre, richiami da tutti i continenti esponenti di questa umanità gastronomica che trova nel pesce un proprio alimento centrale e nella sua minestra in brodo una forma principe di degustazione e consumo. Sarebbe anche una buona occasione per valorizzare il contributo di sponsor come DeguStazione, in grado di fornire “vagoni” di produzioni gastronomiche diverse con elevati standard qualitativi lontani dai litorali marini e dai tempi di vacanza. L’operazione d’internazionalizzazione vera non è semplice, e prevede diversi passi progressivi: una edizione “Mediterraneo”, una successiva “Eurasia”, una ulteriore “Italo-Americana” e, forse, un’ultima “Brodetto Globale”.

Coraggio. Un programma ambizioso come questo, peraltro doveroso a questo punto, trova nella XVII edizione compiutasi del Festival Internazionale del Brodetto di Fano, un avvio davvero incoraggiante. Anche Diletto Sapori ne è convinto, perché tutto ciò che trascende la Gastronomia stretta lo interessa: altrimenti che Gastronomia… Trascendentale sarebbe, la sua?

E… lasciatelo divertire!

La strategia dei non pensanti

Visioni di una nuova Economia mondiale.

di Giuseppe Cossari e Paolo Buralli Manfredi

 

Negli ultimi quindici anni abbiamo assistito al succedersi a capo delle Nazioni del Pianeta, a parte qualche caso raro, dei totali non pensanti che a nostro avviso, sono arrivati in quei posti solo grazie ad un disegno preciso, che i veri gestori e manovratori del Pianeta stanno mettendo in atto per cambiare l’economia mondiale che abbiamo conosciuto fino a oggi.

Anche i casi delle bambine prodigio, probabilmente, fanno parte di quel disegno.  Una per tutte Greta, che ha sensibilizzato milioni e milioni di giovani e meno giovani sul tema del surriscaldamento del pianeta e la produzione eccessiva d’inquinamento globale.

In realtà la spinta data alla piccola Greta dal Sistema e venduta come anti Sistema, e questo è un pezzo del disegno che ai gestori del mondo serve per ridisegnare l’economia mondiale che per esaurimento fisiologico, dovrà inevitabilmente cambiare e diventare un altro mostro per la produzione di potere e denaro.

Ovviamente, per poter controllare un cambio economico servono degli specifici passi: il primo passo, è convincere le popolazioni che la globalizzazione ha fallito e che il ritorno al “regionalismo” è la formula migliore per riportare la classe media al benessere perduto durante gli anni di globalizzazione.

In realtà quando si crea una nuova economia, bisogna renderla, almeno all’inizio controllabile da qui, il posizionamento delle pedine che sarcasticamente chiamiamo non pensanti. Tutta la campagna di comunicazione di Trump fu condotta con la visione di un ritorno all’isolamento e a quell’affermazione detta più volte come un mantra “America First”, era la prima fase per convincere la classe media Americana che incominciare ad uscire dalla globalizzazione li avrebbe riportati ad essere benestanti. Poi di seguito, ed è ancora in atto, la guerra dei dazi che servirà a tutelare le aziende che si convertiranno alla Green Economy ed alla produzione alimentare vegetale.

I pilastri della nuova economia si fonderanno su due precisi campi di sviluppo, il primo l’energia pulita o “Green Economy”, il secondo sul cambio d’alimentazione delle future generazioni.

La Green Economy e le nuove tecnologie legate ad essa, saranno il primo motore del nuovo sistema economico mondiale che permetterà di riportare masse di lavoratori, oggi disoccupati parziali o totali al lavoro, e di conseguenza anche tutte le riconversioni aziendali da qui al 2050 ( ricordatevi questa data) aiuteranno tutte le economie dei paesi industrializzati, che attualmente hanno dei grossi problemi con il PIL interno.

Invece, la conversione dei modelli di alimentazione delle future generazioni è partita con la creazione dei nuovi mezzi di comunicazione, il primo passo che il Sistema doveva compiere era l’auto distruzione e quindi, creare una comunicazione massiccia contro se stessi, cosa facilissima grazia all’appoggio dei Social Network.

Ed in effetti sono parecchi anni che sui social girano e gireranno, video violenti che trattano la tortura ed il maltrattamento degli animali, l’inquinamento a trecentosessanta gradi e le indicazioni per porre fine a questo scempio.

La continua presa di coscienza soprattutto dei più giovani, che sono naturalmente i più influenzabili, continuerà a creare quelli di cui il Sistema avrà bisogno per il cambiamento di un’intera economia globale, cioè: “ I futuri portatori del verbo, nonché i nuovi clienti!”, stiamo parlando dei Vegetariani, Vegani, Fruttariani!

Ovviamente il cambio di una produzione mondiale che si sposterà dalle produzioni animali a quelle vegetali, avrà bisogno di creare le basi per una clientela che conterà miliardi di persone, e qui arriviamo alle vicende degli altri non pensanti messi ai posti giusti, per costruire il futuro Sistema produttivo che dovrà ingrassare le nuove economie del mondo, economie ovviamente di Sistema, che cambia soltanto il pelo ma nell’essenza e nel comando rimangono totalmente invariate!

Il Presidente del Brasile e la sua idea di deforestazione aiutata dagli ultimi roghi, cui si dovrà indagare sul come si siano innescati, cambieranno morfologicamente quell’area che, casualmente, dovrà essere convertita in area agricola produttiva. I non pensanti che si susseguono a capo delle Nazioni del Continente Africano stanno svendendo anno dopo anno le terre Africane alle future Company che diventeranno i produttori dei nuovi prodotti vegetali per la nuova economia mondiale. Giusto un inciso, ovviamente queste continue vendite che in Africa vengono fatte a blocco, vale a dire con tutto quello che c’è dentro compreso uomini, donne e bambini, sono parte in causa delle immigrazioni di massa che stanno mettendo a dura prova tutti i paesi che si affacciano sul Mediterraneo e l’Europa intera, che ancora oggi non ha trovato una soluzione congiunta per questo problema e che secondo noi non la troverà mai!

2050, qui sopra abbiamo scritto di non dimenticare questa data, lo abbiamo detto, perché nel mantra della piccola Greta questa data è fondamentale ed è usata per dare un tempo a tutti i Governi, ricordate, in ogni discorso esce che, se entro il 2050 non si porrà rimedio, il mondo finirà!

Ecco, la nostra versione per quanto sopra scritto è che entro il 2050 l’economia mondiale avrà abbandonato gran parte della vecchia economia, carbone, petrolio,  gas eccetera, per mettere a regime la nuova, basata sulle fonti rinnovabili e il cambio alimentare.  Forse chi scrive i discorsi alla piccola ecologista Greta intende la fine del mondo come la fine di un economia che ci ha accompagnato per più di cento anni, (https://thedailycases.com/greta-thunberg-e-i-diritti-negati-alla-sua-adolescenza/) e che morirà in quella data per far spazio al nuovo ordine mondiale che per istinto di sopravvivenza sta cambiando l’economia del mondo intero!

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