Osservatorio Nazionale Amianto per la Giornata Mondiale delle Vittime

La fibra killer provoca in Italia 6 mila morti all’anno, urge guerra alle lobby per messa a bando globale

Si è svolta due giorni fa ufficialmente la “Giornata Mondiale delle Vittime dell’Amianto” che coinvolge, nel nostro Paese, circa 125 milioni i lavoratoriancora oggi esposti alla fibra killerche provoca non meno di 107.000 decessi ogni anno (stime OMS), di cui circa 6.000 solo in Italia.

Ma la guerra al killer silenzioso non può essere vinta senza il coinvolgimento di tutti i Paesi del mondo, come la Cina, in assoluto il paese maggiore consumatore di amianto, seguito da Russia, India, Kazakhstan,Brasile, Indonesia, Tailandia, Vietnam, e Ucraina.

Le lobby sono state così influenti da impedire la messa al bando globale dell’amianto che è rimasta una semplice raccomandazione, un auspicio inascoltato delle Nazioni Unite, pur con l’evidenza di una strage annunciata, silenziosa ed evitabile, che purtroppo proseguirà anche nei prossimi decenni.

Nonostante sia stato messo al bando nel 1992 l’amianto continua ad uccidere, perché si trasforma in fibre invisibili che, inalate ed ingerite, causano con assoluta certezza scientifica mesotelioma, tumore del polmone, tumore della laringe, dello stomaco e del colon. Per non parlare dei danni respiratori che causa, anche quando non insorge il cancro (placche pleuriche, ispessimenti pleurici, asbestosi e complicanze cardiocircolatorie): 1.900 di Mesotelioma; 600 per Asbestosi; 3.600 per Tumori polmonari. L’amianto provoca, inoltre, anche altre patologie neoplastiche (tumore della faringe, della laringe, dello stomaco, delle ovaie e del colon retto).

Spesso possono bastare anche esposizioni non elevate per provocare l’insorgenza del mesotelioma e delle altre patologie tumorali asbesto correlate.

Il picco di mesoteliomi e di altre patologie asbesto correlate si verificherà tra il 2025 e il 2030 e poi inizierà una lenta decrescita. In Italia, ci sono ancora 40 milioni di tonnellate di materiali contenenti amianto, di cui 33 milionicompatto e 8 milioni friabile. Ci sono un milione di siti contaminati, di cui almeno 50mila industriali, e 40mila siti di interesse nazionale. L’ONA ha segnalato la presenza di amianto in 2.400 scuole (stima 2012 per difetto perché tiene conto solo di quelle censite da ONA in quel contesto – la stima è stata confermata dal CENSIS – 31.05.2014). Esposti più di 352.000 alunni e 50.000 del personale docente e non docente; 1.000 biblioteche ed edifici culturali (stima per difetto perché è ancora in corso di ultimazione da parte di ONA); 250 ospedali (stima per difetto perché la mappatura ONA è ancora in corso). La nostra rete idrica rivela presenza di amianto per ben 300.000 km di tubature (stima ONA), inclusi gli allacciamenti, con presenza di materiale contenenti amianto rispetto ai 500.000 totali (tenendo conto che la maggior parte sono stati realizzati prima del 1992, quando l’amianto veniva utilizzato in tutte le attività edili e costruttive).

Per evitare nuove esposizioni alla fibra killer e quindi il rischio di incidenza per nuovi cittadini vittime potenziali urgeavviare una bonifica globalecon la messa in sicurezza di tutti i siti contaminati, un piano di prevenzione primaria, la sorveglianza sanitaria con dei controlli periodici, e la ricerca scientifica, per una maggiore efficacia delle terapie e cure (prevenzione secondaria). Devono essere intensificate anche le tutele previdenziali e risarcitorie (prevenzione terziaria), per permettere, oltre al ristoro dei danni, anche di valutare l’esatta portata di questa strage. L’Osservatorio Nazionale Amianto, presente in tutte le regioni di Italia con sedi territoriali, ha costituito uno sportello amianto online cui si può accedere dal sito www.osservatorioamianto.comattraverso il quale chiedere l’assistenza tecnica (per le bonifiche), medica (per la diagnosi, prevenzione e cura delle patologie asbesto correlate) e legale, per ottenere il riconoscimento delle prestazioni previdenziali INPS (prepensionamento), INAIL (rendita diretta e di reversibilità) e per i militari e i dipendenti del comparto sicurezza il riconoscimento di causa di servizio e vittima del dovere, e il risarcimento dei danni.

WOODSTOCK 50 anni di pace, amore e musica

A Roma, venerdì 3 maggio al Teatro Studio – Auditorium Parco della Musica.  Uno spettacolo di racconti, suoni e visioni con la speciale partecipazione di Andrea Mirò

In occasione del 50° anniversario del Festival di Woodstock, Ezio Guaitamacchi torna a Roma con uno spettacolo dedicato alla leggendaria tre giorni di pace, amore e musica. Appuntamento venerdì 3 maggio, alle ore 21, al Teatro Studio “Gianni Borgna” dell’Auditorium Parco della Musica di Roma. Sul palco anche la cantautrice Andrea Mirò.

Nell’agosto del 1969, in una fattoria a nord di New York, mezzo milione di giovani danno vita alla prima, grande tre giorni di “pace, amore e musica” che diventa famosa semplicemente con il nome di “WOODSTOCK”, la madre di tutti i Festival.

Su un palco di legno, in mezzo al verde delle Catskill Mountain, si esibiscono star affermate come Jimi Hendrix, Joan Baez, The Who, Janis Joplin e Sly Stone,

Ma pure nomi nuovi del rock anglo/americano destinati, dopo quella performance, a diventare autentiche leggende della musica del 900 come Joe Cocker, Carlos Santana, Crosby, Stills & Nash, Arlo Guthrie.

Ma com’è iniziato tutto? Perché proprio a Woodstock? Cosa c’entravano Martin Scorsese e Abbie Hoffman? Chi era Elliot Tiber e perché qualcuno ha detto che ha salvato il Festival? Dov’era Bob Dylan? E davvero Jimi Hendrix ha suonato di fronte a poche migliaia di spettatori?

A questi e a tanti altri quesiti risponde Ezio Guaitamacchi, critico musicale, autore e conduttore radio/televisivo, musicista, docente, performer e storyteller. Con un racconto avvincente, pieno di dettagli accurati, curiosi aneddoti e stravaganti coincidenze, Ezio fa rivivere il più famoso Festival rock della storia trasportando lo spettatore indietro nel tempo e ricostruendo minuziosamente tutti i fatti che hanno reso leggendario il nome di WOODSTOCK. Guaitamacchi ha arrangiato, in chiave minimalista (voce e chitarra acustica) una manciata di brani epocali (da Woodstocka Freedom) che accompagnano la storia e che vengono interpretati da BRUNELLA BOSCHETTI, vocalist passionale, che con Ezio collabora da diversi anni, ed insieme a lei per questi due spettacoli la speciale partecipazione di Andrea Mirò.

Su un grande schermo, alle spalle degli artisti, verranno proiettati filmati e immagini storiche che renderanno  lo spettacolo ancor più affascinante ed evocativo.

UNICEF: oltre 300.000 bambini venezuelani in Colombia hanno bisogno di assistenza umanitaria.

3,7 milioni di venezuelani hanno lasciato le loro case per andare in Brasile, Colombia, Ecuador, Perù e altri paesi della regione.  Circa 1,2 milioni di loro sono in Colombia. Più di 130.000 bambini venezuelani sono oggi iscritti nelle scuole di tutta la Colombia. Quasi 10.000 di questi studenti si trovano nella città di confine di Cúcuta e quasi 3.000 di loro si recano ogni giorno dal Venezuela per andare a scuola. 

Almeno 327.000 bambini venezuelani vivono come migranti e rifugiati in Colombia. Secondo l’UNICEF, senza un maggiore sostegno, la loro salute, istruzione, protezione e benessere saranno in pericolo.
La situazione economica e politica del Venezuela ha portato circa 3,7 milioni di venezuelani a lasciare le loro case per  andare in Brasile, Colombia, Ecuador, Perù e altri paesi della regione.  Circa 1,2 milioni di loro sono in Colombia, dove spesso vivono in comunità ospitanti vulnerabili con risorse già limitate. 
“In un momento in cui il sentimento anti-migranti sta crescendo in tutto il mondo, la Colombia ha generosamente tenuto le sue porte aperte ai suoi vicini venezuelani”, ha detto Paloma Escudero, Direttore della Comunicazione dell’UNICEF che ha appena terminato una missione di quattro giorni a Cucuta, sul lato colombiano del confine con il Venezuela. “Mentre sempre più famiglie prendono la dolorosa decisione di lasciare ogni giorno le loro case in Venezuela, è tempo che la comunità internazionale intensifichi il suo sostegno e aiuti a soddisfare i loro bisogni primari. Non possiamo permettere che la generosità diminuisca”. 

Sul ponte Simon Bolivar tra Colombia e Venezuela, Escudero ha parlato con le famiglie che ogni giorno fanno il viaggio per cercare cure mediche, portare i loro figli a scuola e portare cibo e altri beni di prima necessità alle loro famiglie. “Ho incontrato una madre che ha l’epilessia ed è incinta di otto mesi. Aveva bisogno di venire in Colombia per fare le visite prenatali e proteggere la sua salute e la salute del suo bambino”, ha detto Escudero. “Per la maggior parte delle famiglie, la decisione di andarsene è solo una misura di ultima istanza”. Visitando un centro sanitario sostenuto dall’UNICEF vicino al confine, Escudero ha incontrato mamme e bambini che hanno viaggiato per ore per sottoporsi a visite prenatali, vaccinare i loro figli o richiedere cure mediche gratuite.
La Colombia offre anche istruzione gratuita ai bambini migranti provenienti dal Venezuela. Più di 130.000 bambini venezuelani sono oggi iscritti nelle scuole di tutta la Colombia, rispetto ai 30.000 del novembre dello scorso anno. Quasi 10.000 di questi studenti si trovano nella città di confine di Cúcuta e quasi 3.000 di loro si recano ogni giorno dal Venezuela per andare a scuola. 
“La gravissima situazione in Venezuela ha lasciato molti genitori senza altra scelta se non quella di perseguire opportunità di istruzione per i loro figli al di là del confine”, ha detto Escudero. “Ho visto centinaia di studenti attraversare Cúcuta alle prime luci dell’alba, sotto una pioggia battente, per andare a scuola. Questa dedizione all’apprendimento da parte di genitori e studenti è una lezione di impegno, perseveranza e determinazione per tutti noi”.

L’UNICEF sta lavorando a stretto contatto con altre agenzie umanitarie, autorità nazionali e locali, organizzazioni non governative e comunità colombiane per fornire ai bambini migranti e ai bambini delle comunità ospitanti salute, nutrizione, istruzione e protezione. Le azioni finora intraprese comprendono il sostegno a team sanitari mobili, la creazione di spazi a misura di bambino per il sostegno psicosociale e la prevenzione della violenza, la fornitura di acqua potabile sicura e servizi igienico-sanitari, la promozione di pratiche igieniche, la creazione di spazi didattici protettivi, la distribuzione di materiale scolastico, la formazione di insegnanti e l’offerta di supporto nutrizionale.

Nasce il Milano Marittima International Jazz Festival  

Nasce il Milano Marittima International Jazz Festival: dal 27 al 29 giugno 2019 Milano Marittima ospita la prima edizione della rassegna ideata da CELS Group in collaborazione con Comune di Cervia e Pro Loco di Milano Marittima.  Tre gli artisti di fama mondiale in cartellone: Incognito (27 giugno); Nik West (28 giugno) e Paolo Fresu + Jazz Inc. Quartet e Orchestra Rimini Classica.

Dal 27 al 29 giugno, dunque, le notti di Milano Marittima risuoneranno delle note del grande jazz, non solo sul palco principale, ma anche in diversi locali della città che ospiteranno concerti live di musicisti del territorio, per una serie di eventi off di grande qualità. La selezione artistica gestita da CELS Group, poi, garantisce una diversificazione di temi all’interno del main-stream jazz: Acid Jazz (Incognito), Funk Jazz (Nik West) e Jazz tradizionale (Paolo Fresu).

“La scelta di dare vita a un festival jazz non è casuale – spiegano gli organizzatori – ma pensata allo scopo di portare in una città, nota
ben oltre i confini nazionali, musica di alto livello rendendola accessibile a turisti e residenti in un periodo dell’anno che, storicamente, registra un alto numero di presenze”. Il palco sarà allestito sulla Rotonda I Maggio, cuore pulsante della vita notturna e dello shopping di Milano Marittima: 700 le sedute previste, per un totale di 2100 post a sedere nelle tre serate.

GLI ARTISTI

INCOGNITO: Gruppo musicale britannico, considerati tra i primi a proporre il genere Acid Jazz, gli Incognito sono stati fondati nel 1979 da Jean-Paul “Bluey” Maunick che a tutt’oggi resta il leader della band in cui negli anni si sono progressivamente alternati diversi
musicisti. Nel 1991, con l’album Inside Life e nel 1992 con l’album seguente Tribes, Vibes + Scribes, si fanno conoscere dal pubblico internazionale, anche grazie alla cover del brano Don’t You Worry ‘Bout a Thing, di Stevie Wonder. Ad oggi rimangono una delle band di riferimento mondiale dell’Acid Jazz. A loro è affidata la serata di apertura del 27 giugno.

NIK WEST: Di lei Dave Stewart (Eurithmics) ha detto: “è la versione femminile di Lenny Kravitz”, mentre Prince la descriveva così:
“Una grande presenza sul palco, lei è fonte di ispirazione come lo furono Sheila E e Rosie”. Lei è Nik West, bassista, cantante, performer considerata unica nel suo genere, capace di collezionare le più importanti copertine delle riviste musicali. Sul palco salirà accompagnata dal suo basso e dal suo coloratissimo mohawk, il prossimo 28 giugno, promettendo di regalare uno show indimenticabile tra funky, soul e, ovviamente, jazz.

PAOLO FRESU + Jazz Inc. Quartet e Orchestra Rimini Classica: Paolo Fresu è il trombettista jazz italiano più famoso nel mondo. In occasione del Milano Marittima International Jazz Festival, nella serata del 29 giugno, porta sul palco il progetto “MileStory”: un tributo a Miles Davis che intende celebrare uno dei musicisti più rappresentativi della storia del jazz, capace di passare indenne attraverso le varie epoche, gli stili e le mode caratteristiche del genere. Il progetto, cui partecipano  Jazz Inc. Quartet e Orchestra Rimini Classica (per un totale di 35 musicisti sul palco), rende omaggio alla figura di Miles Davis, un innovatore in grado di anticipare con le sue scelte lo stile che avrebbe fatto tendenza tra musicisti e pubblico.

Roma, ‘Ricordo dei senatori di Fiume Riccardo Gigante e Icilio Bacci’

Ognuno vive finché ricordato…L’incontro in programma per  il 3 maggio presso la Sala dell’ISMA al Senato, è organizzato dalla Società di Studi Fiumani- Archivio Museo storico di Fiume presieduta dal prof. Giovanni Stelli, segretario generale Marino Micich

Oltre 650 furono i fiumani italiani uccisi dalle autorità comuniste jugoslave dopo il 3 maggio 1945 a guerra ormai  finita, la maggior parte senza processo e senza una dignitosa sepoltura. La Società di Studi Fiumani vuole ricordare nell’ambito del Senato della Repubblica le figure dei due senatori fiumani, Riccardo Gigante e Icilio Bacci, vittime della polizia segreta jugoslava dopo il 3 maggio 1945, giorno dell’occupazione militare di Fiume da parte delle truppe del Movimento Popolare di Liberazione Jugoslavo. Tra i tanti di cui non è stato possibile ritrovare le spoglie, solo il 7 luglio 2018 sono state riesumate a Castua, nei pressi di Fiume, da una fossa comune le salme di sette connazionali. Tra i resti figurano quelli del senatore Riccardo Gigante. A tali episodi violenti fece seguito l’esodo massiccio dei fiumani dalla loro città all’interno della quale a guerra finita si svolse una vera pulizia etnica a danno degli italiani.

L’iniziativa della riesumazione era all’ordine del giorno dal 2015 al tavolo di Governo richiesto da Federesuli. Per il buon fine dell’ini-ziativa, molto importante è stata l’azione condotta presso le autorità governative croate dal nostro Ministero degli Affari Esteri, dall’Ambasciata italiana a Zagabria e dal Consolato Generale d’Italia a Fiume.

Quest’anno la Società di Studi Fiumani con il suo Archivio Museo storico di Fiume (riconosciuto dalla legge del Giorno del Ricordo del 2004) ha organizzato e ha partecipato a oltre 30 conferenze presso istituti scolastici e vari istituti storici.  Il 3 maggio p.v. sarà l’occasione per condividere nel Ricordo di tante sofferenze  i valori della Pace e della Memoria.

Durante l’incontro il labaro dell’Associazione Caduti senza croce con il medagliere. Saranno presenti i rappresentanti di Onorcaduti, alcuni presidenti di associazioni d’arma, tra cui quella dei Granatieri di Roma, importanti personalità del mondo politico, accademico e  della cultura, la presenza della presidente del Comitato ANVGD di Roma prof.  Donatella Schurzel, come anche ci sarà la partecipazione di un gruppo di studenti del Convitto Nazionale accompagnati dalla prof. Stefania Buccioli e del Liceo scientifico Aristotele accompagnati dalla prof.ssa Maria Ballarin. ‘Il nostro futuro sono questi giovani che hanno seguito nella ricorrenza del Giorno del Ricordo le nostre conferenze’ ha spiegato Marino Micich che nel coinvolgimento delle scuole individua la necessità di non perdere la memoria di accadimenti così dolorosi nel corso del tempo. 

Assieme agli illustri relatori in programma e al Senatore Maurizio Gasparri, che da decenni segue con passione e partecipazione le vicende fiumane e degli esuli giuliano-dalmati, sarà ricordato il sacrificio di molti cittadini di e per Fiume italiana. Un grazie particolare dagli organizzatori al Maestro Francesco Squarcia. Saluti sono stati inviati dall’ Ambasciatore d’Italia a Zagabria, dall’Ambasciata di Croazia e dalla Presidente del Senato Sen. Alberti Casellati è giunta una lettera beneaugurale all’iniziativa.  

“La Fleur – Il Fiore Proibito” un’esperienza immersiva tra pubblico ed attori

Francesco Formaggi, Alessandro D’Ambrosi e Riccardo Brunetti sono gli autori di “LA FLEUR – IL FIORE PROIBITO” un’esperienza totalizzante di teatro immersivo dove attori e pubblico condividono azione e scena. Teatro Garbatella. Piazza Giovanni da Triora, 15

di Andrea Cavazzini

“La Fleur – Il Fiore Proibito” rappresenta un modo diverso dall’abituale di fruire di una drammaturgia di uno spettacolo,  sicuramente più efficace di quello tradizionale. Un grande lavoro che coinvolge oltre 30 bravissimi attori che si alternano ogni sera, che vede al centro della storia le vicende della spregiudicata famiglia Andolini, i “padroni di Roma” eredi della banda della Magliana. , tra affari loschi e corruzione.

Grazie agli spazi del Teatro Garbatella trasformati in vero e proprio set cinematografico dove la cura del dettaglio è maniacale e nulla è lasciato al caso. Straordinario il lavoro di Ilaria Passabì, insieme a Raffaele Settembre e Martino Gianninco unitamente ai costumi di Sandra Albanese e lo splendido gioco luci curato da Simone Palma. Storie e personaggi si intrecciano, lasciando al pubblico la libertà di seguire le proprie intuizioni nella storia che gli viene raccontata senza ricorrere al palcoscenico e alla platea.

Una storia che si gioca su più livelli tra il bar, stanze diverse, laboratori di raffinazione, scale, dove lo spettatore all’inizio spaesato viene catapultato in una dimensione malavitosa che all’inizio fa difficoltà a metabolizzare; è difficoltoso seguire la trama perché risulta complesso rimanere in contatto con uno solo dei personaggi, si è puntualmente distratti da un’altra vicenda che si svolge nella stanza affianco o nel cortile.

Poi gli eventi prendono il sopravvento e capita improvvisamente di essere “agganciato” da una convincente chimica che promuove “viaggi multidimensionali” alla ricerca di ottimi “promoter” per ampliare il business. Nella cerchia di “gentiluomini e gentildonne “ fanno bella mostra anche un assessore capitolino e due ispettori di polizia al soldo della famiglia Andolini. 

Una rivoluzione copernicana della Quarta Parete, ma anche il sottile gusto del voyeurismo che si impossessa di ogni singolo spettatore che celato dietro una mascherina segue le vicende che animano la storia, tra delinquenti incalliti, corrotti e vittime. Per quasi tre ore l’ebbrezza di sentirsi dentro un film di Tarantino o di De Palma chiari riferimenti degli autori di “LA FLEUR”, prende il sopravvento in un quadro a tinte noir strizzando l’occhio al Pulp e il sottile gioco psicologico invita a esplorare, rincorrere e incuriosire lo spettatore.

La prima sessione di spettacoli terminerà questa sera alle ore 20.30 per riprendere giovedì 2 fino a venerdì 19 maggio.

Prenotazioni: cell. 388.815.11.80

Stati Uniti d’Europa. Tra sogno e realtà

I cittadini europei non possono partecipare alle elezioni nazionali di un Paese UE di cui non hanno la nazionalità, anche se vi risiedono da anni. Contraddizione o necessità?

Se un italiano risiede da 30 anni in Germania, ha il diritto di partecipare alle elezioni nazionali tedesche? Ed un portoghese che lavora da decenni in Francia, rispettando le leggi dello Stato, può recarsi alle urne per scegliere il futuro presidente transalpino?  In tutti e due i casi, la risposta è “no”. Ogni cittadino dell’Unione Europea, che risiede in un Paese UE di cui non ha la nazionalità, può “votare” o “candidarsi” alle elezioni municipali ed europee. A stabilirlo è l’articolo 22 del Trattato di Funzionamento dell’Unione Europea (TUFE). La norma non menziona le elezioni regionali e nazionali, per la cui partecipazione è necessario essere cittadini del Paese dove gli appuntamenti elettorali si svolgono. In pratica, significa che solo i cittadini italiani possono votare alle elezioni nazionali e regionali italiane. Lo stesso vale per gli altri Stati UE. «Ma cosa significa essere cittadino europeo se vivi in un altro Stato membro e non hai gli stessi diritti degli altri?»- ha chiesto, durante un’intervista al giornale  francese The Local,Philippe Cayla, direttore generale dell’emittente Euronews e promotore di “Leave Me Vote” (Lasciami votare). Si tratta di una campagna che cerca di sensibilizzare le istituzioni dell’UE, affinché diano ai cittadini europei la possibilità di partecipare alle elezioni regionali e nazionali degli Stati membri in cui risiedono, pur non avendone la nazionalità. Al momento l’obiettivo di Leave Me Vote sembra ben lontano dall’essere raggiunto. Tutte le Costituzioni dei Paesi europei legano il concetto di sovranità nazionale al voto espresso dai loro popoli. Ad esempio, l’articolo 1 della Costituzione italiana stabilisce che “la sovranità appartiene al popolo (italiano) che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”; l’articolo 3 della Costituzione francese afferma che “la sovranità nazionale deve risiedere nel popolo (francese), che la esercita attraverso i suoi rappresentanti e il referendum; l’articolo 2 della Costituzione spagnola stabilisce che “la sovranità nazionale risiede nel popolo spagnolo”. Questi esempi permettono di capire come l’Unione Europea sia nata e si sia sviluppata tra le diverse, ed ancora radicate, identità nazionali degli Stati membri.

Tale situazione, però, non ha impedito ai cittadini dell’UE di godere di considerevoli vantaggi rispetto agli extracomunitari. Ad esempio, i cittadini europei hanno il diritto di spostarsi ovunque nell’Unione Europea e di risiedere in ogni Stato Membro; sono liberi di studiare e lavorare in ogni Paese UE e di essere visitati dai loro cari, senza che a questi ultimi venga richiesto un visto per viaggiare. Dopo aver risieduto per cinque anni in una nazione dell’UE, i cittadini europei posso richiedere la residenza permanente. Lo stesso diritto è riservato ai pensionati. Gli abitanti dell’Unione sono abituati a godere di questi benefici, che a volte possono apparire scontati. Ma non lo sono affatto ed è per tale ragione che Barack Obama, quando era presidente degli USA, ha definito l’Unione Europea “il più grande progetto politico della storia”. In quest’ottica, conferire alla cittadinanza europea lo stesso valore di quella nazionale potrebbe essere visto come un ulteriore sviluppo del “più grande progetto politico della storia”. Se tale passo avanti fosse compiuto, l’articolo 22 del TUFE contemplerebbe anche la possibilità, per i cittadini europei, di votare alle elezioni nazionali e regionali degli Stati membri dove risiedono e di cui non hanno la nazionalità. Ma uno scenario del genere è davvero possibile? Le attuali circostanze sembrano suggerire una risposta negativa. La lunga crisi economica, che attanaglia l’Europa da dieci anni, ha favorito il risorgere dei nazionalismi in tutto il vecchio continente. Da un capo all’altro dell’UE prendono sempre più piede i partiti cosiddetti “sovranisti”.

Queste forze politiche, oltre a considerare l’Unione Europea come un ostacolo alla sovranità dei singoli Paesi,la vedono come un ente che impone agli  Stati dell’Unione oneri economici incompatibili con gli interessi nazionali. È emblematica la frase di un video elettorale realizzato dai partiti pro-Brexit, nel 2016, in occasione del referendum: “Ogni settimana il Regno Unito manda 350 milioni di pound ai contribuenti degli altri Paesi dell’UE. Questo è il costo di un nuovo ospedale completamente attrezzato”.  Oltre il 51% degli elettori del Regno Unito ha votato a favore della Brexit. In un momento in cui l’euroscetticismo imperversa  nel vecchio continente, rivedere il concetto di sovranità nazionale farebbe risultare impopolare qualunque governo europeo. Per ora  l’articolo 22 del TUFE sembra destinato a rimanere così com’è.

I Pilastri della Famiglia – The Pillars of the Family

di emigrazione e di matrimoni

di emigrazione e di matrimoni

I Pilastri della Famiglia

In molti modi i veri pilastri delle famiglie italiane erano e sono le madri.

Di Gianni Pezzano

Quando abbiamo parlato della famiglia degli emigrati italiani nell’ultimo articolo (https://thedailycases.com/le-famiglie-infrante-the-splintered-families/) abbiamo lasciato a parte un dettaglio particolare delle nostre famiglie che è spesso dimenticato quando si parla della Storia dell’Emigrazione Italiana.

Il maschio che partì per trovare un lavoro all’estero è quasi sempre il punto di riferimento delle ricerche, però, non erano i maschi che tenevano insieme le famiglie nelle terre nuove e che tramandavano ai figli e poi i nipotini le tradizioni e anche la lingua che permette loro di identificarsi come italiani.

In molti modi i veri pilastri delle famiglie italiane erano e sono le madri, non solo nelle cucine e negli orti per preparare i pranzi, le cene e i prodotti di famiglia che tutti conosciamo, ma erano anche quelle che seguivano di più gli studi dei figli, che insegnavano ai figli la basi della religione e che erano la prima persona che i figli cercavano dopo gli inevitabili scontri a scuola non solo con i coetanei, ma spesso anche con insegnanti a causa delle loro origini.

Rito e Spezie

Uno dei ricordi più forti della mia gioventù erano gli aromi del rito annuale del maiale. Non nel senso dell’odore della carne e le budella che mio fratello odiava, ma nel senso della fase finale di tutta la procedura, la preparazione delle salsicce.

Lei preparava attentamente le spezie che venivano seccate, secondo le tradizioni del suo paese nel Sud Pontino. Il pepe, peperoncino, i semi di coriandolo e finocchio venivano macinati e aggiunti insieme al sale. Poi, la sera metteva un campione della miscela di carne macinata e spezie in padella per friggere per assicurare il gusto giusto e di solito ci volevano tre o quattro piccole padellate per ottenere la   miscela giusta. Quegli aromi riempivano la casa e il gusto particolare delle salsicce era l’accompagnamento perfetto per i broccoli, per preparare sughi e poi con pane fresco quando seccati e messe sotto sugna per conservarle per le occasioni e le visite speciali.

Abbiamo avuto la fortuna sempre di aver avuto case con terreno sufficiente per far orti che producevano verdure fresche e adatte anche da mettere sott’olio e/o aceto, come i carciofi, le melanzane e i peperoni, che inevitabilmente riempivano i nostri panini per il pranzo a scuola.

Purtroppo, quella stagione non c’è più in casa nostra, però i ricordi rimangono forti e mi accompagneranno fino al giorno che raggiungerò di nuovo i miei genitori.

Quello era solo un modo con il quale noi figli di emigrati italiani abbiamo imparato che siamo diversi dai nostri coetanei in Australia. Però, non dobbiamo cadere nel tranello eterno di farci identificare solo dal nostro cibo come fanno molti.

Dante Alighieri

Nel mio caso voleva dire andare il sabato mattina (in Australia non ci sono lezioni di sabato) in una classe per lezioni della lingua italiana organizzate dalla Società Dante Alighieri. Nei giri in centro con mamma era lei che comprava i fumetti di Topolino che erano le mie prime letture vere in italiano.

Come nelle altre famiglie italiane dell’ondata post seconda guerra mondiale, era mia madre e le moglie dei nostri amici e pochi paesani che organizzavano le feste dopo le prime comunioni e cresime. Erano loro spesso che preparavano i vestiti speciali per le figlie e portavo noi maschi ai negozi per i vestiti giusti per le occasioni.

Sabato sera, e non raramente la domenica, c’erano le cene e i pranzi con compari e paesani e i loro figli. La tavole piene dei prodotti di casa e i profumi dei dolci fatti in casa. Alla fine dei pasti i maschi andavano in salotto per parlare di lavoro, calcio o altri soggetti, magari anche per partite di scopa, briscola o tresette. Le mogli rimanevano in cucina dopo aver lavato i piatti tutte insieme per parlare degli ultimi sviluppi in casa, notizie dall’Italia, oppure in molti casi, modi per poter avvicinare il figlio di una con la figlia di un’altra nella speranza di unire le famiglie.

Scuola

I padri erano sempre impegnati a lavoro. Nel caso di mio padre e zio che lavoravano insieme per anni ha voluto dire che andavano via per fare lavori in compagna per una settimana o due alla volta, perché pagava di più e allora mia madre e zia (zio e zia vivevano con noi allora) tenevano a bada casa e figli. Perciò erano le madri che tenevano le famigli unite.

Quando c’erano problemi a scuola erano le madri che sapevano tutto e andavano agli insegnanti per sapere dei problemi, oppure per capire i motivi di qualche brutto voto. Erano le madri che ci portavano dai medici per le visite e controlli quando eravamo malati, ed erano quasi sempre le madri che capivano se i figli avessero problemi che nascondevano ai genitori.

Ma in un caso particolare, erano i padri che decidevano per la famiglia e le madri, almeno pubblicamente, dovevano far finta d’essere d’accordo col marito, ma certamente nella stanza da letto dicevano le loro opinioni sull’accaduto.

Le figlie

Inevitabilmente, per tutte le famiglie, i figli arrivano al punto di cercano la libertà personale. Per i figli delle ondate post belliche, le famiglie erano nella stragrande maggioranza di origine rurale, spesso provenienti da piccoli villaggi e paesi e quindi con un atteggiamento particolare verso le figlie. Dobbiamo specificare che in questo caso non c’erano differenze regionali tra le regioni meridionali e quelle del Veneto e il Friuli.

Di solito i figli avevano una libertà che non era permesso alle loro sorelle. I maschi uscivano in gruppi per fare quel che potevano, le figlie dovevano rimanere in casa e quelle poche volte che potevano uscire erano ben controllate, e non era insolito vedere madri accompagnare le coppiette nei loro appuntamenti.

A decidere questo non era quasi mai la madre, ma il padre. Solo anni dopo abbiamo capito che l’atteggiamento del padre dipendeva dal proprio passato, ma da giovani non potevamo capire che anche i nostri genitori e zii una volta erano stati giovani in cerca degli stessi divertimenti. Ed erano le madri che tenevano la pace in casa.

Ma con il tempo questo è cambiato, qualche circolo italiano cominciava a organizzare serate per i giovani e questi erano considerati luoghi “sicuri” dove lasciare le figlie per qualche ora. Poi, le ragazze hanno capito che se uscivano in gruppo di cugine i genitori, anzi i padri, pensavano che sarebbero state meno propense a seguire i loro istinti naturali.

Cosi son iniziati i primi veri passi dei figli nel loro nuovo paese di nascita ed è stata la fine di quel periodo dove le famiglie vivevano davvero in due mondi. In casa con la lingua e le tradizioni dei genitori, e a scuola e poi lavoro dove si interagivano sempre di più con non italiani e magari eventualmente sposavano non il figlio del compare o il paesano, ma qualcuno con un cognome strano alle orecchie italiane.

A sorvegliare questi cambi di tradizioni e usanze all’interno delle famiglie erano quasi sempre le madri che più dei padri capivano da vicino che i loro figli dovevano fare parte del loro paese di nascita, a tutti gli effetti. Poi le madri sono diventate le nonne che hanno passato ai nipotini alcuni degli aspetti del loro passato, e quindi sono state le nonne ad assicurare che i loro discendenti avrebbero matenuto parte della loro identità italiana nel nuovo paese di residenza.

Queste poche parole dimostrano che in tutti i sensi i pilastri del cambiamento da famiglia italiana a famiglia italo-australiana, italo-brasiliana, italo-americana, ecc sono le donne. Per questo motivo dobbiamo tenere vivi questi ricordi degli sforzi dei milioni di madri e donne italiane in giro per il mondo e quindi ripetiamo il nostro appello ai lettori di inviare le loro storie per assicurare che i loro ricordo duri il più possibile.

Inviate le vostre storie a: gianni.pezzano@thedailycases.com

 

di emigrazione e di matrimoni

The Pillars of the Family

In many ways the true pillars of Italian families were, and still are, the mothers

By Gianni Pezzano

When we spoke of the family of Italian migrants in the last article (https://thedailycases.com/le-famiglie-infrante-the-splintered-families/) we left aside a specific detail of our families that is often forgotten when we talk about the history of Italian migration.

The men who left to find work overseas are almost always the point of reference of the research, however, the men were not the ones who kept the families together in the new lands and who passed on to the children and grandchildren the traditions and also the language that allowed them to identify themselves as Italians.

In many ways the true pillars of Italian families were, and still are, the mothers. Not only in the kitchens and in the gardens to prepare the lunches and dinners and the family’s products that we all know but they were also the ones who most closely followed the children’s studies, who taught the children the basics of religion and who were the first person the children looked for after the inevitable clashes at school not only with the other students but often also with the teachers due to their origins.

Rite and spices

One of the strongest memories of my childhood was the aromas of the annual ritual of the pig. Not in the sense of the smells of the meat and the innards that my brother hated but in the sense of the final phase of all the procedure, the preparation of the sausages.

She carefully prepared the spices that were dried according to the traditions of her town in the south of the Lazio region. The pepper, chilli and the coriander and fennel seeds were ground and added together with the salt. Then in the evening a sample of the mix of minced meat and spices was thrown into a pan to be fried to ensure the right flavour and it usually needed two or three small pans full to achieve the right mix. These aromas filled the house and the special flavour of the sausages were the perfect accompaniment for broccoli, to prepare sauces and then with fresh bread when dried and put into dripping to preserve them for special occasions and visits.

We were lucky that we always had houses with enough room for a garden that produced fresh vegetables that were suitable for preserving in oil and/or vinegar, such as the artichokes, eggplants, and capsicums (peppers) that inevitably filled our sandwiches for school lunches.

Sadly that season has ended in our home, however, the memories are still strong and will accompany me until the day I will be together with my parents once more.

That was only one way that we children of Italian migrants learnt that we are different from our peers in Australia. But we must not fall into the trap of identifying ourselves only by our food as many do.

Dante Alighieri

In my house this meant going to lessons of Italian organized by the Dante Alighieri Society on Saturday mornings. In our trips into the city centre with Mamma she was the one who bought the Topolino (Italian name for Mickey Mouse) comics that were my first real readings in Italian.

Just like the other Italian families of the post Second World War migration, my mother and the wives of our friends and the few paesani, people from the same towns, were the ones who organized the celebrations for the First Communions and Confirmations. Often they made the special dresses for the daughters and took the sons to the shops to buy the right outfits for the occasions.

Saturday evenings and often on Sundays there were the dinners and lunches with the compari (the sponsors on the occasions) and the paesani with their children. At the end of the meals the men went into the lounge to talk about work, football or other subjects and maybe to play card games. The wives stayed in the kitchen after having washed the dishes together to talk about the latest developments, news from Italy or, in many cases, ways to bring the son of one closer to the daughter of another in the hope of uniting the families.

School

The fathers were always busy at work. In the case of my father and uncle who worked together for years this meant they went to work in the countryside for a week or two at a time because it paid more and so my mother and aunt (my uncle and aunt lived with us then) looked after the house and children. And so the women kept the family together.

When there were problems at school the mothers were the ones who knew everything and went to the teachers about problems, or to understand the reasons for a bad grade. The mothers were the ones who took us to the doctor for the checkups when we were sick and almost always the mothers knew if the children had problems that they hid from their parents.

But in one specific case, the fathers decided for the family and the mothers, at least in public, had to pretend they agreed with the husbands, but in the bedroom they surely stated their opinions on what happened.

The daughters

Inevitably and in all families, the children reach the point they look for more personal freedom. For the children of the post war waves of migration the majority of families came from rural backgrounds, often from small villages and towns and therefore there was a particular attitude towards the daughters. We must explain that in this case there were no regional differences between the southern regions of Italy and the Veneto and the Friuli.

Usually the sons had a degree of freedom that was not allowed for the daughters. Although the sons went out in groups to do what they could, the daughters had to stay at home and the few times they could go out they were well controlled and it was not unusual to see mothers accompanying young couples on their dates.

It was almost never the mothers who decided this, but the fathers. Only years later we understood that the attitude of the father depended on their own past but when we were young we could not understand that our parents and uncles and aunts had also been young once and looked for the same entertainment. And the mothers were the ones who kept the peace at home.

But over the years this changed, some Italian clubs began organizing evenings for the young people and these were considered “safe” places where they could leave the daughters for a few hours. And then the girls understood that if they went out as a group of female cousins the parents, or rather the fathers, thought they would be less likely to follow their natural instincts.

In this way the children began their first true steps in their country of birth and it was the end of the period in which the families lived in two worlds. At home with the language and traditions of the parents and at school and then at work where they interacted more and more with non Italians and maybe eventually married not the son of the compare or paesano, but with someone with a surname that sounded strange to Italian ears.

Watching over these changes of traditions and habits within the families were almost always the mothers who understood much more than the fathers that their children had to be part of their country of birth, in every way. And then the mothers became the grandmothers who passed on to their grandchildren some of the aspects of their past and therefore were the ones who ensured that their descendants will keep part of their Italian identity in their country of residence.

These few stories show that in every way the pillars of the change of Italian families into Italo-Australian, Italo-Brazilian, Italian-American, etc, families are the women. For this reason we must keep alive these memories of the efforts of millions of Italian mothers and grandmothers around the world and therefore we repeat our appeal to readers to send in their stories to ensure that they live for as long as possible.

Send your stories to: gianni.pezzano@thedailycases.com

Villaggio per la Terra: giornata dedicata all’innovazione e alla sostenibilità

Innovazione e sostenibilità grandi protagoniste della seconda giornata del Villaggio per la Terra, in programma fino al 29 aprile al Galoppatoio di Villa Borghese nell’ambito del 49° anniversario dell’Earth Day Italia.  

Ricerca ed attenzione per l’ambiente, nuovi modelli economici, inclusione e visione: di questo si è parlato nel corso del Talk “R-Innovare lo sviluppo, l’innovazione per lo sviluppo sostenibile”, che ha visto confrontarsi  imprenditori e decision makers. «Da un anno abbiamo puntato all’innovazione inclusiva – sottolinea Laura Aria, Direttore generale per gli Incentivi alle Imprese del Ministero dello Sviluppo Economico – con incentivi che dovrebbero aumentare la competitività del Paese. Dal 2021 al 2026 saranno tutti orientati in questa direzione».

«In Italia migliorano significativamente gli indicatori della banda larga per le famiglie – dice Giulio Lo Iacono, membro del Segretariato ASviS – ma ancora troppo poco rispetto alla media europea ed in più c’è una maggiore intensità di emissioni di CO2 dell’industria manifatturiera. Questo ci suggerisce che dobbiamo accelerare il tasso di innovazione del sistema economico e ricordarci che la vera innovazione è quella che consente di progredire simultaneamente sul piano economico, ambientale e sociale». Le aziende però devono fare la loro parte. «Si può fare. Basta volerlo – spiega Luca Morari, Amministratore Delegato di Ricola Italia – il nostro settore Ricerca e Sviluppo, in Svizzera, non è un freddo laboratorio ma un grande giardino, dove i tecnici studiano nuovi incroci di erbe».

«Il ruolo delle grandi aziende di telecomunicazioni – afferma Massimo Angelini, Direttore Public Affairs, Internal & External Communication di Wind Tre – non è più soltanto quello di essere ‘costruttori di reti’ o fornitori di connettività.  Nel nuovo scenario aperto dalla Digital transformation, oggi è fondamentale che le Telco anticipino gli sviluppi della tecnologia e contribuiscano a raggiungere gli obiettivi di sostenibilità attraverso il digitale. Wind Tre, da tempo impegnata in questa direzione ha pubblicato il rapporto ‘L’innovazione digitale per gli SDG’s, di cui è prevista a breve una seconda edizione: si tratta di uno studio partecipato sullo scenario attuale e futuro per il raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, grazie alle nuove tecnologie. Le città intelligenti saranno il focus delle nuove applicazioni e dei nuovi servizi, disponibili grazie al 5G e alle infrastrutture digitali».  Tema condiviso anche da Gabriele Ferrieri, Presidente dell’Associazione Nazionale Giovani Innovatori: «Lavoriamo per costruire le Smart Cities del futuro e questo passa necessariamente per il rispetto dell’ambiente».

«Innovare vuol dire attivare nuovi processi: grandi corporate, giovani, startup possono generare un nuovo modo di fare», è l’opinione di Luciano De Propris, Program Manager di Open Italy, Consorzio Elis.  

Nel pomeriggio è stata inoltre presentata la ricerca “Economia Circolare, la rivoluzione per produrre e consumare in maniera sostenibile”, realizzata da Markonet per ConsumerLab, secondo cui il 51% degli intervistati crede che l’Economia Circolare sia utile, il 37% conosce bene la materia, il 33% poco mentre il 44% ritiene che l’Italia sia all’avanguardia. «La maggior parte dei consumatori – spiega Francesco Tamburella, Coordinatore di ConsumerLab –considera ancora la sostenibilità come fatto ambientale e riduce l’EC alla raccolta differenziata. Più che disinformazione su questo tema c’è carenza di informazione».

Per ulteriori informazioni: http://www.villaggioperlaterra.it

2018. L’anno più violento della storia del Messico con oltre 34mila omicidi

Tra le vittime ci sono più di ottocento donne. La media dei femminicidi è di nove al giorno. Il governo crea una “super polizia” per combattere la criminalità.

Il 2018 è stato l’anno più violento della storia del Messico  con 34.202 omicidi, una media di 94 al giorno. Tra le vittime ci sono 864 donne. Se uscire di casa può essere pericoloso per un uomo, lo è ancor di più per una donna. I femminicidi avvengono con una frequenza di 9 al giorno. L’ondata di violenza sembra inarrestabile, specie se si pensa che il 2014 si era chiuso con un numero di omicidi pari a  12.096 vittime, una cifra di gran lunga inferiore a quella dell’anno scorso. Nell’arco di 4 anni le morti violente sono aumentate del 74% e gli esperti stanno cercando di capire quali siano le cause che hanno portato a quella che nel Paese centroamericano viene ormai chiamata “crisi di sicurezza”.  Uno dei fattori  considerati dagli esperti, per analizzare il fenomeno, è l’impunità. In Messico solo 5 casi di omicidio su 100 vengono risolti, tutti gli altri restano senza un colpevole. Perché? La polizia messicana è tra le più corrotte del mondo ed è spesso collusa con la criminalità organizzata legata al narcotraffico. Si tratta di un fenomeno dilagante, la cui entità è stata resa tangibile da un episodio di cronaca avvenuto l’anno scorso e riportato dai media internazionali. Nella località balneare di Acapulco, situata nello Stato federale messicano di Guerrero, diverse unità dell’esercito, dotate di supporto aereo, hanno preso il controllo delle stazioni di polizia locale, disarmato gli agenti all’interno ed arrestato alcuni comandanti per presunti legami con la criminalità organizzata. La maxi operazione è stata lanciata dopo che ad Acapulco, nel 2017, si sono verificati 12.096 omicidi, la stragrande maggioranza dei quali rimasti senza un colpevole. Lo Stato di Guerrero è tra i più violenti del Messico e spesso molti agenti della polizia locale, sottopagati, non addestrati e mal equipaggiati, preferiscono “lavorare” per i narcotrafficanti in cambio di ‘mazzette’ allettanti  e regali. La situazione è analoga in altre zone del Paese, per questo il nuovo presidente del Messico, Andrés Manuel López Obrador, salito al potere a dicembre del 2018, ha fatto approvare in Parlamento la creazione di un nuovo corpo di polizia che ha il nome di “Guardia Nazionale”. L’obiettivo di Obrador è quello di formare un corpo di polizia incorruttibile, composto da membri dell’esercito, della polizia militare, navale e  dagli agenti della polizia federale, che verrà rimpiazzata completamente nel giro di 18 mesi.

La Guardia Nazionale, che conterà oltre 100.000 agenti effettivi, dovrà operare nelle aree più critiche del Paese e sostituire la troppo corrotta polizia locale, in attesa che venga riformato completamente l’organico. I reati di competenza della “Guardia Nazionale” sono vari. Si va dal traffico di esseri umani al furto d’auto; dall’estorsione al narcotraffico. Sono di competenza della Guardia Nazionale anche le indagini sui casi di sequestro e la vigilanza delle infrastrutture strategiche come autostrade, porti e aeroporti. A capo di questo nuovo organo di sicurezza, il presidente messicano ha nominato il generale dell’esercito Rodrigez Bucio, ai cui uomini sono stati conferiti ampi poteri. Come la possibilità di ricorrere, in caso di reati gravi e previa autorizzazione del giudice, ad intercettazioni telefoniche e di condurre operazioni di intelligence. Insomma, la creazione di un “super corpo di polizia” è la ricetta proposta da Obrador per tentare di arginare la “crisi di sicurezza”, un problema che tormenta milioni di messicani. Ma le critiche al progetto non mancano, specie da parte delle associazioni per i diritti umani. In un comunicato rilasciato recentemente, Human Right Watch ha sottolineato come “le forze armate siano fatte per la guerra e non per la pubblica sicurezza”. In effetti, la maggior parte degli agenti della Guardia Nazionale sono militari, addestrati a combattere il nemico e ad eliminarlo se necessario. Il poliziotto non opera sui campi di battaglia ma nei centri abitati, tra i civili e,per tale ragione,ha una preparazione ed una forma mentis  diversa da quella del soldato. A coloro che lo accusano di voler “militarizzare” le forze dell’ordine, Obrador ha risposto evidenziando un dato condiviso da gran parte dell’opinione pubblica messicana: i soldati sono gli unici ad avere l’equipaggiamento e la preparazione necessaria per fronteggiare i narcotrafficanti, dotati di armi pesanti e veicoli corazzati. Tale osservazione però non è bastata a rassicurare gli scettici, preoccupati da possibili violazioni dei diritti umani. Non è la prima volta che il Messico ricorre ai soldati per combattere la criminalità. Già nel 2006, l’allora presidente messicano Felipe Calderón aveva fatto approvare in Parlamento la “legge di sicurezza interna”, che conferiva all’esercito il compito proprio della polizia. A distanza di 13 anni, la violenza nel Paese è tutt’altro che diminuita. In alcuni casi le operazioni condotte dai militari contro il crimine organizzato, si sono concluse con esecuzioni extragiudiziali di massa. Tre anni fa nella località  messicana di Tanhuato, un gruppo di militari ha catturato alcuni banditi al termine di una sparatoria. Gli uomini in divisa hanno fatto fuoco su 13 prigionieri colpendoli alle spalle. Un altro è stato torturato ed un altro ancora è stato bruciato vivo. Subito dopo i cadaveri sono stati trasportati lontano dal luogo della strage ed “armati”, in modo da simulare un secondo conflitto a fuoco.

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