Salute
Vaccini, carne rossa e disinformazione: quando i numeri vanno contestualizzati -Vaccines, Red Meat, and Misinformation: When the Numbers Need to Be Put in Context
Vaccini, carne rossa e disinformazione: quando i numeri vanno contestualizzati
di Marco Andreozzi
Negli ultimi giorni è circolato sulle reti sociali un video che sostiene che “1.715 persone dichiarate morte come non vaccinate (Covid-19) sarebbero in realtà decedute entro le prime due settimane dalla prima dose”, definendo la situazione “horror” (chissà perché in inglese) e lasciando intendere un presunto insabbiamento su scala nazionale. L’ennesimo contenuto dal tono allarmistico che merita però alcune precisazioni. Al momento non esistono prove credibili che confermino l’accusa formulata nel video. Le autorità sanitarie, infatti, classificano come “non vaccinati” i soggetti deceduti entro un determinato intervallo temporale dalla prima dose – generalmente circa 14 giorni – perché in quel lasso di tempo il sistema immunitario non ha ancora sviluppato una protezione significativa. Si tratta di una prassi statistica adottata a livello internazionale per evitare errori di interpretazione dei dati. Tale classificazione non implica un nesso causale tra vaccino e decesso. Ad ogni modo, sulle caratteristiche dei vaccini mRNA servono probabilmente ancora dati di lungo periodo per trarre conclusioni equilibrate. L’augurio è che si continui a fare ricerca in questo campo.
Il fatto è che il dibattito sui rischi sanitari raramente viene contestualizzato. Prendiamo ad esempio l’alimentazione. Il ferro-eme, presente in abbondanza nella carne rossa e negli insaccati, è coinvolto in processi ossidativi che possono produrre radicali liberi e molecole come l’acqua ossigenata nelle cellule del colon. Se l’esposizione è cronica e prolungata, questi meccanismi sono associati, qui con certezza, a danni al DNA e a processi infiammatori che contribuiscono alla carcinogenesi. Dati epidemiologici indicano che il consumo quotidiano di carne processata è associato a un aumento relativo del rischio di morte per tumore del colon e patologie cardiovascolari stimato intorno al 15%. Su un campione ipotetico di un milione di persone con un rischio base di mortalità del 10% in dieci anni (100.000 decessi), un aumento relativo del 15% equivarrebbe a 115.000 decessi. Anche ridimensionando le stime o considerando solo la quota direttamente attribuibile, si parla comunque di migliaia di casi su larga scala. Il paragone, pur con tutte le cautele del caso, evidenzia come il consumo regolare elevato di insaccati abbia un impatto sulla mortalità enormemente superiore rispetto al rischio attribuibile ai vaccini mRNA: un caso su un milione, per i dati ufficiali ad oggi.

È innegabile che l’influenza delle grandi aziende farmaceutiche nel sistema sanitario sia oggetto di dibattito. Tuttavia, la critica deve basarsi su dati verificabili e contestualizzati. Video virali che presentano numeri senza spiegazioni chiare rischiano di interpretare in modo parziale – e quindi fuorviante – dati reali, trasformandoli in narrazioni sensazionalistiche. La libertà di espressione resta un valore fondamentale e non negoziabile, ma la responsabilità nell’uso dei dati lo è altrettanto. Quasi quarant’anni fa, in USA (Kansas), chi scrive visitò quella che veniva presentata come una fabbrica “modello”: in realtà, un allevamento intensivo di suini, confinati in file interminabili di gabbie metalliche. Un’immagine che ancora oggi invita a riflettere sulle abitudini alimentari e sulle loro conseguenze. Oltre ai maltrattamenti e alla soppressione degli animali, se si parla di salute pubblica, vale la pena guardare all’insieme dei fattori di rischio: fumo, obesità, dieta ricca di carni processate. In quest’ultimo caso, poi, il Segretario alla Salute dell’amministrazione USA, Kennedy Junior, un ‘no-vax’ definito ‘complottista’, ha ultimamente pubblicato una nuova catena alimentare ‘sana’ che presuppone anche la carne bovina, di fatto classificata “probabilmente cancerogena” dall’Agenzia Internazionale per la ricerca sul cancro (AIRC).

Possibile influenza delle grandi aziende dell’agroalimentare statunitensi? Chissà, e tuttavia chi punta il dito contro presunti pericoli vaccinali senza un solido supporto scientifico raramente dichiara, ad esempio, se conduca uno stile di vita altrettanto rigoroso sul piano della prevenzione: come minimo, sia vegetariano e non fumatore. Insomma, demonizzare e polarizzare le posizioni è probabilmente una modalità comunicativa evitabile. Un bel sigaro (Toscano, Montecristo) ogni tanto può valer la pena. Un buon salame di qualità? A volte, se artigianale. Analogamente nella scelta del pesce, dove molti esperti consigliano il pesce azzurro più piccolo (alici dell’Arcipelago Toscano, aringhe d’Olanda), che fa bene al cuore: ha vita breve e occupa i livelli più bassi della catena alimentare, quindi un minore accumulo di mercurio, che negli ambienti acquatici può trasformarsi in metilmercurio, una forma tossica per l’organismo umano. E quest’ultimo suggerimento è postabile anche sulle reti sociali.
Vaccines, Red Meat, and Misinformation: When the Numbers Need to Be Put in Context
by Marco Andreozzi
In recent days in Italy, a video has been circulating on social media claiming that “1,715 people declared unvaccinated (COVID-19) dead actually died within the first two weeks of the first dose,” calling the situation “horror” (written in English, who knows why) and suggesting a nationwide cover-up. This is yet another alarmist content that deserves some clarification. Currently, there is no credible evidence to support the accusation made in the video. Health authorities classify as “unvaccinated” those who die within a certain time frame after the first dose—generally about 14 days—because in that time, the immune system has not yet developed significant protection. This is a statistical practice adopted internationally to avoid misinterpretation of data. This classification does not imply a causal nexus between vaccine and death. In any case, long-term data on the characteristics of mRNA vaccines are probably still needed to draw balanced conclusions. The hope is that research in this field continues.
For a fact, the debate over health risks is rarely put into context. Take diet, for example. Heme iron, abundant in red meat and cured meats, is involved in oxidative processes that can produce free radicals and molecules such as hydrogen peroxide in colon cells. If exposure is chronic and prolonged, these mechanisms are associated with DNA damage and inflammatory processes that contribute to carcinogenesis. Epidemiological data indicate that daily consumption of processed meat is associated with an estimated 15% increased relative risk of death from colon cancer and cardiovascular disease. In a hypothetical sample of one million people with a baseline mortality risk of 10% over ten years (100,000 deaths), a 15% increase in relative risk would equate to 115,000 deaths. Even if we scale back the estimates or consider only the directly attributable share, we are still talking about thousands of large-scale cases. The comparison, even with all due caution, highlights how regular, high consumption of cured meats has a far greater impact on mortality than the risk attributable to mRNA vaccines: one case in a million, based on official data to date.

It’s undeniable that the lobbying of big pharmaceutical corporations on the healthcare system is a matter of debate. However, criticism must be based on verifiable and contextualized data. Viral videos presenting numbers without clear explanations risk interpreting real data in a biased—and therefore misleading—way, transforming them into sensationalized narratives. Freedom of expression remains a fundamental and non-negotiable principle, but so is responsible use of data. Nearly forty years ago, in Kansas-USA, your scribe visited what was presented as a “model” factory: in reality, it was an intensive pig farm, the swines confined in endless rows of metal cages. This image still today prompts reflection on eating habits and their consequences. In addition to animal abuse and butchering, when discussing public health, perhaps it’s worth looking at the entire spectrum of risk factors: smoking, obesity, and a diet rich in processed meats. In the latter case, then, US administration Secretary of Health, Kennedy Junior, an ‘anti-vaxxer’ who has been described as a “conspiracy theorist,” recently published a new “healthy” food chain that also presupposes beef, de facto considered “probably carcinogenic” by the International Agency for Research on Cancer (IARC).

A possible lobbying of large US agri-food corporations? Who knows, and yet who point the finger at alleged vaccine dangers without solid scientific support rarely disclose, for example, whether they lead an equally rigorous lifestyle in terms of prevention: at the very least, be a vegetarian and a non-smoker. In conclusion, demonizing and polarizing positions is probably an avoidable communication method. A nice cigar (strong Toscano, Montecristo) every now and then might be worth it. A good, quality (Italian) salami? At times, if artisanal. Similarly when choosing fish, as many experts recommend the smaller oily fishes (anchovies from the Tuscan Archipelago, Dutch herring), which are beneficial to the heart: they have a short lifespan and occupy the lowest levels of the food chain, thus resulting in lower mercury accumulation, which in aquatic environments can transform into methylmercury, a toxic form for the human body. And this last tip can be posted on social media, too.

Marco Andreozzi, è Dottore in Ingegneria Meccanica, Economia/Amministrazione (Politecnico di Torino). Tecnologo industriale e specialista del settore energetico, proviene da esperienze professionali in cinque multinazionali in Italia e paesi extra-europei, e come direttore generale da un quarto di secolo; nomade digitale dal 2004 al 2019, e’ sinologo, parla correntemente il mandarino e in Cina e’ stato docente a contratto.
Marco Andreozzi, is a Doctor in Mechanical Engineering, Economics/Administration (Polytechnic of Turin). Industrial technologist and specialist in the energy sector, he comes from professional practices in five corporates in Italy and non-European countries, and as managing director for a quarter of a century; digital nomad from 2004 to 2019, he is a sinologist, speaks fluent Mandarin and was a visiting professor in China.
