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Per L’Erma di Bretschneider uno splendido volume,“Zungri. Archeologia di un villaggio rupestre medievale nel territorio di Vibo Valentia”

Titty Marzano

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Le ricerche del funzionario archeologo del Ministero della Cultura, Santino Alessandro Cugno. e dell’archeologa, Rosalba Piserà, forniscono una lettura scientifica del sito archeologico.

Entrambi membri del Centro Studi sull’Habitat rupestre di Zungri e della Calabria, Santino Alessandro Cugno, funzionario archeologo del Ministero della Cultura e specialista in insediamenti rupestri di epoca medievale, e Rosalba Piserà, archeologa calabrese e disegnatrice, perito esperto in archeologia giudiziaria, hanno effettuato ricerche sulle “grotte degli sbariati”.

Quello che ci restituiscono, con prefazione di Maria Teresa Iannelli, già direttore archeologo della Soprintendenza Archeologica della Calabria, e presentazione di Carmela Crescenzi, docente dell’Università di Firenze nonché esperta di architettura rupestre, è un volume in cui i dati sono presentati in modo preciso e scientifico evidenziando una storia ben diversa da quella sinora conosciuta.

Considerate fino a poco tempo fa opera e dimora di monaci basiliani, provenienti dall’oriente, i nuovi studi proposti legano il grande insediamento rupestre di Zungri alla civiltà e all’attività contadina. Un villaggio quindi e non un eremo.

Dottoressa Piserà cosa vi ha spinto a ricercare oltre quanto è stato già detto in precedenza, e da dove parte la vostra collaborazione?

Il mio interesse per questo straordinario sito archeologico, nasce in seguito ad una missione di scavo a cui partecipai nel 2006, organizzata e diretta dalla prof.ssa Adele Coscarella dell’Università della Calabria, dove curai personalmente gran parte della documentazione grafica di scavo. Grazie all’esperienza maturata direttamente, decisi di realizzare la mia prima tesi di laurea su questo sito rupestre. Questo lavoro di ricerca, sebbene molto rudimentale, è stato il punto di partenza per i nuovi studi che sono confluiti in questo libro.

Solo nel 2019 in seguito ad un incontro che si è svolto a Zungri, io e il dott. Santino Alessandro Cugno abbiamo deciso di realizzare uno studio più dettagliato delle “grotte degli Sbariati”. Abbiamo iniziato confrontandoci su questo sito archeologico, del quale volevamo mettere in risalto le principali caratteristiche, raccogliendo nuova documentazione scientifica destinata a una migliore comprensione del fenomeno rupestre medievale.

L’idea iniziale era quella di pubblicare un breve articolo su qualche rivista scientifica ma, lavorando, ricavammo tanto di quel materiale che sarebbe stato peccato sacrificare le informazioni e il materiale grafico e fotografico solo per poche pagine.

Cosi, in un crescente entusiasmo, il nostro lavoro è stato proposto e si è materializzato in una pubblicazione edita dalla prestigiosa casa editrice “L’Erma di Bretschneider”.

Una superficie insediativa notevole, circa 3000 mq.,  come sono stati realizzati i rilievi delle grotte e quanto tempo è stato necessario?

Già nel 2004 e 2005, durante le prime ricognizioni, ci rendemmo conto della vastità di questo sito. L’area insediativa occupa una superficie molti ampia in cui emerge da un crinale molto ripido, sui cui terrazzamenti si distribuiscono circa 40 unità ad uno o più vani, di diverse dimensioni, forme e destinazione d’uso, nonché un articolato impianto di sfruttamento delle risorse idriche, costituito da vasche a cielo aperto e canalette connesse tra di loro, a testimonianza di un uso articolato tra la vita quotidiana dell’insediamento e le sue attività produttive.

Durante una ricognizione archeologica fu  realizzato, attraverso l’uso del Gps e della stazione totale,  un primo censimento delle grotte. I dati acquisiti furono poi collocati su un modello tridimensionale ricavato da una carta dell’istituto geografico militare, così da aver chiara la collocazione nello spazio delle reali unita rupestri esistenti.

Nel 2006 avemmo questa occasione durante lo scavo, di utilizzare un laser scanner, che è  uno strumento  in grado di misurare ad altissima velocità la posizione di centinaia di migliaia di punti, immaginate una nuvola di punti, per definire la superficie degli oggetti circostanti.

Ma, per quanto i nuovi metodi tecnologici ci aiutino tantissimo nel lavoro ed offrano prestazioni straordinarie, molti rilievi sono stati eseguiti a mano con il tradizionale metodo della trilaterazione, utile per poter rilevare spazi irregolari perchè è essenziale, per un archeologo, interpretare correttamente il contesto da rappresentare.

L’area che oggetto di scavo, ossia la zona dove si concentrano le vasche per la raccolta dell’acqua, è stata interamente rilevata a mano, mentre gran parte dei rilievi delle unità rupestri di questo libro sono stati ridisegnati in autocad a partire da disegni realizzati dall’architetto Sandro Donato e pubblicati nell’ambito di un progetto di sviluppo sostenibile per la provincia di Vibo Valentia nel 1998.

 

Il disegno è stato rivisto con la visione archeologica, perché un rilievo archeologico differisce nei particolari da un disegno architettonico.

Il rilievo ha un’ importanza fondamentale per l’analisi, lo studio e la ricostruzione delle strutture, non è una fotografia della realtà ma è il frutto di un’ interpretazione che seleziona alcuni elementi significativi in mezzo agli innumerevoli segni che compongono la visione del manufatto, qualunque esso sia, un semplice coccio, un edifico o una grotta.

Dott. Cugno, il reimpiego delle grotte in epoca successiva e l’alterazione della loro fisionomia originaria quanto ha reso complesso il vostro lavoro? Quali sono state le modifiche sostanziali del sito dall’epoca greca e/o bizantina a quella medievale?

Il fenomeno del reimpiego delle cavità artificiali e l’alterazione della loro fisionomia originaria è un fenomeno tipico di tutti gli insediamenti rupestri, in particolar modo di epoca medievale. L’osservazione autoptica dei villaggi rupestri siciliani, pugliesi e lucani mi ha permesso di acquisire esperienza necessaria per identificare con una certa facilità tutte quelle tracce legate alla trasformazione delle strutture rupestri nel corso dei secoli.

Grazie ai rilievi realizzati dalla dott.ssa Rosalba Piserà è stato possibile documentare, analizzare e interpretare in maniera analitica e approfondita tutti i principali elementi che ci hanno consentito di ricostruire lo sviluppo cronologico e funzionale delle principali unità rupestri dell’abitato.

Nel caso specifico di Zungri, in particolare, abbiamo potuto accertare l’esistenza di una serie di silos per  la conservazione del grano, verosimilmente di epoca tardo antica, che è stata riutilizzata come abitazioni, stalle, magazzini e attività produttive, in una fase avanzata del medioevo e in epoca moderna.

L’area insediativa, solo in un secondo momento, probabilmente in una fase inoltrata del Medioevo, divenne un abitato “strutturato” vero e proprio. Perché vivere in grotta dottoressa Piserà?

La scelta di vivere in grotta nel medioevo risponde a molteplici necessità. Le ragioni della scelta di vivere all’interno di cavità naturali e/o di escavazioni artificiali, nei lunghi secoli della Tarda Antichità e del Medioevo, alla luce dei nuovi dati raccolti sembrano rispondere in realtà a varie e più complesse esigenze, per le quali costituisce elemento discriminante di lettura la geomorfologia dei diversi territori di pertinenza: necessità economiche (scavare il tufo era meno costoso e richiedeva conoscenze tecniche meno sofisticate che erigere edifici in muratura); insicurezza sociale; volontà di isolamento rispetto al sistema viario-insediativo principale; ricerca di mimetizzazione nell’ambiente naturale, per una migliore possibilità di difesa contro attacchi, invasioni e pericoli esterni. La Calabria presenta indubbiamente un altissimo numero di testimonianze rupestri, la maggior parte delle quali, sinora, ritenute erroneamente,  eremi basiliani.

Dottor Cugno dai suoi studi, che riguardano i siti rupestri della maggior parte del meridione, ritiene che possiamo aspettarci in futuro una lettura totalmente differente per molti dei siti nella nostra Regione?

In Calabria lo studio degli insediamenti rupestri di epoca tardo antica e medievale si trova sostanzialmente ancorato ad uno stadio iniziale: le poche ma importanti indagini archeologiche e topografiche sul fenomeno del “vivere in grotta”, fino ad oggi effettuate nel territorio calabrese, hanno fornito importanti occasioni di discussione e comprensione scientifica prevalentemente riguardo i complessi rupestri più prestigiosi o “appariscenti” e le testimonianze storico-artistiche ivi custodite, mettendo spesso in secondo piano l’analisi dettagliata delle tipologie degli impianti esistenti, i peculiari caratteri architettonici, lo sviluppo insediativo e le trasformazioni successive. Gli unici monumenti presi in seria considerazione erano i luoghi di culto affrescati, mentre quasi completamente ignorate erano le chiese aniconiche, le infrastrutture produttive e le abitazioni dei villaggi. Ad insediarsi nell’habitat rupestre dell’Italia meridionale, dunque, dovevano essere soprattutto comunità di matrice sostanzialmente laica, essenzialmente per ragioni ambientali ed economiche che ne condizionavano l’esistenza, la cui vita era segnata dagli stessi ritmi culturali, sociali ed economici delle popolazioni urbane, scanditi dal “tempo” della liturgia e del lavoro nei campi . Per quanto riguarda la Calabria, tuttavia, varie fonti agiografiche mettono in evidenza il carattere rupestre di alcune esperienze ascetiche e l’impiego di cavità artificiali e naturali come luoghi di culto in ambito eremitico o cenobitico (si vedano i bioi dei santi italo-greci risalenti al IX-XI secolo, come Elia di Enna, Elia lo Speleota, Saba, Nicodemo e Nilo): per superare definitivamente i limiti della tradizionale visione panbizantina e panmonastica, di conseguenza, è necessario un approccio multidisciplinare, che possa apportare nuovi elementi di riflessione per una migliore comprensione delle dinamiche insediative e delle modalità di occupazione e sfruttamento del territorio calabrese tra la Tarda Antichità e il Medioevo.

Nel ringraziarvi per il vostro lavoro un’ultima domanda ad entrambi. Quale è il futuro del patrimonio rupestre archeologico calabrese?

Grazie a lei per lo spazio che ci ha dedicato. Quel che noi ci auguriamo è che il nostro libro sia il punto di partenza per nuovi e più approfonditi studi sul fenomeno rupestre medievale in Calabria. Auspichiamo anche che ci sia maggior attenzione da parte di tutte le istituzioni nella conservazione, gestione e valorizzazione di questo straordinario patrimonio archeologico. La valorizzazione di un  bene culturale presuppone prima di tutto la salvaguardia e la tutela. Promuovendo  la cultura si  diffonde la conoscenza del nostro patrimonio, il quale costituisce un’importante testimonianza dell’identità e della storia dell’ intera comunità calabrese.

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