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Diritti umani

‘MOTHER FORTRESS’ il docufilm sulla pericolosa vita dei religiosi in Siria

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Cinema Farnese, Piazza Campo De’ Fiori, 56 Roma, proiezione del film documentario di Maria Luisa Forenza. Partecipa l’autrice

Avrà luogo martedì 18 febbraio, presso il Cinema Farnese di Roma, la proiezione di MOTHER FORTRESS, il film-documentario di Maria Luisa Forenza che racconta la pericolosità quotidiana delle vite di religiosi in Siria che lottano per salvare la dignità e la sopravvivenza di esseri umani innocenti travolti dalla inarrestabile guerra.

A fronte di conflitti e massacri, il film è un elogio della Vita e dell’Essere Umano, che può diventare fonte di vita per l’altro. Queste le riflessioni scaturite da una recente e calorosamente acclamata proiezione presso The American University of Rome per il corso di Peace Studies, alla presenza della regista e di Gregory J.Polan, Abate Primate dei Benedettini (Badia Primaziale Sant’Anselmo, Aventino). 

La serata al Cinema Farnese, che sarà condotta dal critico cinematografico Maurizio Di Rienzo, rientra nella V edizione di RACCONTI ITALIANI, l’iniziativa della FICE – Federazione Italiana Cinema d’Essai, che propone negli oltre 400 schermi associati una selezione dei migliori documentari di ultima produzione.

L’archeologo e accademico dei Lincei, Paolo Matthiae, scopritore dell’antica città di Ebla (2500 a.C.), farà una breve introduzione alla Siria.

MOTHER FORTRESS racconta di un’esperienza, vissuta in prima linea dall’autrice-regista (e produttrice) tesa a testimoniare non gli aspetti più drammatici del conflitto, quanto gli effetti da esso provocati all’interno di una comunità in cui le differenze religiose lasciano il posto all’aiuto umanitario mosso da uno spirito di condivisione e sorriso anche in situazioni estreme.

Dopo una carriera sviluppata attraverso documentari di stampo sociale e storico, girati in Italia e all’estero, Maria Luisa Forenza ha scelto di seguire una forma sperimentale di narrativa realistico-simbolica, pur se condizionata nelle riprese da un regime di emergenza di guerra. Nell’osservazione della realtà intesa come ‘res-documento’ tenta di andare verso un ‘oltre’, ispirandosi anche a “L’acinema” di J.F. Lyotard. La regista costruisce un’opera “per immagini e suoni” che lascia spazio a riflessioni sul senso dell’esistenza.

“Ero in Australia, nel 2011, per un documentario quando vidi le prime immagini delle proteste della cosiddetta “Primavera araba” – racconta – È iniziato tutto in quel periodo, per curiosità intellettuale e interesse per la cronaca, ma non mi sono voluta avventurare nella ricostruzione e analisi della situazione storico-politica mediorientale: mi interessava piuttosto raccontare la resistenza umana alla guerra, la vitalità del popolo siriano, e l’identità Cristiana, che lì si è trovata a dare sostegno alla popolazione nell’ambito di una forte situazione di rischio. Sentivo che il film doveva raccontare qualcosa che proiettasse gli esseri umani nel futuro.”

E’ stato nel corso di alcune conferenze negli Stati Uniti, nel 2013, che ha invece avuto modo di ascoltare, conoscere e iniziare a filmare Madre Agnes, badessa del Monastero di Qarah, a nord di Damasco, che veniva a raccontare ciò che stava accadendo in Siria, e in particolare nei territori di Aleppo e Deir Ez-Zor, insidiati dal pericolo di Al Qaeda e ISIS. Nel 2014 decide di raggiungerla per conoscere la sua comunità monastica internazionale (proveniente da Antico e Nuovo Continente) e vi ritorna altre volte fra il 2015 e il 2017, seguendo un convoglio umanitario che si inoltra fino all’Eufrate per portare assistenza ai siriani sfollati e colpiti dal terrorismo.

Testimone sul campo di un attacco dell’ISIS a Qarah e al Monastero nel 2015, ricorda: “Ho filmato quello che c’era realmente ovvero la drammaticità del silenzio, dal momento che eravamo rimasti tutti muti. Ognuno in quel momento si è assunto la responsabilità della propria esistenza, una dilatazione che ho cercato di cogliere con lo spazio vuoto e con il suono”. E su quest’ultimo precisa: “I canti cristiani in arabo e francese (le principali lingue siriane, utilizzate anche nel monastero assieme a spagnolo, portoghese, inglese, latino) erano una soundtrack che scandiva la quotidiana ciclicità di meditazioni, preghiere, liturgie di monaci e monache. I giorni e le notti del monastero erano scandite da preghiere cristiane e musulmane, come un canto e controcanto che ho cercato di documentare in tutto il film.”

MOTHER FORTRESS, Menzione Speciale del Tertio Millennio Film Fest (Città del Vaticano), in Italia è stato ospitato in rassegne significative quali il Meeting di Rimini, Milano Movie Week, Festival Human Rights Nights di Bologna.

Alfredo Baldi, storico del cinema, ha dichiarato: “E’ un film anti-retorico, senza enfasi, uno sguardo assolutamente oggettivo sulla realtà, un’idea dell’immagine-sguardo, dalla semantica e dalla semiotica. La macchina da presa è assolutamente impassibile, segue i personaggi, li tallona senza nessuna emozione e proprio per questo ci dà un’enorme emozione perché fa pensare che a ogni istante possa accadere qualcosa. Il contesto è talmente drammatico…

La regista non ha quasi mai usato lo zoom. L’emozione l’ha data con le inquadrature fisse. C’è una tensione continua, ma interna nell’inquadratura, non è provocata dall’esterno. E’ stata di un rigore estremo.

E poi, non meno importante, nonostante sia girato in un convento con protagonista una suora, anzi suore e monaci, è un film assolutamente laico. La religione, pur presente dappertutto, in qualunque momento sottintesa, non viene mai presa a pretesto per giustificare qualche azione. Anche la distribuzione dei viveri alle popolazioni è fatta non in nome di Dio, ma del prossimo, e questa l’ho trovata una cosa straordinaria.”

Silvia Guidi, critico cinematografico dell’Osservatore Romano: “Un documentario straziante e bellissimo nella sua nuda essenzialità… Non c’è nessuna tesi precostituita da dimostrare, nessuna tifoseria da assecondare… il rispetto per i testimoni e la reale apertura ad ascoltare quello che raccontano non potrebbero essere più grandi.”

Alla proiezione romana, in programma alle ore 19:00, seguirà un dibattito a cui parteciperanno, oltre a Maria Luisa Forenza, storici, esperti di Mediterraneo, giornalisti, critici cinematografici.

Una Produzione Damascena Film in collaborazione con Rai Cinema
con il supporto di MAECI-DGPSP (Ministero Affari Esteri – Direzione Generale Promozione Sistema Paese) da scrivere perché non ha logo
Con il Patrocinio di: Roma Lazio Film Commission – Fondazione Ente dello Spettacolo
Altri patrocini:Centro Culturale Romano, SPACE-OFF

Distribuzione: Damascena Film in collaborazione con RAI CINEMA
Distribuzione circuito Sale: FICE

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Diritti umani

“La Santità in Politica”, intervista all’autore Agostino Siviglia. Avvocato e criminologo, Garante dei diritti delle persone private della libertà personale

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La Pira , De Gasperi o Aldo Moro andavano a messa tutte le mattine, per trovare ispirazione e conforto, dovendosi cimentare quotidianamente con la complessità dell’azione politica, vissuta come servizio e non come strumento di potere fine a sé stesso

di Titty Marzano

 

Sono stati avviati, da qualche tempo, processi di beatificazione nei confronti di uomini che hanno avuto nel nostro recente passato responsabilità politiche. “Che cosa hanno a che fare i politici con la santità?” – ci si chiede e non a torto dopo le vicende, certo non edificanti, di Tangentopoli e dintorni. In questo voler intrecciare santità e politica – ci si chiede ancora – non c’è il rischio di far perdere alla gente il senso e della santità – comunque la si voglia intendere – e della politica?

L’interrogativo c’è ed è dunque utile affrontarlo. Lo facciamo con Agostino Siviglia. Avvocato e criminologo, Garante dei diritti delle persone private della libertà personale, curatore del volume “La Santità in Politica”, edito da Città del Sole. All’interno del volume le Conversazioni  abbracciano circa 150 anni di tradizione storica del cattolicesimo italiano da Giuseppe Toniolo ad Aldo Moro.

Papa Francesco ha evidenziato qualche tempo fa che “anche la politica è occasione per vivere la santità” e ci troviamo a conclusione dell’anno intitolato alle celebrazioni Sturziane, le chiedo quindi che hanno a che fare i politici con la santità? Ovvero la politica come vocazione per Lei è ancora attuale?

La santità è sempre attuale! Non passa mai di moda. E dunque anche la vocazione politica può assurgere a santità. Certo, accostare santità e politica, oggi, appare “scandaloso”, ma non è sempre stato così. Basti pensare a Giuseppe Toniolo, don Luigi Sturzo, Alcide De Gaspei, Giorgio La Pira, solo per citarne qualcuno, per comprendere che la via della santità può essere percorsa anche e soprattutto attraverso l’impegno politico. Del resto, la politica dovrebbe essere “la forma più alta di carità”, per dirla con Paolo VI, e ci sono stati politici che l’hanno interpretata così, consumando un’intera esistenza al servizio del bene commune.

Santo vero e politico vero dovrebbero assoggettarsi entrambi a disciplina interiore ed a regole inflessibili.

Oggi come potrebbe essere riproposta questa “spiritualità civica”? E soprattutto un modello di santità in cui la vita torni ad essere legata all’esercizio di un potere pubblico è ancora attuale ed attuabile?

Lo è di certo. La Pira o De Gasperi o Aldo Moro andavano a messa tutte le mattine, per trovare ispirazione e conforto, dovendosi cimentare quotidianamente con la complessità dell’azione politica, vissuta come servizio e non come strumento di potere fine a se stesso. Nutrivano lo spirito, in sostanza, e da questo nutrimento quotidiano traevano sicurezza di ideali, fiducia nell’umanità, coraggio d’azione.   

Trascinare fuori la politica dal suo regno, quello della terra, delle cose relative, sarebbe auspicabile, ma innalzare la politica sugli altari è renderle un buon servizio? E sono compatibili per lei santità e compromesso?

La Politica non deve, a mio avviso, essere proiettata in una dimensione diversa da quella che le è propria: la presenza fra le persone. Ecco, i politici dovrebbero ritrovare questo senso di “presenza” e dare un segno autentico di “vicinanza”, come ha ribadito di recente Papa Francesco, per farsi prossimi e cooperare con la comunità di riferimento per il perseguimento del bene comune, partendo dagli ultimi.

A volte si dovranno fare anche dei compromessi, certamente, ma esistono compromessi al “rialzo” che qualificano ed edificano l’impegno politico. Questo tipo di compromessi non solo sono compatibili con la santità, ma sono indispensabili per perseguirla. Si tratta, in altre, parole di fare il possible, a seconda delle circostanze e poi, magari, così facendo, come diceva San Francesco d’Assisi, trovarsi a realizzare l’impossibile.

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Diritti umani

Quando le straordinarie fragilità umane camminano verso il Mistero

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Avere fede non dipende dalla cosa in cui credi. La Fede non ha direzioni prescelte e non conosce condizionamenti esterni

di AnnaMaria Antoniazza

Ogni essere umano cammina con le sue straordinarie fragilità verso Dio. Inciampa, si rialza, corre e si ferma a pensare. Ma è sempre in movimento. La vera morte non è la morte del corpo ma della mente perché a quella non esiste rimedio. Puoi pure avere due gambe da maratoneta ma se il tuo cervello e’ spento, se il tuo cuore e’ arido, se non aiuti te stessa o chi ti e’ vicino a vivere meglio, in realtà dall’alto dei cieli chi ti guarda vede solo un povero pagliaccio che si agita miseramente pronto a bruciare al primo scoppio. Per questo la preghiera, il rapporto personale con Dio sono così importanti. Perche’ mettono in contatto il noi che vive nell’anima con l’Altro. E non esiste fioritura migliore di una persona che dialoga con l’Immenso. Non importa in cosa si crede. Avere fede non dipende dalla cosa in cui credi. La Fede non ha direzioni prescelte e non conosce condizionamenti esterni.

E’ talmente intima, e’ cosi cucita alla tua anima che solo viverla come un dono cambia completamente la struttura della tua Persona. Non importa la condizione personale che vivi, la situazione di difficoltà in cui ti trovi. Non conta neanche essere religiosi per avere Fede. Perche’ la Fede come atteggiamento di fiducia nell’altro e’ qualcosa che viene prima di qualsiasi scoperta umana, di qualsiasi credenza, di qualsiasi storia possa essere raccontata su Dio e sull’ aldilà. E’ un orizzonte antropologico e interiore, un DNA che rinasce in ogni creatura che viene al mondo. Non conosce un collocamento nello spazio o nel tempo. Ti e’ semplicemente data. L’importante e’ non perderla di vista anche quando credi di non averla mai ricevuta o di non essere meritevole di un regalo tanto grande. Chi prega prima di tutto parla, non si sa con chi, non si sa con cosa. E’ a suo modo un gesto di totale follia la preghiera dell’uomo, di abbandono a quel Mistero che quando chiudi gli occhi sai solo che c’e’ e che ti abbraccia senza chiederti nulla in cambio.

Credit Photo: Paolo Buralli Manfredi

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Diritti umani

La sanità in Calabria in tempi di covid: l’odissea di una giovane mamma

Benedetta Parretta

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La storia vera di Valentina Caridi che prende il covid in ospedale per un parto cesareo. Le inadempienze del personale medico

Mentre in Parlamento si discute la fiducia ad un Governo in crisi per una politica inefficace nelle azioni di contrasto all’emergenza pandemica del covid19, in Calabria la Sanità è allo sbando e anche un semplice parto diventa un’odissea.

Cosa è accaduto a Valentina Caridi che il 18 dicembre aveva un parto cesareo programmato?

Mi chiamo Valentina Caridi e vivo a Locri, un paese in provincia di Reggio Calabria. Questa è la mia storia! Ero in attesa di un parto cesareo programmato per venerdì 18 dicembre 2020 per posizione podalica del bambino. Ma sabato 12 dicembre sono cominciate contrazioni relativamente forti e non sempre costanti. Durante la notte al loro intensificarsi io e mio marito abbiamo deciso di andare al pronto soccorso di Locri anche perché ho notato perdite ematiche che comunque indicano una preparazione al parto.

Arrivata al pronto soccorso mi hanno fatto il tampone per il Covid, e al risultato negativo mi sono potuta recare in reparto di ginecologia dove un’ostetrica mi ha visitato e mi fatto un tracciato per monitorare le contrazioni. Il risultato è che non avevo molta dilatazione e le contrazioni non erano da parto. Il travaglio non è iniziato.

Cosa è accaduto a quel punto?

L’ostetrica ha chiamato il ginecologo di turno che neanche mi ha guardato, non mi ha fatto alcuna domanda e non ha sentito la necessità di farmi un’ecografia sapendo che il bambino è podalico e da lì a qualche giorno avrei avuto il cesareo programmato, e quindi sono stata dimessa. Non capivo che necessità avessi di entrare completamente in travaglio se comunque avrei dovuto affrontare un cesareo. Sono tornata a casa e ho passato una notte tra dolori e pensieri vari.

I dolori si sono fermati durante la notte o sono continuati?

Il giorno dopo le contrazioni si sono intensificate e sono diventati via via più regolari ma ho deciso di aspettare quanto più possibile per non sentirmi di nuovo dire che era tutto fermo, ma durante la notte non ho resistito più a quei dolori e li ho riconosciuti come contrazioni vere e proprie.

Sono ritornata al pronto soccorso, questa volta l’accoglienza è perfetta. Nuovo tampone, ancora negativo. Una graziosa infermiera mi ha accompagnato in sedia a rotelle in reparto e due ostetriche mi hanno accolto con il sorriso e mi hanno accompagnato dal ginecologo anche lui sorridente e pronto a visitarmi. Non appena mi ha visto ha capito che ero pronta a partorire ma quando è venuto a conoscenza che ho un cesareo programmato non ha esitato un attimo a farmi l’ecografia e visitarmi. Risultato? Dilatazione 8cm (la dilatazione massima per un parto è 10cm) …praticamente con un cesareo programmato mi sono fatta anche il travaglio.

Mi dissero “signora ma perché ha aspettato tanto? Poteva venire molto prima”.

Ho spiegato che la sera prima ero stata lì e sono rimasti tutti perplessi nel sapere che non mi era stata fatta alcuna ecografia ed ero stata mandata a casa. Lunedì 14 dicembre durante la notte alle 2.49 con un cesareo d’urgenza è nato Matteo. Lui sta bene, io sto bene. L’emozione è fortissima. Sono rimasta in degenza qualche giorno in un reparto pieno di gente competente questa volta, sempre gentile e pronta sempre ad aiutare. Ovviamente nessuno ha potuto venire a trovarmi ma capisco la situazione. Per la nostra sicurezza è meglio così.

Finalmente dopo 3 giorni si torna a casa (senza farmi alcun tampone), tra le mille difficoltà e i mille dolori che purtroppo un cesareo comporta.

Finalmente a casa ma….

Nei giorni a seguire lamentavo forti dolori alla ferita, nella zona del taglio.

Tirava e bruciava da morire ed il 21 dicembre, ad una settimana dal parto quindi, decido di chiamare la ginecologa e d’accordo con lei pensiamo sia meglio andare al pronto soccorso.

Allora io mio marito Daniele e mio figlio Matteo siamo andati al pronto soccorso di Locri e ovviamente vista la situazione ho dovuto prima aspettare di fare il tampone per il Covid. Premetto che ero molto dolorante, ho dovuto aspettare circa una mezz’oretta per registrarmi e poi circa un’oretta per fare il tampone e avrei dovuto aspettare 40 minuti per il risultato.

Nel frattempo due cari infermieri giovani e gentili mi hanno fatto un prelievo e un altro tampone portandomi in una stanza.

Dopo tutta questa attesa finalmente ecco il risultato.

Un signore spunta da lontano e mi dice ” signora lei è positiva al covid”.

Sono rimasta sorpresa, non me lo aspettavo ma onestamente visti i dolori che stavo sentendo non me ne interessava più di tanto, volevo solo essere visitata e capire se tutto andasse bene.

Questo signore non disse più nulla, mi guardava dispiaciuto e allora io gli chiesi “e quindi? Ora che si fa?” e lui mi rispose “E QUINDI NIENTE, LEI IN REPARTO NON PUÒ SALIRE E IL MEDICO NON SCENDERÀ A VISITARLA PERCHÉ LEI È POSITIVA”.

Ma come? erano almeno 4 ore che ero lì ad aspettare, piena di dolori ad una settimana da un cesareo d’urgenza, con un neonato in macchina e mi viene detto che nessuno mi visita perché sono positiva?

Intanto Matteo piangeva quindi l’ho raggiunto in macchina perché aveva fame e Daniele è rimasto ad aspettare il risultato delle analisi e a chiedere spiegazioni.

La dottoressa di turno gli ha detto “mi dispiace tanto, non so cosa fare. Purtroppo tutti i medici SI SONO RIFIUTATI DI VISITARLA.”

Proprio così, si sono rifiutati.

“Capisco la paura di infettarti o infettare i propri cari ma SEI UN MEDICO. Lavori nella sanità, devi mettere in conto tutto e hai giurato di prestare soccorso a chiunque ne abbia bisogno. I medici, infermieri e personale seri per non infettare i propri cari hanno vissuto mesi lontano da loro, non si sono rifiutati di visitare o prestare soccorso nascondendosi dietro un virus. E poi i colleghi che invece ci lavorano a stretto contatto? Ad esempio gli operatori del 118? Perché loro si e tu no?”

Le cure senza visita

Mi prescrivono un antibiotico preventivo per un eventuale infezione e così torno a casa con i dolori che non sono certo diminuiti. Il giorno dopo, prendiamo la macchina e io Daniele e Matteo andiamo al pronto soccorso di Reggio Calabria al centro Covid.

Anche qui ovviamente lunga attesa, 3 tamponi effettuati ma alla fine arriva un ginecologo.

LUI NON SI È RIFIUTATO. HA MESSO LA TUTA, ERA COPERTO DALLA TESTA AI PIEDI ED È SCESO A VISITARMI.

È stato gentilissimo davvero, super disponibile a rispondere alle mie mille domande.

La visita va bene, guardando la ferita mi ha tranquillizzato basandosi sul suo aspetto, ma quando chiedo se è possibile fare un’ecografia per vedere se internamente è tutto a posto mi risponde che purtroppo non hanno un ecografo.

I dubbi su una formazione al seno

Prima di andare via ho posto una domanda, qualche giorno dopo il parto mi sono accorta di avere una palla al seno sinistro di dimensioni piuttosto grandi.

La posizione non fa pensare che sia qualcosa legato all’allattamento e infatti la dottoressa mi aveva detto di fare urgentemente un’ecografia che avevo prenotato per martedì 22 dicembre ma che purtroppo ho dovuto annullare perché positiva al Covid.

Allora al pronto soccorso a Reggio chiesi se poteva vedermi un senologo o qualcun’altro, anche se non era possibile fare l’ecografia ma che almeno qualcuno mi guardasse, toccasse questa pallina e mi desse qualche notizia.

Mi viene risposto “No signora, non può scendere nessuno”.

La sensazione è stata come se mi avessero detto “già è tanto che è sceso il ginecologo, ora non esageri chiedendo altro”.

Sono ritornata a casa pieni di dolori anche quella sera, ho fatto l’antibiotico che mi hanno prescritto, per fortuna i dolori piano piano sono diminuiti. Non sono passati del tutto ma mi è stato spiegato che è normale visto il profondo taglio che mi hanno fatto e i tanti strati cuciti che devono rimarginarsi.

Al secondo tampone fatto il 2 gennaio sono risultata ancora positiva e sto aspettando con ansia di essere negativa per poter fare l’ecografia al seno che avrei dovuto fare d’urgenza e vedere cos’è.

Finché sono positiva nessuno mi visita e devo aspettare.

Ne ho parlato anche con i carabinieri e i medici dell’USCA e la loro risposta è stata “eh signora, mi dispiace ma non si può fare niente finché lei è positiva”.

Purtroppo al terzo tampone fatto giorno 11 gennaio sono risultata ancora positiva.

Quindi altra lunga attesa prima di poter essere visitata.

Ma da dove esce questo covid visto che non ho incontrato nessuno al di fuori dei sanitari?

Il Covid l’avrò preso in ospedale, nessun tampone alle dimissioni e ostetriche positive al Covid.

Hanno fatto tamponi alle ragazze in camera con me dimesse il giorno dopo ma nessuno mi ha contattata nei giorni a seguire per avvisarmi che qualche ostetrica era positiva quindi di fare un tampone per controllare il mio stato.

Io l’ho scoperto casualmente andando al pronto soccorso perché accusavo dolori.

In quanto asintomatica se non avessi avuto quei dolori non l’avrei saputo.

La storia di Valentina Caridi è la dimostrazione di almeno tre evidenze che stanno dando scacco matto alla sanità calabrese: la prima è che la paura del covid impedisce le normali buone e necessarie prassi mediche. La seconda è che i controlli sul personale sanitario non sono sufficientemente capillari e la terza è che le altre patologie sono ignorate completamente. Il covid ha annullato qualsiasi altra patologia, anche un parto diventa un’odissea, figuriamoci un dubbio su una patologia che ha bisogno di indagini, chi è positivo al covid è come un appestato in Calabria…qualcosa di molto serio si è interrotto. L’augurio è che medici e sanitari tornino ad espletare il loro ruolo, anche se con le dovute precauzioni. Ma non è accettabile che abbandonino i pazienti al loro destino per paura del covid19.

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