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Lo spazio conoscitivo ed etico della Sociatria Organalitica: i sistemi aperti tra scienza, filosofia e religione

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La sociologia e, in particolare, nel suo campo la sociologia dell’arte, sono discipline fondamentali al giorno d’oggi per capire il nostro qui-unde-quo, proprio dei sistemi aperti delle società umane.

di Sergio Bevilacqua – Sociologo e Sociatra

La sociologia e, in particolare, nel suo campo la sociologia dell’arte, materie che ho insegnato in molti ambienti tra cui quello accademico, ma che soprattutto ho praticato concretamente a livello clinico e professionale, sono discipline fondamentali al giorno d’oggi per capire il nostro qui-unde-quo, proprio dei sistemi aperti delle società umane. “Identità presente” (il “qui”, in latino “chi”, nel senso di chi siamo noi), “senso della storia, dell’esperienza, del vissuto” per noi ora (l’ “unde”, da dove in latino, da dove veniamo), “dove è giusto e possibile andare nel futuro” (“quo”, dove andiamo), sono temi che da sempre cercano sviluppi nel sapere che ci accompagna, e prima d’altro nel campo della filosofia, che rappresenta il sapere umano per eccellenza e il modo conoscitivo umano per antonomasia.

Dobbiamo fare ascendere alla logica sistemica del pensiero filosofico anche la costruzione del pensiero scientifico originario, con la concezione poi empirista, leonardesca e galileiana della sua applicazione pratica attraverso il metodo sperimentale.

La pratica sperimentale organizza in sistema la verifica del sapere e spinge un’altra facoltà umana, quella sensoriale, a divenire base della “prova”, a mettersi in gioco e a definire condizioni di sapere vieppiù certe, cioè verificabili e comuni a tutta l’umanità. E dove i sensi non arrivano direttamente, avviene il loro potenziamento con le macchine, gli strumenti che aumentano la semplice dimensione sensoriale umana per accedere a dei livelli di simbolizzazione riconoscibile e riconosciuta dai contesti qualificati a verifica del superamento del semplice empirismo sensista per quello complesso (tecnologicamente supportato) simbolico. Dunque, i fanatici del pensiero e della sua figlia più antica, la filosofia appunto, approfondendo, negano alla luce della scienza che la conoscenza, la verifica della res cogitans (grossomodo il pensiero) tramite la res extensa, sia intrinseca all’uomo (la ghiandola pineale di Cartesio) o trascendente (il Dio, anche se non necessariamente ingannatore e ostile, ma nemmeno definitivamente incarnato nella Sua specie prediletta, che diviene così emblema dell’antropocentrismo).

In extremis, dunque, questo ulteriore e altro tipo di verifica, trova nella logica sistemica, prima che in un suo creatore, la verifica della realtà. E i sistemi possono essere chiusi (come sono le macchine) oppure aperti (come sono le società umane, ma pur sempre sistemi sono). Mi sembra un doveroso passaggio, questo, anche per i religiosi: identificare prima di tutto nella visione sistemica della realtà l’immagine e somiglianza come principio difficilmente opponibile. Ma anche nei suoi limiti (la “sola” immagine e somiglianza): ed è proprio in questo limite che noi troviamo lo spazio per il dubbio, l’aconcettuale, l’inconscio, il principio d’indeterminazione, la teoria della relatività, l’entanglement quantistico, le astuzie della comunicazione, tutte condizioni proprie dei sistemi aperti. Per i religiosi la quadratura del sistema aperto avviene nella credenza, nella Fede: la credenza, la fede è radicata nella realtà non percepibile e la realtà non percepibile trova la sua maggiore chiusura sistemica ad esempio in ciò che nel cristianesimo è chiamato “dogma”, credenza dunque non razionale, cioè non più basata sul pensiero e la non-contraddizione, bensì su elementi assunti in modo acritico perché “rivelati” da istanze o essenze superiori all’uomo. Direbbe lo psicanalista: si riempie con lavoro immaginario (non per questo falso, semplicemente non provato sperimentalmente) ciò che il reale (scientifico, sperimentale) non spiega, e tra i due si costruisce un tessuto simbolico avvolgente, atto a generare più “sistema chiuso”, anche dove esso non è esperito.

Questo è anche il lavoro della filosofia: lo strumento del convincimento intellettuale è sistemico, e la filosofia produce sistemi, piccole o grandi tecnologie logiche per spiegare il qui-unde-quo. Qui, unde, quo che avviene nel reale.

Ma quando il reale è afflitto, per cause impreviste e imprevedibili, da un rimescolamento profondo di tutti gli elementi e le relazioni, i soggetti stessi, di cui è costituito? Proprio in quel momento, che può durare a lungo, a cosa dobbiamo affidare la nostra ansia dell’esistenza?

Ci sono 3 possibilità:

  1. Ai nostri sensi, anche tramite le specializzazioni simboliche che la scienza ci ha donato
  2. Al consenso degli uni e degli altri e quindi alle abilità di comunicazione
  3. Alle teorie e alle credenze, che siano sempre vive e alle quali rivolgerci per trovare una pace interiore.

Credo che nessuno di noi oggi possa negare la utilità evidente di 1. Nessuno di noi, poi, credo che al giorno d’oggi possa negare l’opportunità di 2. E anche in fondo perché rinunciare a 3., che ci dà spazi di catarsi e di serenità, molto utili per superare le tempeste che ci affliggono nostro malgrado?

In sociologia, nella sociatria organalitica, i tre piani coesistono: ci avvaliamo di tutto ciò che la scienza conclama; lo rendiamo vivo, proattivo, attraverso la comunicazione (tecnica organalitica); curiamo i contributi immaginari come possibili ipotesi e condizioni. Il tutto nella chiave di produrre nelle società umane degli stati stazionari nei quali le società umane stesse trovino capacità di lavoro, di contributo e di risultato verso l’umanità.

Tutto questo infrange il principio che il sapere umano sia solamente sistemico: il sapere dell’umano è anche sistemico, ma soprattutto è dinamicamente sistemico, cioè lavora sul reale, simbolico e immaginario per ricondurre a sistema ciò che sistema non è, senza mai riuscirci definitivamente, se si tratta di società umana, ma producendo migliori stati stazionari. Questa matura acquisizione dei limiti, rende i sistemi (sociali) oggetto e forma del lavoro societario: così in una famiglia, in un’azienda, in un ente pubblico, in un bacino economico, in uno stato, in un gruppo di amici o in una coppia in amore. Per farlo, una società umana deve avere sempre chiara esperienza dei suoi esterni, che sono il mondo nel quale si muove ma anche le preziose varietà del suo mondo interiore, i soggetti umani che incorpora, sistemai aperti a loro volta, con la loro originalità costitutiva.

Pieno rispetto dunque dell’umanità vera, e tolleranza di pace propria dei sistemi aperti, non intolleranza di guerra come se fossimo sistemi chiusi: perché nella tutela della varietà c’è il senso della vera politica e del bene nella nostra specie, così varia, articolata e capace.

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