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La Cina imprigiona un milione di musulmani. Costruiti 44 campi di detenzione

By 27 Ottobre 2018 No Comments

Contro la comunità islamica cinese  compiuta una delle repressioni più feroci degli ultimi tempi. Il Partito al Governo vuole eliminare ogni diversità culturale.

di Vito Nicola Lacerenza

Negli ultimi mesi la Cina è stata accusata di violazione dei diritti umani per aver imprigionato “senza regolare processo” un milione di cittadini appartenenti all’etnia degli Uighurs, i musulmani cinesi. Questi ultimi, oltre a non essere buddisti come la stragrande maggioranza dei connazionali cinesi, hanno usi e costumi molto vicini alla cultura mediorientale, presentano tratti somatici tipici dell’Asia centrale, hanno una carnagione leggermente scura, e comunicano attraverso una propria lingua, il “Turkic”, mentre il cinese lo parlano appena. In uno Stato dittatoriale come la Cina, l’esistenza di una cultura alternativa a quella “autorizzata dal Partito Comunista” è inaccettabile. Per questo il governo ha fatto costruire 44 “centri di rieducazione” nella regione cinese dello Xinjang”, la terra degli Uighurs. Si tratta di complessi edilizi con un’estensione di diverse migliaia di chilometri quadrati, costituiti per lo più da dormitori, aule e ampi cortili.


La loro struttura ricorderebbe quella di un college americano se non fosse per le alte mura che circondano il campo e numerose torri di guardia che si ergono dietro la recinzione, al di fuori della quale si estende il deserto. È in questi luoghi che si ritiene siano rinchiusi gli Uighurs. Le Nazioni Unite, insieme a diverse associazioni per la difesa dei diritti umani, hanno chiesto, senza successo, alle autorità cinesi la possibilità di ispezionare i cosiddetti “centri di rieducazione”, le cui  immagini sono state ricavate via satellite. Queste  strutture, secondo gli esperti, non sono altro che enormi campi di detenzione in grado di contenere dagli 11 mila ai 130 mila detenuti. Ma la Cina si difende dichiarando che per gli  Uighurs è facoltativo sottoporsi al “percorsi rieducativi” e ha descritto le strutture come luoghi in cui gli  Uighurs hanno l’opportunità di imparare il cinese, le “leggi dello Stato e i costumi laici”. Tale descrizione però stride con la realtà dello  Xinjang, zona esposta al fenomeno del terrorismo islamico. La regione confina con la Mongolia, il Kazakistan e il Kirghizistan, tre Paesi musulmani in cui sono attive diverse organizzazioni jihadiste. Per scongiurare il rischio di attentati terroristici sul territorio nazionale, le autorità hanno deciso di “eliminare l’islam dalla Cina”  distruggendo le antiche tradizioni degli  Uighurs.

La creazione dei “centri di rieducazione” fanno parte di un’ampia strategia politica  incentrata sulla repressione, che basa la sua efficacia anche sui rastrellamenti della polizia. Gli agenti sono ovunque nelle città dello Xinjang e nel compiere i loro controlli utilizzano sofisticate tecnologie: videocamere per il riconoscimento facciale e apparecchi capaci di controllare in pochi minuti i dati personali contenuti all’interno di computer e cellulari. Ai musulmani non è concesso protestare, perché secondo la legge cinese la polizia è libera di ricorrere ad ogni metodo necessario per impedire agli  Uighurs di praticare la loro religione. Recitare un verso del Corano, recarsi in moschea, farsi crescere la barba, frequentare scuole di religione e persino  avere un nome musulmano sono considerati reati punibili con la reclusione nel “centro rieducativo”.

Il luogo in cui le autorità tentano, attraverso torture fisiche e psicologiche, di cancellare la fede dai cuori degli Uighurs. «Ci costringevano ad alzarci un’ora prima del sorgere del sole- ha raccontato  Ablet Tursun Tohti, Uighurs ed ex detenuto di un “centro rieducativo”, attualmente in esilio in Turchia- avevamo soltanto un minuto per prepararci e radunarci in cortile. Una volta lì le guardie ci facevano correre più veloce che potevamo gridando, contemporaneamente, “le leggi dello Stato cinese”. Dopodiché, sempre correndo, dovevamo cantare a squarciagola una canzone intitolata: “Senza il Partito Comunista non può esserci una nuova Cina”. Ricordo che per la stanchezza qualcuno andava in affanno, altri sbagliavano a recitare le leggi, altri ancora confondevano le parole della canzone. Tutti questi erano frustati con una cinta o presi a calci».

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