Cinema & Teatro
Vincenzo Bocciarelli, le molte facce del talento
Attore, pittore, produttore e direttore artistico dei Teatri di Siena: una conversazione sul rapporto con il pubblico, sull’eredità dei maestri e sulla responsabilità di fare cultura.
di Isabel Russinova
Sul palcoscenico si espone in prima persona; nella direzione artistica deve trovare spazio anche per lo sguardo degli altri. Vincenzo Bocciarelli attraversa questi due mondi con una formazione teatrale che accompagna il suo lavoro di attore, pittore, produttore e operatore culturale.
Il suo percorso comprende incontri con protagonisti della scena come Glauco Mauri, Giorgio Albertazzi, Valeria Moriconi e Irene Papas, e collaborazioni cinematografiche con Florestano Vancini, Christian De Sica e Rocco Papaleo. Dal gennaio 2024 è direttore artistico dei Teatri di Siena, incarico affidatogli dal sindaco Nicoletta Fabio.
Da questa esperienza comincia la nostra conversazione: dalla scelta degli spettacoli, dal dialogo con la città e da ciò che accade quando un teatro riesce a diventare parte della vita delle persone.
Alla guida dei Teatri di Siena ha costruito stagioni capaci di coinvolgere artisti e pubblico. Quale percorso ha scelto e quale idea di teatro orienta il suo lavoro?

Ho cercato di partire da una domanda molto concreta: che cosa può spingere una persona a uscire di casa e scegliere una serata a teatro? La risposta non è uguale per tutti. C’è chi cerca un grande interprete, chi una storia nella quale riconoscersi, chi desidera essere sorpreso. Una stagione deve saper accogliere queste attese e, allo stesso tempo, proporre qualcosa che il pubblico ancora non conosce.
Per me la direzione artistica comincia dall’ascolto. Siena ha una forte identità culturale, un pubblico attento e un rapporto profondo con i suoi teatri. Bisogna conoscere questa realtà e lavorare perché possa crescere, coinvolgendo anche chi non ha l’abitudine di frequentare la sala.
Nelle scelte cerco qualità, varietà e una ragione precisa per ogni proposta. Un nome importante può richiamare l’attenzione, ma è lo spettacolo a costruire la fiducia. E quella fiducia si conquista sera dopo sera.
L’esperienza di attore mi aiuta: conosco il lavoro che precede l’apertura del sipario, le esigenze delle compagnie, la tensione di chi sta per entrare in scena. Da direttore devo tenere insieme tutto questo con la responsabilità verso gli spettatori e verso la città. Quando le persone tornano, portano qualcuno con sé e cominciano a parlare degli spettacoli, senti che quel lavoro sta dando un risultato.
La sua carriera è segnata da collaborazioni importanti. Quali incontri sente più vicini e che cosa le hanno lasciato?
Ogni incontro ha lasciato qualcosa di diverso. Pensando ai grandi artisti con i quali ho lavorato, mi torna soprattutto il valore della preparazione: lo studio del testo, l’attenzione alla parola, la disponibilità a cercare ancora, anche quando si possiede una lunga esperienza.
È una lezione che porto con me. Il talento ha bisogno di essere esercitato; una scena va costruita, una battuta deve trovare la sua necessità. Il pubblico vede il risultato, ma dietro ci sono prove, tentativi e correzioni.
C’è poi il rapporto con i compagni di lavoro. Il teatro ti insegna molto presto che devi ascoltare: puoi conoscere perfettamente la tua parte, ma se non sei presente a ciò che accade con gli altri, qualcosa si perde.
Non sceglierei un solo nome. Sento piuttosto una gratitudine che comprende persone, spettacoli e passaggi della mia vita. Alcune lezioni le comprendi subito; altre riemergono anni dopo, quando ti trovi davanti a una difficoltà e scopri di avere già uno strumento per affrontarla.
Lei si occupa anche di produzione. Come guarda alla condizione del teatro e del cinema e quali possibilità vede per il futuro?

Da produttore impari a misurare un’idea con ciò che serve per realizzarla: risorse, tempi, professionalità, possibilità di incontrare il pubblico. È un passaggio delicato, perché devi dare concretezza al progetto senza impoverirlo.
Credo che teatro e cinema abbiano bisogno soprattutto di continuità. Dietro ogni spettacolo e ogni film ci sono persone che devono poter lavorare, crescere e trasmettere competenze. La precarietà rende più difficile anche la ricerca artistica: quando tutto dipende dall’urgenza, si restringe lo spazio per sperimentare.
Vedo una possibilità importante nella collaborazione fra realtà diverse, nella formazione e nella capacità di accompagnare le opere fino agli spettatori. Produrre significa assumersi anche questa responsabilità. Non basta completare un lavoro: bisogna creare le condizioni perché venga visto.
E occorre dare fiducia ai giovani in modo concreto, offrendo occasioni nelle quali possano misurarsi con il mestiere. L’incontro fra esperienza e nuove sensibilità può generare molto, se ciascuno è disposto ad ascoltare l’altro.
Tra teatro, cinema e arte visiva, quali direzioni desidera esplorare nel suo lavoro personale?
Vorrei continuare a scegliere progetti nei quali sento di poter portare qualcosa di personale. Un personaggio mi interessa quando mi obbliga a fare domande, a spostare il punto di vista, a cercare una parte di umanità che non avevo ancora osservato.
La pittura mi offre un tempo diverso. In teatro lavori con il corpo, la voce e la presenza degli altri; davanti a una tela il confronto è più silenzioso. Anche lì, però, cerco un’emozione che possa arrivare a qualcuno.
La direzione artistica occupa una parte importante del mio impegno e mi mette continuamente in relazione con idee e linguaggi diversi. È un’esperienza che alimenta anche il mio lavoro di interprete.
Per i nuovi progetti preferisco parlare quando ci sono elementi concreti da condividere. Il desiderio, intanto, è continuare a lavorare con curiosità e rigore. Ho ancora molto da cercare, e questo è ciò che mi fa venire voglia di ricominciare.
