I tamburi che rullano nel cuore

Ognuno di noi deve trovare il proprio ritmo di vita, siano tamburi, chitarra, oppure la voce della persona amata.

di Gianni Pezzano

 

Quando sono venuto in Italia nel 2003 per le ricerche per un mio libro, per la prima volta ho sentito un sentimento che non avevo mai sentito nei viaggi precedenti. Quel giorno mi sono sentito tornare a casa, ma il fatto più strano, e che non potevo confessare ai miei parenti, era che l’ho sentito a Roma al mio arrivo in Italia e non al ritorno in Australia, il mio paese di nascita. Era un sentimento che non aspettavo più di sentire e mi ha sorpreso.


La strada per arrivare a quel giorno era lunga e altrettanto dolorosa perché era stato il motivo principale di scontri in famiglia che non smetteranno mai di addolorarmi. È un passaggio che molti noi figli di italiani sentiamo e che molti nascondono, come ho cercato di fare io ma alla fine non potevo.

Per questo motivo quando parliamo delle storie dell’emigrazione italiana non vogliamo parlare solo degli emigrati, ma anche dei loro figli e discendenti perché la decisione di cambiare paese ha un prezzo pesante e lo pagano anche gli altri, chi rimane in Italia e i figli e nipoti che verranno.

Per me la prova finale della mia eventuale decisione si è trovata nel rullo di tamburi, ma per ciascuno di noi la strada e la prova sono diverse e, tristemente, ci sono anche quelli che non le trovano mai.

 

Dall’Australia all’Italia

Per i genitori emigrati è facile pensare che i figli appartengano al paese di nascita, ma la realtà è che non importa solo cosa pensano i genitori, ma anche come veniamo trattati dagli altri. Noi figli di immigrati impariamo presto questa realtà e certamente non in casa.

Ho perso il conto di quante volte ho sentito nel corso della mia vita “Go back to where you come from!” (Torna da dove vieni!) da parte di compagni di scuola prima e nel mondo di lavoro e quotidiano poi. L’ultima volta qualche settimana fa nel corso di uno scambio in una pagina australiana di Facebook su una vicenda politica. Sono nato in Australia   sentirmi dire quella frase da piccolo mi ha sempre   sorpreso. Però, con il tempo mi sono reso conto che il discorso è molto più complicato di una semplice frase banale.

In circostanze come queste diventa ancora più difficile per i giovani a trovare la loro identità perché i due mondi in cui vivono impongono esigenze diverse.

Il primo viaggio in Italia con la famiglia quando ero adolescente mi ha dato le prime prove che quel che siamo è un amalgama di fattori e che ci vuole tempo per trovare la pace interna. Il ritorno in Australia alla fine della vacanza è stato traumatico e ho impegnato mesi per riprendermi perché sentivo ancora di più le differenze tra me e i miei coetanei a scuola, tanto che alla fine ho perso l’anno.

Era un sentimento che non sono mai riuscito a far capire ai miei genitori. Mia madre in particolare vedeva qualsiasi cenno alla possibilità che mi trovavo male in Australia come un tradimento alla sua decisione di emigrare in Australia insieme a due suoi fratelli. All’epoca non capivo il dolore che sentiva da tutta la vita per aver lasciato a casa i genitori e la sorella adolescente e lei aveva certamente trasformato quel dolore nella volontà fortissima di fare il massimo per i figli. Ma questo non cambia il fatto che, alla fine, anche i figli devono fare le proprie decisioni.


 

Due mondi

Per me la pace è arrivata dopo tanti, troppi anni, ma ci sono quelli che non la trovano mai   perché fin troppo spesso le pressioni delle loro famiglie e dei loro coetanei li costringono a prendere strade che altrimenti non avrebbero fatto.

Questo è un punto particolarmente delicato per i figli e i discendenti degli emigrati perché le aspettative dei nostri genitori sono orientate dalla loro decisione di emigrare, una decisione che spesso era costretta e non una vera scelta personale, in modo particolare per le ondate dopo le due guerre mondiali.

Quasi sempre questa decisione era accompagnata dalla volontà di fare una vita nuova per i loro futuri figli e nipoti, ma il paradosso per alcuni è che questa scelta non era sempre la migliore per i figli che si trovano tra due mondi, quello dai genitori e famiglia a casa e quella del paese di nascita, a partire dalla scuola. Questi due mondi non sempre coesistono amichevolmente.

 

Segreti e tamburi

Non esistono formule magiche o segreti per trovare la pace interna, ci vuole tempo ed esperienza e la consapevolezza di riconoscere che il dolore è inevitabile. Purtroppo, molti di noi abbiamo il vizio di cercare di evitare il dolore, specialmente verso i nostri cari, ma certe decisioni comportano il dolore in qualsiasi caso, evitarli non fa altro che peggiorarli.


Le storie dell’emigrazione italiana che abbiamo iniziato a mettere online dimostrano che la ricerca per la propria identità non finisce con la prima generazione nata all’estero. Abbiamo letto esperienze del genere della quinta generazione e questi confermano la documentazione dagli Stati Uniti e altri paesi che l’identità come discendente d’italiani continua anche quando i cognomi non sono più italiani.

Probabilmente lo sbaglio più grande è di pensare di appartenere solo a un mondo, o siamo italiani, o australiani, americani, argentini e cosi via. In verità, le nostre usanze, il nostro modo di pensare e parlare indicano che siamo una fusione dei due mondi, proprio come i nostri genitori perché non siamo mai figli solo del padre o della madre, ma abbiamo aspetti di entrambi. In ogni caso, la decisione deve solo essere del diretto interessato.

Nel mio caso un momento particolare mi ha dato la certezza della mia scelta di vivere nei due mondi e di trasferirmi in Italia. Questo momento è arrivato quando ho sentito i tamburi del Palio a Faenza dove abito ora. Al battito dei musicisti di quella sfilata ha risposto il mio cuore che ha cominciato a battere allo stesso ritmo e così ho capito d’essere al posto giusto ed è stato un momento commovente e inspiegabile. Però, nessun sa come arriverà il proprio momento di scoperta.

Ognuno di noi deve trovare il proprio ritmo di vita, siano tamburi, chitarra, oppure la voce della persona amata. Però, far conoscere queste storie vuol dire anche far capire a chi soffre in silenzio per non far male a qualcuno, che non è solo e che altri sentono gli stessi dubbi e incertezze.

Perciò ripetiamo il nostro appello a tutte le generazioni di emigrati italiani e i loro discendenti di inviare le loro storie a: [email protected]

The roll of drums in the heart

When I came to Italy in 2003 to research one of my books, I felt for the first time an emotion I had never felt in the previous trips. That day I felt as if I were coming home, but the strangest thing was, and I could not tell my parents this, I felt it when I reached Rome and not when I returned to Australia, my country of birth. It was an emotion I no longer thought I would feel and it surprised me.


The road to that day had been long and just as painful because it had been the main reason for arguments in the family that will never cease to cause me pain. It was a passage that many of us children of migrants feel and which many hide, as I tried to do but in the end I could not.

This is the reason that when we speak about the stories of Italian migration we do not want to speak only about the migrants, but also about their children and descendents because the decision to change countries has a heavy price and others pay it as well, those who remain at home and the children and grandchildren to come.

For me I found the final proof of my eventual decision in the roll of drums, but for each of us the road and the proof are different and, sadly, there are also those who never find them.

 

From Australia to Italy

Each one of us must find our own personal rhythm of life, whether they are drums, guitars, or even the voice of the person they love.

By Gianni Pezzano


It is easy for migrant parents to think that their children belong to their country of birth, but the reality is that it does not matter what the parents think but also how we are treated by the others. We children of migrants learn this early at a young age and certainly not at home.

I have lost count of how many times I have been told “Go back to where you come from!” by other students at school and then at the work place and in daily life. The last time was only a few weeks ago during an exchange on an Australian Facebook page on a matter of politics. I was born in Australia and to hear these words directed to me when I was very young always surprised me. However, overtime I understood that the path is much more complicated than a simple banal phrase.

In these circumstances it becomes even more difficult for young people to find their identity because the two worlds in which they live impose different needs.

The first trip to Italy with the family when I was an adolescent gave me the first roof that what we are is a combination of factors and that we need time to find inner peace. Going back to Australia at the end of the holiday was traumatic and I took months to recover because I felt even more the differences between me and the other students at school, so much so that I was lost the year..

It was an emotion I was ever able to explain to my parents. My mother in particular saw any hint that i was ill at ease in Australia as a betrayal of her decision to migrate to Australia with her two brothers. At the time I did not understand the she felt all her life for having left behind her parents and adolescent sister and she assuredly transformed that pain into a very strong will to give her children her utmost. But this does not change the fact that, in the end, even the children must make their own decisions.

 

Two worlds

For me peace came after many, too many years but there are those that never find it because all too often the pressure from their families and peers force them to take roads they otherwise would not have taken.

This is a particularly delicate point for the children and descendents of migrants because their parents’ expectations are directed by their decision to migrate, a decision that was often forced and not a true personal choice, especially for the waves of migration after the two world wars.

This decision was nearly always accompanied by the will to create a new life for their future children and grandchildren who find themselves living in two worlds, that of their parents and the family at home and that of their countries of birth, beginning at school. These two worlds do not always coexist amicably.

 

Secrets and drums

There are no magic or secret formulas for finding inner peace, it takes time and experience and the awareness to recognize that pain is inevitable. Sadly, many of us have the habit of avoiding pain, especially for our loved ones, but some decisions bring pain in any case and avoiding them only makes things worse.

The stories of Italian migration that we have begun putting online show that the search for personal identity does not end with the first generation born overseas. We have read such experiences of the fifth generation and these confirm the documentation from the United States and other countries that identity as being of Italian descent continues even when the surnames are no longer Italian.

The biggest problem is probably thinking that we belong to only one world; either we are Italians, or Australians, Americans, Argentineans and so forth. In truth, our habits, our way of thinking and speaking show that we are a fusion of two worlds, just as like our parents because we are children only of our fathers or our mothers but we have aspects of both.   In any case, the decision must only be of the individual.

In my case, one particular moment gave me the certainty that I had made the right decision to live in both worlds and the move here to Italy. This came when I heard the sound of the drums of the Palio at Faenza where I now live. The rhythm of the parade’s drummers was copied by the rhythm of my heart and so I understood that I was at the right place. It was an emotional moment that I cannot explain. But nobody knows how their own moment of discovery will come.

Each one of us must find our own personal rhythm of life, whether they are drums, guitars, or even the voice of the person they love. However, making these stories known will also let those who suffer in silence because they do not want to hurt anyone know that they are not alone and that others have the same doubts and uncertainty.

That is why we repeat our appeal for all generations of Italian migrants and their descendents to send us their stories at: [email protected]

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