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Ferrara oggi, in bicicletta con Giorgio Bassani

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Ferrara, marzo 2023, lei, l’Estense per eccellenza, da girare in bicicletta, come scrive Giorgio Bassani.

di Sergio Bevilacqua

Tutti i brani in corsivo che seguono provengono da “Il giardino dei Finzi-Contini”, Giorgio Bassani, 1962. Il primo è l’incipit.

“Da molti anni desideravo scrivere dei Finzi-Contini – di Micòl e di Alberto, del professor Ermanno e della signora Olga – e di quanti altri abitavano o come me frequentavano la casa di corso Ercole I d’Este, a Ferrara, poco prima che scoppiasse l’ultima guerra. Ma l’impulso, la spinta a farlo veramente, li ebbi soltanto un anno fa, una domenica d’aprile del 1957.” 

Ferrara, marzo 2023, lei, l’Estense per eccellenza, da girare in bicicletta, come scrive Giorgio Bassani. Una città vivissima di cultura e bellezza, particolare nella sua emilianità: non, come per Bologna, Modena, Reggio, Parma e Piacenza, tutta la “terra” immaginabile (le rive del grande fiume Po, la Bassa, la pianura, la collina e la montagna fino al crinale appenninico dialogante con popoli marittimi d’occidente, come i liguri e i lunigiani di Spezia e Massa Carrara, oppure con i toscani del nord), ma una grande estensione di pianura, col mare Adriatico, già Golfo di Venezia, al posto delle montagne, e le lagune risanate, Comacchio in primis.

“Il professor Meldolesi, al contrario, non taceva affatto. Nato a Comacchio da famiglia contadina, educato in seminario fino a tutto il liceo (del prete, del piccolo, arguto, quasi femminile prete di campagna aveva moltissimo); passato poi a studiare lettere a Bologna in tempo per assistere alle ultime lezioni di Giosuè Carducci, di cui si vantava «umile scolaro»…”

L’Adriatico, il Golfo di Venezia, significa ancora molto per Ferrara, e ha significato moltissimo: la Serenissima che spinge da nord, e con vigore, lo Stato della Chiesa che spinge da sud, fino a riappropriarsi del territorio causa l’estinzione della diretta linea estense che fu intestataria del lascito papale. Una città fertile per principio, con tutta quella pianura, che ha avuto il meglio della dinastia estense, poi migrata nel solo territorio di Modena e Reggio, porzione dello Stato estense di lascito imperiale non soggetto a regole feudali di discendenza come quello papale. E ad altri opportunismi… E la cucina, la cucina, non solo quella emiliana, ma anche quella di tradizione ebraica…

“Era stracolmo, il vassoio: di panini imburrati all’acciuga, al salmone affumicato, al caviale, al fegato d’oca, al prosciutto di maiale; di piccoli vol-au-vent ripieni di battuto di pollo misto a besciamella; di minuscoli buricchi usciti certo dal prestigioso negozietto cascèr che la signora Betsabea, la celebre signora Betsabea (Da Fano) conduceva da decenni in via Mazzini a delizia e gloria dell’intera cittadinanza.” 

S’intravvede ancora, nella programmazione culturale di Ferrara, una istanza di orgoglio e di originalità, un tratto proprio caratteristico. La sua forza, oltreché in amministrazioni cittadine e della provincia non sistematicamente sotto il livello di guardia, sta in una visione civile che, mentre guarda alla vicina Bologna, in realtà è destinata a seguire una via sua propria.

“Durante tutto quel tempo eravamo diventati a tal punto estranei, insomma, che una mattina del 1935, alla stazione di Bologna (facevo già il second’anno di lettere, e andavo su e giù col treno si può dire ogni giorno)…” 

“Più tardi, intorno all’una, ero andato a mangiare al Pappagallo: ma non certo a quello cosiddetto «asciutto», ai piedi degli Asinelli, che oltre a essere carissimo, come cucina mi pareva nettamente inferiore alla sua fama, bensì all’altro, il Pappagallo «in brodo», che si trovava in una stradetta laterale di via Galliera, ed era appunto speciale per i lessi e le minestre in brodo, e per i prezzi, anche, davvero modesti. Nel pomeriggio avevo poi visto qualche amico, fatto il giro delle librerie del centro, bevuto un tè da Zanarini, quello di piazza Galvani, al termine del Pavaglione: insomma me l’ero passata abbastanza bene – conclusi – «pressappoco come quando frequentavo regolarmente».” 

Infatti, oltre alla storia degli Estensi che hanno lasciato una traccia di enorme importanza, un ruolo importantissimo d’identità lo gioca la storia della comunità ebraica ferrarese che, oltre alla estensione del Ghetto, della dimensione demografica e delle presenze culturali, ha oggi nel MEIS (Museo dell’Ebraismo Italiano e della Shoah) un punto di riferimento in termini di importanza attuale ma soprattutto prospettica, quale futuro più grande museo del mondo di cultura ebraica dopo quello di Gerusalemme.

“…la piccola, separata sinagoga levantina, detta anche fanese, situata al terzo piano di una vecchia casa d’abitazione di via Vittoria, ai Da Fano di via Scienze, ai Cohen di via Gioco del Pallone, ai Levi di piazza Ariostea, ai Levi-Minzi di viale Cavour…” 

Ed ecco allora profilarsi una strategia originale. Il grande Rinascimento ferrarese e il precedente civilissimo tardo medioevo ha dotato la città di contenitori straordinari: il Castello Estense, in questo marzo 2023 ospita due mostre di grande interesse: la personale del ferrarese Carlo Guarienti, versatile ed eclettico, e la mostra del Premio VAF Stiftung per i giovani artisti; Palazzo Schifanoia, così chiamato perché sede dei divertimenti della Corte, che “schifa la noia”, espone fino al 10 aprile sette dei dodici teleri creati dall’artista rom Malgorzata Mirga-Tas per la Biennale di Venezia (dedicati ai mesi di marzo, aprile, maggio, giugno, luglio, agosto, settembre e ottobre);  il palazzo Paradiso, sede della biblioteca Ariostea, che ospita dal 3 aprile al 24 giugno ’23 la mostra su Bassani, Pasolini e Testori alla corte di Roberto Longhi.

 

“«Longhi?» domandò alla fine, storcendo le labbra dubbioso. «Cos’è? Hanno già nominato il nuovo titolare della cattedra di storia dell’arte?» Non capivo. «Ma sì» insistette. «Professore di storia dell’arte, a Bologna, ho sempre sentito dire che è Igino Benvenuto Supino, una delle massime illustrazioni dell’ebraismo italiano. Dunque…» Era stato – lo interruppi – era stato: fino al ’33. Ma dal ’34, al posto del Supino messo a riposo per sopraggiunti limiti d’età, era stato appunto chiamato Roberto Longhi. Non li conosceva, lui – seguitai, contento di coglierlo a mia volta in difetto d’informazione – i fondamentali saggi di Roberto Longhi su Piero della Francesca e sul Caravaggio e la sua scuola? Non conosceva l’Officina ferrarese, un’opera che aveva suscitato tanto rumore nel ’33, all’epoca della Mostra del Rinascimento ferrarese tenutasi il medesimo anno nel palazzo dei Diamanti? Per svolgere la mia tesi io mi sarei fondato sulle ultime pagine dell’Officina, che il tema si limitavano soltanto a toccarlo: magistralmente, ma senza approfondirlo.” 

E poi i Palazzi Costabili, Bonacossi, Renata di Francia e molti altri, in alcuni dei quali si celebrano ancora oggi i fasti della cultura e della ricerca estetica ferrarese, forte di uno Sgarbi spumeggiante, istituzionalmente forte sia per gli incarichi di presidenza di Ferrara Arte e MART di Rovereto, sia soprattutto in quanto deus-ex-machina del Ministero della Cultura.

“…corso Ercole I d’Este è così bello, tale è il suo richiamo turistico, che l’amministrazione social-comunista, responsabile del Comune di Ferrara da più di quindici anni, si è resa conto della necessità di non toccarlo, di difenderlo con ogni rigore da qualsiasi speculazione edilizia o bottegaia, insomma di conservarne integro l’originario carattere aristocratico.”

Molto interessante la mostra in corso nella struttura divenuta ideale per esposizioni di Palazzo dei Diamanti (così dopo la chiusura, dovuta a ristrutturazione) in corso Ercole I d’Este, ove si celebra la versione locale dell’epoca rinascimentale in pittura (18 febbraio-18 giugno), con le sue interazioni peraltro col mondo del Rinascimento italiano, e i suoi paladini, Ercole de’ Roberti e Lorenzo Costa. C’è un concetto di sostanza che attraversa la mostra, rispetto ai fasti della corte gonzaghesca di Mantova e al gigantesco di Firenze e della vicina, e invidiata, Venezia.

“Era stato a Venezia – proseguì – forse per suggestione delle nebbie locali che erano così diverse dai nostri cupi nebbioni padani, nebbie infinitamente più luminose e vaghe (soltanto un pittore al mondo aveva saputo renderle: più che il tardo Monet, il «nostro» De Pisis), era stato a Venezia che lei aveva cominciato ad appassionarsi ai làttimi. Passava ore e ore in giro per antiquari. Ce ne erano certi, specie dalle parti di San Samuele, attorno al Campo Santo Stefano, oppure in ghetto, laggiù, verso la stazione, che si può dire non avessero altro da vendere. Gli zii Giulio e Federico abitavano in Calle del Cristo, vicino a San Moisè. Verso sera, non sapendo cos’altro fare, e con alle costole, naturalmente, la governante signorina Blumenfeld (una distinta «jodé» sessantenne di Francoforte sul Meno, in Italia da oltre trent’anni, un vero impiastro!), lei usciva in Calle XXII Marzo a caccia di làttimi. Da San Moisè, Campo Santo Stefano resta a pochi passi. Non così San Geremia, dove è il ghetto, che se uno prende San Bartolomìo e la Lista di Spagna impiega per arrivarci almeno mezz’ora, e invece è vicinissimo, basta traghettare il Canal Grande all’altezza di Palazzo Grassi e poi buttarsi giù per i Frati… Ma tornando ai làttimi, che brivido rabdomantico ogni volta che riusciva a scovarne qualcuno di nuovo, di raro! Volevo sapere quanti pezzi era arrivata a mettere insieme? Quasi duecento.”

È un Rinascimento, quello ferrarese, radicato nella pietra del Medioevo e in una Corte che ama la vita e il piacere ma senza gli eccessi particolari di Mantova, anzi molto legata a una visione economica dello sviluppo, su cui la relazione con la Serenissima diviene critica, e l’asse con Roma di quest’ultima pericoloso. È forse proprio questa condizione strategica (e non le regole del lascito…) che sabota la strategia estense, costringendo la dinastia a rimangiarsi le prospettive di crescita di Ercole I, fino a trovarsi una nuova prima casa a Modena, sfumando via da Ferrara, per la via di Cento e Finale Emilia.

“…«la» Josette fosse scesa a Ferrara facendosi accompagnare da una gran dote, consistente di una villa nel trevigiano affrescata dal Tiepolo, di un ricco assegno, e di gioielli, s’intende, di molti gioielli, che alle prime del Comunale, contro lo sfondo di velluto rosso del palco di proprietà, attiravano sulla sua fulgida scollatura gli sguardi dell’intero teatro…”

 Ma oggi, questa bagarre storica è solo oggetto di grande curiosità, anche se l’orgoglio ferito malgrado il mezzo millennio solletica ancora. E induce anche una programmazione particolare per il settecentesco Teatro Comunale. Recentissimo, Catone in Utica, un’opera di Antonio Vivaldi di cui si è perduta la prima parte della partitura ma senza nuocere particolarmente alla drammaturgia. Domenica 19 marzo, S. Giuseppe e Festa del papà: certo non di papà Catone l’Uticense, che vede sua figlia (Marzia, con una scelta di nomi non concorde in Metastasio con la lettera storica, che la vorrebbe Porcia) come una traditrice, amare il suo nemico acerrimo Caio Giulio Cesare, assediante. L’Uticense, nipote del più noto Catone il Censore, è anch’egli personaggio di grande rilievo, sia storico che morale, tanto che Dante, malgrado il suicidio (non però nell’opera vivaldiana, dal libretto di Metastasio) lo mette a guardia del Purgatorio con chiara promessa di redenzione, e fa dire a Virgilio “Libertà va cercando, ch’è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta…”. Catone all’estremo della sua difesa della Repubblica, lesa da Cesare che batte Pompeo, dà asilo ad Emilia moglie di Pompeo, desiderosa di vendetta (il nome in Metastasio è Emilia, mentre il vero nome è Marzia, qui invece attribuito alla figlia). Tra varie vicende, tese più ad esibire caratteri e psicologie dei personaggi che vicende storiche, si delineano i profili di personaggi, uomini e donne, curiosamente impersonati tutti da voci femminili, a parte Catone.

L’interpretazione musicale è molto coinvolgente e così le voci, con merito del direttore Sardelli: infatti la musica vivaldiana di questa fase quasi terminale (il Prete Rosso sarebbe morto dopo pochissimi anni, indigente) è intima e poco appariscente, si apprezza nelle sfumature che Sardelli ha curato con meticolosa precisione. La regia di Marco Bellussi è fresca e vincente, pur in questo quadro di sofisticata proposta musicale, con la scenografia di interni di villa che divengono teatro di un dramma psicologico, solo condito dai fattori politico-militari tipici della vicenda storica.

Dicevo appunto coraggio della programmazione culturale ferrarese: e sono molti i fattori di rischio impresariale per proporre questa bella opera, dalla incompletezza della partitura, all’assenza dalla programmazione per quasi 300 anni, al soggetto storico erudito… La valorizzazione della musica barocca, strategia per l’Opera di Ferrara, procede con coraggio, dopo il Farnace sempre vivaldiano e il bellissimo Orfeo di Monteverdi, di oltre un secolo prima, ma reso modernissimo dall’acuta regia del grande esteta Pier Luigi Pizzi.

Inevitabile qualche considerazione generale, di fronte alle sonorità ancora limitate fino almeno alla prima metà del ‘700. Il mondo lirico è uno dei mondi artistici più studiati da me in questi anni. Da sociologo, mi sento di affermare che è chiaro fin da Monteverdi come la lingua italiana sia la più adatta alla lirica. Il principio della lirica è basata sulla matematica di suoni e cadenze, con le battute musicali che devono poi trovare la corrispondenza con i suoni emessi nel canto dall’apparato fonico umano. Già Monteverdi e finanche Vivaldi dimostrano che occorre quindi una lingua che si presti a questa simmetria. La base è l’alternanza di singole aperture (vocali) e chiusure (consonanti) e l’altezza è il più esteso utilizzo dell’intero apparato fonico. La lingua che esprime la massima area (base per altezza) è proprio la lingua italiana, ove l’alternanza di vocali e consonanti è quasi continua e l’apparato fonico è utilizzato estensivamente e non in modo parziale né troppo localizzato. Già qui, il “sì suona” è superiore a tutte le altre lingue, ma il confronto diviene impari quando si consideri l’elemento definito correntemente musicalità. Esso consiste nella possibilità della lingua di protrarre per sue caratteristiche espressive i suoni vocalici (fondamentale nella lirica barocca, Monteverdi, Haendel, Vivaldi e anche nel belcanto rossiniano). Nelle lingue greco-latine ciò avviene, in ordine crescente: nel greco, poi nello spagnolo, poi nel portoghese, poi nel francese e in testa a tutte c’è l’italiano, nel quale è normale sentire protrarre gli spazi vocalici per aumentare la capacità espressiva in chiave emotivo-sentimentale.

Possiamo quindi dire che l’italiano è la miglior lingua drammaturgica che l’umanità ha a disposizione. E se è vero che il canto nasce proprio per esaltare i sentimenti, e il canto lirico in particolare, allora ecco l’attrazione fatale. Sancita poi dal pentagramma, che regola in modo aritmetico la singola successione dei suoni, delle battute.

La tradizione operistica collega dunque musica, voce e qualifica la relazione in modo matematico. Molti grandi compositori anche non italiani sono passati per una produzione in lingua italiana, anche quando non era la loro per nascita. Buoni risultati si ottengono, meglio tardivamente, anche con la lingua francese (Bizet, Gounod, Massenet, ecc.), ma la differenza musicale con l’italiano rimane evidente. L’opera, d’altra parte è un crocevia artistico complesso e, quindi, malgrado le prevalenze uditive, si svolge anche su altri piani e interessa diverse enclave linguistiche, cui gli operisti hanno dovuto attenersi, producendo quindi un pò in tutte le lingue, anche se sempre molto meno che in italiano.

Certo che da Monteverdi a Vivaldi, passando per Haendel, la risposta della lirica è chiarissima ed è ancora una sola: la lingua italiana. E anche questo risultato appare chiaro nella coraggiosa programmazione di attualizzazione del barocco attuata del Teatro Abbado della bella città di Ferrara.

Una città in bicicletta, insieme a Giorgio Bassani, anche con la nebbia.

“Poi, più in là, nascoste a tratti da brandelli di nebbie vaganti, vedeva le quattro torri del Castello, che i rovesci di pioggia avevano rese nere come tizzoni spenti. E dietro le torri, lividi da far rabbrividire, e anche questi celati ogni tanto dalla nebbia, i lontani marmi della facciata del campanile del duomo… Oh, la nebbia! Non le piaceva, quando era così, che le faceva pensare a degli stracci sporchi. Ma presto o tardi la pioggia sarebbe finita: e allora la nebbia, di mattina, trafitta dai deboli raggi del sole, si sarebbe trasformata in un che di prezioso, di delicatamente opalescente, dai riflessi in tutto simili nel loro cangiare a quelli dei «làttimi» di cui aveva piena la stanza.” 

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