Emigrazione all’estero: Brasile

Il cibo ha sempre svolto un ruolo fondamentale nella vita quotidiana degli italiani, siano quelli in Patria che gli emigrati.

A cura di Gianni Pezzano

Nella storia di oggi dal Brasile, un piatto ha un ruolo centrale nell’aiutare una famiglia nel corso di diverse generazioni a mantenere la loro identità di italiani e discendenti di italiani, particolarmente in un paese che per anni era ostile agli immigrati di qualsiasi genere.

Tutti in Italia sanno che i tortelli di zucca sono un piatto tradizionale del mantovano e la passione dei componenti della famiglia verso questo piatto dimostra come emigrati sono capaci di mantenere le loro tradizioni a dispetto di chi vuole che diventino semplicemente “nuovi cittadini” di un paese dove tutti dovrebbero essere uguali.


Infatti, sarebbe sbagliato considerare questa storia un semplice momento per ricordare il passato, oppure una storia senza senso nel mondo d’oggi. Nel suo racconto della vita del bisnonno e il nonno, l’autore ci fa vedere uno scenario che molti vorrebbero vedere qui in Italia e molti altri paesi verso gli immigrati che ora compongono il tema centrale della loro politica nazionale.

C’è una grande differenza tra l’integrazione, cioè entrare in un paese per formare una nuova comunità al suo interno, e l’assimilazione che in effetti è l’annientamento dell’identità personale e la storia stessa dimostra il fallimento di questo modo di accogliere gli immigrati. Eppure questo era il Brasile che il nonno ha dovuto affrontare, non potendo parlare la lingua di famiglia per strada e dando  ai figli nomi portoghesi per evitare problemi nel futuro.

Il semplice fatto che l’autore sia in grado di scrivere questa storia in italiano dimostra chiaramente che questi tentativi di assimilazione, una parola per descrivere il pregiudizio e la discriminazione ufficiale, è destinata a fallire.

Inoltre, l’autore ci presenta il primo esempio di una frase che è entrata a fare parte del vocabolario nazionale sin dei primi emigrati che partirono per gli Stati Uniti. “Fare l’America” che non vuol dire semplicemente “diventare americano” come disse una celebre canzone di Renato Carosone degli anni 50, ma vuol dire anche fare la fortuna, cioè diventare ricco.

Sappiamo altrettanto benissimo che non tutti gli emigrati sono diventati ricchi, ma anche che questo non vuol dire automaticamente non aver avuto successo all’estero perché i soldi non sono l’unico modo per misurare il successo di individui. Come sicuramente vedremo in altre storie nel futuro.

Mentre leggiamo queste parole, pensiamo al racconto e la forza di carattere che ha permesso a generazioni di mantenere vivi i loro contatti con il Bel Paese.

Invitiamo tutti a inviarci le loro storie personali a: [email protected]

Turtèi in valìs

Di Guilherme Balista

Se chiedi a mio nonno, José Balista, italo-brasiliano nato nella zona rurale di São José do Rio Preto (San Paolo del Brasile), qual è il suo piatto preferito, risponderà sicuramente tortelli di zucca. Interessante perché, pur se non è mai stato nella Mantova dei suoi antenati (preferisce i mezzi di trasporto terrestri a quelli aerei o marittimi), apprezza la tipica pasta ripiena che la famiglia ancora fa artigianalmente nei momenti di comunione, popolarizzata tra di noi come “tortèa” (termine portoghesato del dialettale mantovano “turtèi”).


Il signor José è nato nel 1950, un periodo in cui il Brasile aveva recentemente subito un’intensa campagna di nazionalizzazione, conseguenza delle misure adottate durante il Nuovo Stato (1937-1946) dal presidente Getúlio Vargas per ridurre l’influenza delle comunità straniere nel paese e forzare la loro assimilazione nella popolazione brasiliana. Come la maggior parte degli italiani immigrati in Brasile, i miei familiari comunicavano in dialetto (nel nostro caso, dialetto basso mantovano) e parlavano poco l’italiano (quando parlavano, erano limitati all’italiano popolare). L’impresa del governo brasiliano portò alla creazione di uno stigma del parlare dialettale e i genitori italiani spesso sceglievano di non trasmettere la lingua ai figli per evitare che fossero discriminati a scuola e per strada. Pertanto, grande parte degli italo-brasiliani è stata registrata con varianti dei nomi dati dai genitori in portoghese (Giuseppe: José) e alfabetizzati nella lingua locale.

Nonostante la persecuzione, non risultò la perdita dell’identità italiana nelle comunità, che continuò a manifestarsi in diversi modi attraverso l’eredità familiare. Poco dopo, l’ideale di nazionalizzazione cadde in disuso e quando nacque mio padre nel 1970, mia nonna lo registrò come William, un nome diffuso all’epoca. Lui, da bambino, studiò in una scuola cattolica (Istituto Comboniano San Giuda Taddeo, a São José do Rio Preto) e ha avuto come insegnante un prete lecchese di nome Angelo dell’Oro, il quale ha spiegato che il suo nome era straniero e c’era una variante in portoghese: Guilherme (Guglielmo). È cresciuto, ha tenuto per sé quello che gli fu insegnato e quando ebbe il suo primo figlio, mi ha dato il nome.

Ho visto fin da piccolo preparare la tortèa dalla nonna (che curiosamente ha origine nell’arcipelago di Madera, in Portogallo, ma imparò la ricetta per rendere felice mio nonno) e dalla mamma. Da bambino pensavo che fosse comune mangiare questa meravigliosa pasta in Brasile, ma una volta parlando con i compagni di classe, non sapevano cosa fosse e ho dovuto spiegare. Anche se sentivo spesso da mio nonno e padre, con cui ho imparato a parlare e scrivere italiano al tavolo di casa, che la nostra famiglia è venuta dall’Italia, è stato allora che mi sono reso conto che non siamo una comune famiglia brasiliana. Sono cresciuto con i tortelli di zucca.

I nostri nonni Gerolamo Ercolano Ballista e Maria Luigia Frego erano contadini e vivevano a Nuvolato, frazione di Quistello (MN), con i loro tre figli (Iside, dal primo matrimonio di Gerolamo – con Maria Gavioli -, Cesira e Antonio). Portarono la ricetta nel bagaglio quando emigrarono in Brasile nel 1888 a bordo della nave Vincenzo Florio, con il sogno di avere una miglior qualità di vita e fare l’America.

Piatto della tradizione mantovana per eccellenza, i tortelli di zucca appartengono alla cucina di famiglia dove i segreti della sfoglia e le giuste dosi del ripieno si tramandano di generazione in generazione. La sua origine è incerta, ma le prime notizie che si hanno risalgono al Cinquecento, alla corte dei Gonzaga, a Mantova. Qui i Signori coltivavano la nobile arte della cucina e dell’accoglienza, radunando alla loro corte i migliori cuochi dell’epoca.

Una volta, chiacchierando con Stefano Scansani, quando ancora era capo redattore della Gazzetta di Mantova, parlavamo del suo libro “Metafisica del Tortello” e della differenza come il piatto è servito in certe zone. La tradizione per noi è come nel basso mantovano (Quistello si trova Oltrepò), e si gusta con il un sugo di pomodoro, che esalta il contrasto tra il dolce della zucca e l’aspro del pomodoro. In certe zone vuole che i tortelli siano conditi solo con burro fuso e parmigiano, magari con l’aggiunta di qualche foglia di salvia, che permette di assaporare la dolcezza del ripieno. Sono fatti con pasta sfoglia all’uovo e ripieni di zucca cotta, generalmente con amaretti, mostarda, grana grattugiato e noce moscata. Con il tempo e popolarità, diffusi in diverse zone d’Italia, anche se, come spesso succede in questi casi, la ricetta ha subito delle modifiche e delle varianti a seconda del luogo in cui è stata adottata.


Il piatto tipico del giorno di festa contadina, in quanto la zucca era diffusa ovunque e costava poco, quindi una ricetta economica e nutriente, che è sopravvissuta al tempo e ha la stessa origine della famiglia che l’ha portata nella sua valigia in America. È ancora in grado di riunirci attorno al tavolo, sia in Brasile che in Italia, rinnovando i vincoli da una generazione all’altra, fino ai giorni nostri. La vecchia tradizione è il padre servire i tortelli iniziando dal figlio minore, proseguendo con la mamma, l’intera famiglia e gli amici.

Guilherme Balista, italo-brasiliano, oriundo di una famiglia d’immigrati di Quistello (MN), è nato il 20 settembre 1991 a São José do Rio Preto (San Paolo del Brasile) e trascritto a Predaia (TN). È pastore battista, professore, teologo e traduttore italiano/portoghese con giuramento presso il Tribunale di Mantova. Ha studiato cinema e TV al Progetto LabCom e si è laureato in teologia presso il Seminario Teologico del Centro Apologetico Cristiano di Ricerche. Oltre all’italiano, parla portoghese e spagnolo.

Migration yesterday: Brazil

Food has always played an important part in the daily lives of Italians, whether they are in Italy or have migrated.

by Gianni Pezzano

In today’ story a dish has a central role in helping a family over a number of generations to maintain their identity as Italians and descendents of Italians, especially in a country which for years was hostile towards migrants of any type.

Everybody in Italy knows that tortelli di zucca (pumpkin ravioli) is a traditional dish from the area of Mantua and the passion of the members of the family for this dish shows how migrants are able to maintain their traditions in spite of those who want them to become “new citizens” of a country where everybody should be the same.

In fact, it would be wrong to consider this story a simple memory of the past, or a story that has no meaning in today’s world. In his story on the lives of his great grandfather and grandfather the author lets us see a scenario that many in Italy and many other countries would like to see towards the migrants who now form the central theme of their national politics.


There is a great difference between integration, in other words coming into a country to form a new community within it, and assimilation, a word that describes official prejudice and discrimination and which in effect is the annihilation of personal identity, and the story itself shows the failure of this manner of welcoming migrants. And yet this was the Brazil that his grandparents had to face, to be unable to speak their language in the streets and to have to give their children Portuguese names to avoid problems in the future.

The simple fact that the author was able to write this story in Italian shows clearly that these attempts at assimilation are destined to fail.

In addition, the author gives us the first example of a phrase that has been part of Italy’s national vocabulary since the day the first migrants left for the United States. “Fare l’America” (to make America) does not mean simply “becoming American” as Renato Carosone’s  famous 1950s song “Tu vuò fà l’americano”  featured in the Sophia Loren and Clark Gable film “It started in Naples” says but it also means to make your fortune, in other words to become rich.

We also know just as well that not all migrants became rich but this too does not automatically mean being successful overseas because money is not the only way to judge the success of individuals, as we will surely see in other stories in the future.

As we read these words, let us consider the story and the strength of character that allowed generations to keep alive their contacts with Italy.

Send your personal story to: [email protected]


 

Turtèi in valìs (Tortelli in the suitcase)
by Guilherme Balista

If you ask my grandfather José Balista, an Italo-Brazilian born in the rural area of São José do Rio Preto (San Paolo, Brazil), to name his favourite dish he will surely answer Tortelli di zucca (pumpkin tortelli). This is interesting because he has never been to the Mantua of his forebears (he prefers land transport to airplanes and ships), he appreciates typical stuffed pasta which the family still makes by hand in the moments together and which we call “tortèa” (a Portuguese version of the “turtèi” from the dialect of Mantua).

Mr José was born in 1950, a period in which Brazil had recently suffered an intense campaign of nationalization as a result of the measures adopted during President Getúlio Vargas’ Estado Novo (New State) regime from 1937-1946 in order to reduce the influence of foreign communities in the country and to force their assimilation into the Brazilian population.  Like the greater part of Italian migrants in Brazil my relatives spoke to each other in dialect (in our house it was the dialect of Lower Mantua) and spoke little Italian (when they spoke it they were limited to working class Italian). The Brazilian government’s feat was to make speaking dialect a disgrace and Italian parents often chose not to pass on the language to their children to avoid their being discriminated at school and on the street. Therefore, a large part of Italo-Brazilians were registered with variations in Portuguese of the names their parents gave them (Giuseppe: José) and were educated in the local tongue.

Despite the persecution, there was no loss of Italian identity in the community which continued to show itself in different ways through family inheritance. A little later, the ideal of nationalization fell into disuse and when my father was born in 1970 my grandmother registered him a birth as William, a common name at the time.  As a child he studied at a Catholic school (Istituto Comboniano San Giuda Taddeo at São José do Rio Preto) where he had a priest from Lecce in Italy, Angelo Dell’Oro, who explained to him that his name was foreign and that there was a Portuguese version: Guilherme. He grew up keeping what he had been taught to himself and, when he had his first child, he gave me the name.

Since I was very young I have seen the tortèa being made by my grandmother (who curiously had her origins from the archipelago of Madera in Portugal but learnt the recipe to make my grandfather happy) and my mother. As a child I thought that eating this wonderful pasta was normal in Brazil but once while I talked with my classmates they did not know what it was and I had to explain what they were. Even though I had often heard my grandfather and father, who taught me to speak and write Italian at the family table, that our family came from Italy, it was then that I understood that we were not a normal Brazilian family. I grew up on tortelli di zucca.

Our great grandparents Gerolamo Ercolano Ballista and Maria Luigia Frego were farm folk and lived in Nuvolato, a hamlet of the town of Quistello (Mantua) with their three children (Iside from Gerolamo’s first marriage with Maria Gavioli, Cesira and Antonio). They brought the recipe with them in the suitcase when they migrated to Brazil in 1988 aboard the ship Vincenzo Florio, with the dream of a better quality of life and “fa l’Amercia” (to make their fortune).

The traditional dish of Mantua par excellence, the tortelli di zucca belong to our family kitchen where the secret of the pasta dough and the right doses of the filling are passed down from generation to generation. Its origins are uncertain but the first news of them goes back to the 16th century at the court of the Mantua’s ruling Gonzaga family. Then the Lords cultivated the noble art of cooking and hospitality and brought to their court the best chefs of the period.

One time, as I chatted with Stefano Scansani who was then the editor in chief of the Gazzetta di Mantova, the city’s newspaper, we spoke about his book “Metafisica del Tortello” (The Metaphysics of tortelli) and the differences between how the dish was served in certain areas. Our tradition is like that of Lower Mantua (Quistello is in the area of Oltrepò) where it is eaten with tomato sauce which exalts the sweetness of the pumpkin and the sour of the tomatoes. In some areas the tortelli are served with melted butter and parmesan cheese, maybe with sage leaves added, which allows the sweetness of the filling to be tasted. They are made of egg pasta and filled with cooked pumpkin, generally with amaretti biscuits, mostarda (preserved fruit which are part of the tradition of the area), grated Grana cheese and nutmeg. Over time and due to their popularity, they have spread to different areas of Italy even though, as often happens, the recipes has been modified and there are variations according to the place which adopted them.

It is the typical dish for peasants on days of celebration since pumpkins were everywhere and cheap, therefore the recipe is economical and nutritional and it has survived over time and has the same origins as the family that brought it to America in its suitcase. It is still able to gather us around the table, in Brazil as well as in Italy and it renews the bonds from one generation to another, up to the present day. The old tradition is father serving the tortelli, beginning with the youngest child, followed by mother, the entire family and friends.

Guilherme Balista, Italo-Brazilian, a descendent of a family of migrants from Quistello(Mantua). He was born on September 20th, 1991 at São José do Rio Preto (San Paolo, Brazil) and registered at Predaia(Trento). He is a Baptist pastor, teacher, theologian and Italian-Portuguese translator registered at the Mantua Law Court. He studied cinema and TV at Progetto LabCom and has a degree in Theology at the Seminario Teologico del Centro Apologetico Cristiano di Ricerche (Theological Seminary of the Christian Apologetic Research Centre). In addition to Italian, he speaks Portuguese and Spanish.

Emigração ontem: Brasil

A comida sempre desempenhou um papel fundamental na vida cotidiana dos italianos, tanto aqueles na Pátria que os emigrantes.

 

Na história de hoje do Brasil, um prato desempenha um papel central em ajudar uma família ao longo de diversas gerações a manter a sua identidade de italianos e descendentes de italianos, particularmente em um país que durante anos foi hostil aos imigrantes de qualquer gênero.

Todos na Itália sabem que os tortelli de abóbora são um prato tradicional do mantovano e a paixão dos componentes da família por este prato demonstra como os emigrantes são capazes de manter as suas tradições apesar de quem querque tornem-se simplesmente “novos cidadãos” de um país onde todos deveriam ser iguais.

Na verdade, seria errado considerar essa história um simples momento para lembrar o passado, ou mesmo uma história sem sentido no mundo de hoje.No seu relato da vida do bisavô e seu avô, o autor nos mostra um cenário que muitos gostariam de ver aqui na Itália e em muitos outros países em relação aos imigrantes que agora compoem o tema central de sua política nacional.

Há uma grande diferença entre a integração, isto é, entrar num país para formar uma nova comunidade ao seu interior, e a assimilação que é de fato a aniquilação da identidade pessoal e a história mesma demonstra o fracasso deste modo de acolher os imigrantes. No entanto, este era o Brasil que o avô teve que enfrentar, não podendo falar a língua da família nas ruas e dandoaos filhos nomes portugueses para evitar problemas no futuro.

O simples fato de o autor ser capaz de escrever essa história em italiano demonstra claramente que essas tentativas de assimilação, uma palavra para descrever o preconceito e a discriminação oficial, é destinada a fracassar.

Além disso, o autor nos apresenta o primeiro exemplo de uma frase que tornou-se parte do vocabulário nacional desde os primeiros emigrantes que partiram para os Estados Unidos.“Fazer a América”, que não significa simplesmente “tornar-se americano”, como disse uma célebre canção de Renato Carosone dos anos 50, mas quer dizer também fazer a fortuna, isto é, tornar-se rico.

Sabemos entretanto muito bem que nem todos os emigrantes tornaram-se ricos, mas também que isso não quer dizer automaticamente que não tenha tido sucesso no exterior, porque o dinheiro não é a única maneira de medir o sucesso dos indivíduos. Como seguramente veremos em outras histórias no futuro.

Enquanto lemos essas palavras, pensamos no relato e na força de caráter que permitiua gerações de manterem vivos os seus contatos com o Belo País.

 

Convidamos todos a nos enviar suas histórias pessoais para: [email protected]

 

Turtèi in valìs

Di Guilherme Balista

Se você perguntar ao meu avô, José Balista, ítalo-brasileiro nascido na zona rural de São José do Rio Preto (São Paulo), qual é seu prato favorito, certamente responderá tortelli de abóbora. Interessante porque, embora nunca tenha estado na Mântua dos seus antepassados (prefere os meios de transporte terrestres àqueles aéreos ou marítimos), aprecia a típica massa recheada que a família ainda faz artesanalmente nos momentos de comunhão, popularizada entre nós como “tortèa” (termo aportuguesado do dialetal mantovano “turtèi”).

O senhor José nasceu em 1950, um período em que o Brasil havia recentemente passado por uma intensa campanha de nacionalização, consequência das medidas tomadas pelo Estado Novo (1937-1946) do presidente Getúlio Vargas para reduzir a influência das comunidades estrangeiras no país e forçar sua assimilação na população brasileira. Como a maior parte dos italianos imigrados no Brasil, os meus familiares se comunicavam em dialeto (no nosso caso, dialeto baixo mantovano) e falavam pouco o italiano (quando falavam, eram limitados ao italiano popular). O empenho do governo brasileiro levou à criação de um estigma do falar dialetal e os pais italianos muitas vezes escolhiam não transmitir a língua aos filhos para evitar que fossem discriminados na escola e na rua. Portanto, grande parte dos ítalo-brasileiros foi registrada com variantes dos nomes dados pelos pais em português (Giuseppe: José) e alfabetizados no idioma local.

Apesar da perseguição, não resultou a perda da identidade italiana nas comunidades, que continuou a manifestar-se de diferentes maneiras através da herança familiar. Pouco depois, o ideal de nacionalização cai em desuso e quando nasce meu pai em 1970, minha avó o registra como William, um nome comum na época. Ele, de criança, estudou em uma escola católica (Instituto Comboniano São Judas Tadeu, em São José do Rio Preto) e teve como professor um padre lecchese de nome Angelo dell’Oro, o qual explicou que o seu nome era estrangeiro e havia uma variante em português: Guilherme (Guglielmo). Cresceu, guardou para si aquilo lhe foi ensinado e quando teve seu primeiro filho, me deu o nome.

Desde pequeno vi minha avó preparar a tortèa (que curiosamente tem origem no arquipélago da Madeira, em Portugal, mas aprendeu a receita para fazer feliz meu avô) e a minha mãe. De criança eu achava que fosse comum comer essa maravilhosa massa no Brasil, mas uma vez falando com os colegas de classe, não sabiam o que fosse e eu tive que explicar. Embora se ouvisse muitas vezes do meu avô e pai, com quem aprendi a falar e escrever italiano na mesa de casa, que nossa família veio da Itália, foi então que percebi que não somos uma família brasileira comum. Cresci com os tortelli de abóbora.

Nossos avós Gerolamo Ercolano Ballista e Maria Luigia Frego eram camponeses e viviam em Nuvolato, fração de Quistello (MN), com seus três filhos (Iside, do primeiro casamento de Gerolamo – com Maria Gavioli -, Cesira e Antonio). Levaram a receita na bagagem quando emigraram para o Brasil em 1888 a bordo do navio Vincenzo Florio, com o sonho de ter uma melhor qualidade de vida e fazer a América.

Prato da tradição mantovana por excelência, os tortelli de abóbora pertencem à cozinha da família onde os segredos da massa e as doses certas do recheio são transmitidas de geração em geração. Sua origem é incerta, mas as primeiras notícias que se há datam do século XVI, na corte dos Gonzaga, em Mântua. Aqui os Senhores cultivavam a nobre arte de cozinhar e da hospitalidade, reunindo à sua corte os melhores cozinheiros da época.

Uma vez, conversando com Stefano Scansani, quando ainda era editor-chefe da Gazzetta di Mantova, falávamos sobre seu livro “Metafisica del Tortello” e da diferença como o prato é servido em certas regiões. A tradição para nós é como no baixo mantovano (Quistello se encontra Oltrepò), e é provado com o molho de tomate, que exalta o contraste entre o doce da abóbora e o azedo do tomate. Em certas regiões é necessário que os tortelli sejam temperados apenas com manteiga derretida e parmesão, talvez com a adição de alguma folha de sálvia, que permite saborear a doçura do recheio. São feitos com massa folhada ao ovo e recheados com abóbora cozida, geralmente com amêndoas, mostarda, grana ralado e noz-moscada. Com o tempo e popularidade, difundidos em diversas regiões da Itália, embora, como muitas vezes acontece nesses casos, a receita sofreu mudanças e variações dependendo do local em que foi adotada.

O prato típico do dia de festa camponês, como a abóbora era espalhada por toda parte e custava pouco, então uma receita econômica e nutritiva, que sobreviveu ao tempo e tem a mesma origem da família que a levou em sua mala na América. É ainda capaz de nos reunir em torno da mesa, tanto no Brasil como na Itália, renovando os laços de uma geração para a outra, até os dias de hoje. A antiga tradição é o pai servir os tortelli a partir do filho mais novo, continuando com a mãe, toda a família e os amigos.

Guilherme Balista, ítalo-brasileiro, oriundo de uma família de imigrantes de Quistello (MN), nasceu em 20 de setembro de 1991 em São José do Rio Preto (São Paulo) e transcrito em Predaia (TN). É pastor batista, professor, teólogo e tradutor italiano/português com juramento pelo Tribunal de Mântua. Estudou cinema e TV pelo Progetto LabCom e formou-se em teologia pelo Seminário Teológico do Centro Apologético Cristão de Pesquisas. Além do português, fala italiano e espanhol.

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