Italiani nel Mondo

Dalla Generazione Italiana a Generazioni Nuove – From the Italian Generation to the New Generations

By 7 Agosto 2019 No Comments

di emigrazione e di matrimoni

Dalla Generazione Italiana a Generazioni Nuove

Siamo tutti nati “italiani” in paesi che non sono “Italia”, ma abbiamo mantenuto aspetti personali che i nostri coetanei non hanno avuto

Di Gianni Pezzano

Abbiamo tutti la voglia di fare parte di una comunità, di appartenere a un gruppo, ma abbiamo anche la nostra voglia naturale d’essere individui e per gli immigrati, e in modo particolare i loro figli, questa voglia può creare conflitti personali che condizionano la vita.


Sui social media vediamo una crescita di gruppi di figli e discendenti di emigrati italiani che è la prova di quel che i sociologi e altri esperti capiscono da anni. Che dopo una o due generazioni i nipoti e discendenti degli emigrati vogliono scoprire le loro origini e capire chi sono in realtà, e non sempre le risposte sono quelle che aspettavano all’inizio di quelle ricerche.

Per chiunque il solo crescere già crea problemi che determinano le strade che poi seguiremo in un modo o un  altro per tutta la nostra vita, ma per gli emigrati e i loro figli questi problemi spesso li costringono a prendere decisioni difficili che i genitori non sempre capiscono, tantomeno ne sentono gli effetti.

Nel fare queste considerazioni abbiamo la mente indirizzata particolarmente agli italo-americani perché vediamo che molti di loro non sanno quali strade prendere per le loro ricerche sul loro passato, non tanto a causa delle loro decisioni personali, ma da decisioni prese generazioni prima dai loro nonni e bisnonni. Molti di loro hanno poi preso strade che hanno portato gioia nel ritrovare parenti sconosciuti e altri invece hanno scoperto che in un certo senso non conoscono sé stessi e nemmeno i genitori e nonni.

La prima battaglia

Per noi della prima generazione di emigrati nati all’estero la prima battaglia è quella di scoprire che in molti sensi non apparteniamo al nostro paese di nascita. I motivi sono tanti, non avere la stessa religione degli altri abitanti del paese o città, non condividere tradizioni e usanze, ma la causa più importante di quel che ci separa dai nostri vicini di casa è la lingua che ci definisce, l’italiano.

Nel mio caso in Australia, e so ora che non ero l’unico, la lingua italiana ha creato una barriera con i miei insegnanti e i compagni di scuola sin dal primo giorno di scuola. Non è affatto bello sapere che non capisci i tuoi coetanei, come non è bello non capire quel che ti dicono gli insegnanti per poi scoprire che nemmeno il tuo nome va bene.

Il mio nome all’anagrafe è Giovanni, ma in casa ero e sono tutt’ora Gianni. Quando ci hanno insegnato come scrivere, dovevamo mettere il nostro nome sul foglio di carta e l’insegnante, e questo è accaduto quasi per tutto il mio percorso scolastico fino all’università, mi ha detto di scrivere “John” la versione inglese del mio nome. Mi sono sempre rifiutato perché non mi identificavo in quel nome.

Inoltre, l’incapacità linguistica in inglese, e in modo particolare non poter pronunciare bene molte parole perché certi suoni non appartengono all’italiano e quindi non potevo impararlo a casa come gli studenti australiani, voleva dire che noi figli d’immigrati italiani, e non solo, eravamo considerati “meno intelligenti” degli studenti autoctoni, e anche questo ci ha seguito per tutto il percorso scolastico. Non importava se i temi fossero scritti bene, se i nostri voti in altre materie come la matematica, nella quale la lingua non aveva un impatto determinante,  fossero buoni, questi piccoli difetti linguistici, che poi son spariti nel corso degli anni, hanno determinato l’atteggiamento dei nostri insegnanti nei nostri riguardi.

Però, nessuna famiglia italiana in Australia che ho conosciuto nel corso degli anni ha preso la decisione che vedo sempre più spesso nelle pagine del social degli italo-americani, di stabilire che la lingua di casa doveva essere strettamente inglese per assicurare che i figli e i nipoti diventassero “americani” a tutti gli effetti.

Questo è un aspetto che merita uno studio da parte degli storici della nostra emigrazione, perché dovrebbe essere un indizio importante delle condizioni della vita dei nostri parenti e amici in quel paese per molti anni,  tanto da prendere una decisione così drastica nel negare una parte fondamentale della loro identità.


Per noi figli di emigrati italiani in Australia, e dagli scambi con altri figli di emigrati negli altri paesi da quando abbiamo iniziato la rubrica degli “Italiani all’estero”, la nostra vita sarebbe inimmaginabile senza quella lingua che ci accompagna sin dalla nostra nascita.

Anzi, direi di più, per noi che abbiamo deciso di studiare la lingua dei nostri genitori, questa capacità ha reso la nostra vita immensamente più ricca, perché abbiamo imparato che il nostro patrimonio culturale personale è molto più grande della sola Cultura dei nostri paesi di nascita.

E ancora più importante per la qualità della nostra vita, la capacità di parlare, chi bene e chi meno bene, la lingua che definisce la parte italiana della nostra identità, ci ha permesso di mantenere contatti con i nostri parenti in Italia a un livello che molti italo-americani non hanno potuto fare.

Da generazione italiana a nuove  generazioni

 Questa capacità nella lingua italiana non ci ha impedito d’essere “australiani,” brasiliani, argentini”, o anche “americani” per coloro che hanno mantenuto la lingua, ma ci ha reso persone diverse,  perché abbiamo capacità che poi diventano importanti nel lavoro, come poter parlare con clienti stranieri, poter imparare più facilmente altre lingue perché il nostro orecchio è più sensibile ai suoni, poter fare ricerche con documenti originali, e cosi via.

Siamo tutti nati “italiani” in paesi che non sono “Italia”, ma abbiamo mantenuto aspetti personali che i nostri coetanei non hanno avuto. Precisiamo, che questo non vale solo per gli immigrati italiani, ma per tutti gli immigrati, in tutti i paesi, compresi chi ora emigra in Italia.

Sappiamo che ci sarà sempre chi non ci considera al loro pari perché i nostri nomi sono diversi, perché la nostra famiglia viene da un altro paese, ecc., ecc., ma non abbiamo mai pensato di non appartenere al nostro paese di nascita. Figli di emigrati italiani ora fanno parte della vita dei loro paesi di nascita non solo nei lavori umili dei nostri nonni e genitori, ma a tutti i livelli, professionali e non, e in alcuni casi figli e discendenti di emigrati italiani ora hanno anche ruoli decisivi ai livelli più alti e persino fanno parte dei loro rispettivi governi.


Quindi non siamo “australiani”, o altro, siamo “italo-australiani”, come altri sono “italo-americani”, “italo-brasiliano”, “italo-argentini” e così via. Non siamo meno fieri dei nostri paesi di nascita, ma siamo più consapevoli delle nostre origini e riconosciamo che quel che siamo e quel che facciamo ha radici non in un paese, ma in due.

Stati Uniti

Questi sono i pensieri che sento quando leggo i post degli italo-americani, nipoti e pronipoti di emigrati italiani che esprimono la loro tristezza per non saper parlare la lingua che definisce una parte della loro identità.

Come anche quando vedo appelli che chiedono come si fa a trovare un parente in Italia perché non sanno precisamente le loro origini. Molti dicono “sono di Palermo, o Abruzzo, o il Veneto”, ma non sanno se vengono dalla città, oppure da un paesino di provincia e dunque per molti la loro ricerca per le loro radici diventa davvero difficile.

Ma dobbiamo finalmente riconoscere che noi nati e cresciuti all’estero non siamo solo “italiani” o “australiani”, e così via. Siamo generazioni di transizione che hanno il potenziale di avvicinare culturalmente, economicamente e in molti altri modi i nostri paesi di  nascita e il nostro paese d’origine, l’Italia.

In questo l’Italia ha un potenziale enorme con i suoi oltre 90 milioni di cittadini e discendenti di emigranti italiani in giro per il mondo, ma fino ad ora il paese ha fatto pochissimo per avvicinare questi milioni alla madrepatria e in questo i nostri politici hanno una visione davvero limitata perché abbiamo molto da guadagnare e pochissimo da perdere se finalmente capissimo che questi nostri parenti e amici all’estero sono anche loro parte del nostro paese.


E il primo passo deve essere, coma paese,  finalmente di capire chi sono gli italiani all’estero perché in Italia pochi lo sanno.

 

 

di emigrazione e di matrimoni

From the Italian Generation to the New Generations

We were all born “Italians” in countries that are not “Italy” but we have kept personal aspects that our peers did not have

By Gianni Pezzano

We all have the desire to be part of a community, to belong to a group but we also have our natural desire to be individuals and for migrants, and especially their children, this desire can create personal conflicts that condition lives.


On the social media we have seen the growth in the groups of children and descendants of Italian migrants that is the proof of what sociologists and other experts have known for years. After one or two generations the grandchildren and descendants of migrants want to discover their origins and to understand who they really are and the answers have not always been what they expected when they started their research.

For anyone growing up already creates problems that will decide the roads we will follow in one way or another for the rest of our lives but for migrants and their children these problems often force them to make decisions that parents do not always understand, much less to feel the effects.

In making these considerations we have our mind especially on the Italian Americans because we see how many of them do not know what roads to take in their search for their past, not so much due to their personal decisions but by decisions taken generations before by their grandparents and great grandparents. Many of them have then taken this road and found joy in discovering unknown relatives but on the other hand others have found that in a certain sense they do not know themselves and not even their parents and grandparents.

The first battle

For us of the first generation born overseas of Italian migrants the first battle was to discover that in many ways we do not belong to our country of birth. There are many reasons, we do not have the same religion of the other inhabitants of the country or city, we do not share traditions or habits but the major cause of what separates us from our neighbours is the language that defines us, Italian.

In my case in Australia, and I now know I was not the only one, the Italian language created a barrier with my teachers and school mates from the first day at school. It was not at all good finding out you did not understand your peers, just as it was not good understanding what the teachers told you and to then discover that not even your name was alright.

My registered name is Giovanni but at home I was and still am Gianni. When they taught us how to write and we had to put our names on the sheet the teacher and this happened in nearly all my schooling up to university, told me to write “John” the English version of my name. I always refused because I do not identify myself with that name.

Furthermore, the linguistic incapacity in English, and especially not being able to pronounce many words well because certain sounds do not belong to Italian and therefore I never learnt them at home as the Australian students did, meant that we children of Italian migrants, and others as well, were considered “less intelligent” than the native students and this too followed us for all our schooling. It did not matter if the essays were written well, or if our marks on other subjects such as maths in which the language had no impact, were good, these small linguistic faults, which then disappeared over time, determined the teachers’ attitudes towards us.

However, no Italian family in Australia that I have met over the years took the decision that I see more and more often on the Italian American pages of the social media, to order that the language at home be strictly English to ensure that the children and grandchildren become “Americans” in every way.

This is an aspect that deserves to be studied by historians of our migration because it could be an important clue to the conditions in the lives of our relatives and friends in that country if they took such a drastic decision to deny a fundamental part of their identity.

For us children of Italian migrants in Australia, and from the exchanges with other children of migrants on other countries since we started the “Italians around the world” section, our lives would be unimaginable without the language that has accompanied us since we were born.

Indeed, I would say more, for we who decided to study our parents’ language this skill has made our lives immensely richer because we have learnt that our personal cultural heritage is much bigger than only the Culture of our country of birth.

And even more important for the quality of our lives, the capacity to speak, some well, some less well, the language that defines the Italian part of our identity, has let us maintain our contacts with our relatives in Italy at a level that many Italian Americans could not do.

From Italian Generation to new Generations

This ability in Italian did not stop us being “Australians”, “Brazilians”, “Argentineans” or even “Americans” for those who kept the language, but it made us different people because we have skills that then become important at work, such as speaking with foreign customers, being able to learn other languages more easily because we have an ear that is more sensitive to different sounds, to be able to do research with original documents and so forth. 

We were all born “Italians” in countries that are not “Italy” but we have kept personal aspects that our peers did not have. We must note that this does not apply only to Italian migrants, but also to all migrants, in all countries, including those who are now migrating to Italy.

We know that there will always be those who do not consider us their equals because our names are different, because our families came from another country, etc., etc. but we have never thought that we never belonged to our country of birth. The children of Italian migrants are now part of the lives of their countries of birth and not only in the humble jobs of their grandparents and parents, but at all levels, professional and non professional and in some cases the children and descendants of Italian migrants now also play decisive roles at the highest levels and even form part of their respective governments.

Therefore, we are not “Australians”, or other, we are “Italo-Australians”, just as others are “Italian Americans”, “Italo-Brazilians”, “Italo-Argentineans” and so forth. We are no less proud of our countries of birth but we are more aware of our origins and we recognize that who we are and what we do has roots not in one country but in two.

United States

This is what I feel when I read the posts of Italian Americans, grandchildren and great children of Italian migrants, who express their sadness that they cannot speak the language that defines a part of their identity.

And also what I feel when I see appeals asking for how to find relatives in Italy because they do not know their precise origins. Many say “I am from Palermo, or the Abruzzi, or the Veneto…” but they do not know if they came from the city or a small town in the province and therefore for many of them the search for their roots becomes truly difficult.

We must finally recognize that we who were born and raised overseas are not only “Italians” or “Australians” and so forth. We are generations of transition that have the potential to bring our countries of birth and our country of origin closer together culturally, economically and in many other ways.

In this Italy has enormous potential with its more than 90 million citizens and descendants of Italian migrants around the world but up to now the country has done little to bring these millions closer to the country and in this our politicians have a truly limited vision because we have much to earn and very little to lose if we finally understood that our relatives and friends overseas are also part of our country.

And the first step must be, as a country, to finally understand who are the Italians overseas are because few in Italy know it.

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