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Da pizza a sette pesci – From pizza to seven fishes

By 27 Dicembre 2019 No Comments

di emigrazione e di matrimoni

Chi abita all’estero cambia. La cucina è la metafora per i cambiamenti, perché mancano ingredienti e poi il cambio di generazione e l’arrivo dei parenti non-italiani fa sì che le variazioni delle ricette “tradizionali” siano davvero innumerevoli.

Qualche giorno fa ho passato diverse ore divertenti su una pagina social degli italiani all’estero, prima riguardo una pizza che alcuni non potevano immaginare e poi in seguito a una domanda che ho fatto per provocare la reazione degli utenti.

Sappiamo tutti che un ingrediente suscita scandalo sulla pizza tra gli italiani, l’ananas. Però, la reazione a un post di un utente che aveva visto una pizza in Francia che gli ha fatto orrore, ha fatto capire che la conoscenza all’estero della vastità della cucina italiana, come tutta la nostra Cultura, è meno di quel che vogliamo pensare. Una dichiarazione che mi rende triste mentre scrivo queste parole


Appena uscito il post su l’aver visto un uovo su una pizza in Francia sono cominciate le critiche di “questi francesi irreverenti” che non sanno cosa sia “italiano”, ecc., ecc., ecc. Alcuni di noi dall’Italia abbiamo immediatamente cominciato a fare notare che la pizza in questione è davvero italiana e anche normale nelle pizzerie italiane, la “pizza alla Bismarck”, ma senza esito.

Infatti, questa reazione non è affatto strana perché ogni volta che qualcuno mette una variante di una ricetta invariabilmente la reazione è “non è italiana perché non facciamo così nella mia famiglia”. Per uno cresciuto in Italia questi scambi fanno ridere, però per noi che vogliamo sapere di più delle realtà dei nostri parenti e amici all’estero, reazioni del genere aprono le porte a temi che sono fondamentali su qualsiasi aspetto di quella realtà enorme che è l’Emigrazione italiana.

Dopo aver seguito questo discorso e avere fatto diversi scambi di opinione, ho pensato molto su quel che avevo letto e la mattina dopo ho deciso di fare una domanda sulla pagina. Non mi aspettavo il numero di risposte e molti di loro hanno fatto commenti che dovrebbero darci molto su cui pensare sui temi che non ci si aspetta quando si parla di cucina.

Domanda

La mia domanda, dopo la dovuta premessa, era semplice: Ritenete che solo quel che fate a casa vostra sia “italiano”?

Le risposte sono iniziate in pochi minuti e sono continuate non per un’ora o due come al solito, ma con scambi d’opinione nel corso di tutta la serata e alcune risposte anche il giorno dopo.

Alcune cose mi hanno colpito in quella chat. La prima era la varietà di cognomi di utenti su una pagina dedicata agli italiani di molti paesi, anche se principalmente degli Stati Uniti.

Certo, molti cognomi erano italiani, ma molti erano anche non italiani, oppure composti tra italiano e altre lingue. Ovviamente questi utenti erano discendenti di emigrati italiani, e credo molti oltre la terza generazione.

Ed è giusto che sia così perché non possiamo pretendere che chi abita all’estero si relazioni solo con italiani. Anzi, questo è il risultato inevitabile e naturale dell’emigrazione in qualsiasi paese.

Poi, man, mano che leggevo le risposte e chiedevo chiarimenti ho visto un tema emergere dalle domande e le risposte.


Reazioni

Solo pochissimi hanno risposto di sì alla domanda, tra cui una utente che ha detto semplicemente “se lo tocco io è italiano”. Non ha aggiunto altro e gli altri in linea erano altrettanto succinti.

Però, a differenza dei soliti “dibattiti” sulla cucina, molti hanno trovato la forza di esprimersi sulle loro vite e quel che è emerso come tema dominante dello scambio, è stato l’Identità.

Quel che colpisce è il coinvolgimento di esperienze in tre paesi, gli Stati Uniti naturalmente, il Regno Unito e la Francia (per poi trasferirsi negli Stati Uniti).

Tutti  ripetono quel che hanno detto la maggior parte degli utenti. Chi abita all’estero cambia. La cucina è la metafora per i cambiamenti, perché mancano ingredienti e poi il cambio di generazione e l’arrivo dei parenti non-italiani fa sì che le variazioni delle ricette “tradizionali” siano davvero innumerevoli.

Infatti, è interessante quanti di loro insistevano che non c’era differenza tra “italiano” e “Italian American”, anche se la grande maggioranza si riconoscono con quest’ultimo titolo. Questa differenza di identità personale merita di essere studiata perché potrebbe essere la chiave per capire lo sviluppo delle comunità italiane non solo negli Stati Uniti, ma in tutto il mondo.

Cultura

Benché gli utenti riconoscono le differenze e a volte gli attriti tra le regioni d’Italia, a partire dal gruppo che più si identifica come regione, i siciliani, pochi di loro sanno abbastanza della Storia del loro paese d’origine e questo si nota soprattutto quando si parla dei risultati delle analisi del DNA, quando rimangono sorpresi da tracce inattese di DNA che sono facilmente spiegate da una semplice ricerca della Storia della nostra penisola nel corso dei millenni.


Naturalmente la cucina in casa riflette le origini delle famiglie e lo vediamo chiaramente dai frequenti riferimenti al sugo/salsa/ragù della domenica che la grande maggioranza ha origini meridionali. Però, nel dire questo sappiamo anche della grande percentuale dalle regioni del nord, a partire dal Veneto e il Friuli che una volta erano considerati il “Sud del Nord”, ormai dimenticato dopo il boom economico enorme degli ultimi settant’anni in quelle regioni.

Questa mancanza di consapevolezza delle loro origini dovrebbe anche darci una chiave per sapere come meglio promuovere l’insegnamento della nostra lingua tra i discendenti dei nostri emigrati nel corso di oltre cent’anni, e anche per capire meglio come indirizzare gli sforzi e i programmi per promuovere la nostra Cultura all’estero dove, come sappiamo noi che ci siamo cresciuti, non è riconosciuta al livello che merita.

Poi, l’approccio di Natale ha dato un’altra prova di come le tradizioni cambiano perché gli italo-americani hanno “ufficializzato” una tradizione italiana in un modo inatteso.

Sette pesci

Le prime volte che ho letto la frase “la festa dei sette pesci” sulle pagine italo-americane sui social non capivo il riferimento. Solo dopo qualche scambio ho saputo che era la cena della Vigilia di Natale che per tradizione era “magra”, cioè senza carne, e perciò il cibo d’obbligo è il pesce, molto spesso il baccalà.

Negli Stati Uniti le famiglie italiane hanno cambiato questa tradizione per renderla un’occasione ancora più grande. Questo va a loro onore e benché molti di loro la considerino “italiana”, e lo è d’origine, è la loro tradizione e fa parte di quel che li identifica come italo-americani.

Ci sarà qualche utente americano che si potrebbe sentire offeso da questo commento, perché si considerano “italiani” a tutti gli effetti, ma negli scambi che abbiamo fatto sulle pagine degli italiani all’estero sappiamo che ogni comunità è diversa, in Storia, tradizioni, le loro versioni della lingua italiana e tutti i fattori che rendono la vita diversa da paese a paese.


Ma anche qui le differenze tra tradizioni possono nascondere una Storia triste. Un esempio lampante è la controversia tutta americana tra “sauce” e “gravy” per il tradizionale sugo domenicale che spesso crea disturbi nelle pagine americane. Sarebbe interessante sapere perché i nonni e bisnonni hanno deciso di adottare quella parola inglese e dire ai loro figli e nipoti che era originariamente italiana.

Sappiamo che non sempre i nonni e i genitori hanno spiegato ai figli/nipoti la realtà dei pregiudizi che hanno dovuto superare e chissà che questo non fosse altro che un passo per farli diventare “americani” invece di “italiani” per essere accettati meglio nel loro paese di nascita.

Storia e scoperte

Ora dopo generazioni questi nipoti e pronipoti vogliono sapere le loro origini, e non pochi di loro sono scombussolati quando fin troppo spesso scoprono che il loro passato non è proprio quel che i loro genitori/nonni avevano detto. E anche questo deve essere approfondito in qualsiasi Storia dell’Emigrazione italiana.

Leggiamo spesso delle critiche sui social, ma quei tre giorni online hanno fatto vedere scenari che prima erano più nascosti a chi non era mai stato negli Stati Uniti. E osiamo dire altrettanto delle altre comunità di emigrati italiani.

Allora se vogliamo essere oggettivi nel senso giusto di poter scrivere la Storia della nostra Emigrazione, cominciamo dal capire che i luoghi comuni nascono da realtà che dobbiamo studiare e spiegare perché sono la vera chiave per conoscere quel che i nostri parenti e amici all’estero hanno subito non per una generazione, ma per molte generazioni, come gli scambi online dimostrano chiaramente.

Se volete dare il vostro contributo su questo argomento, inviate le vostre storie a: [email protected]


di emigrazione e di matrimoni

From pizza to seven fishes

The cuisine is the metaphor for these changes because ingredients are missing and then the changes of generations and the arrival of new non-Italian relatives ensures that the variations to the “traditional” recipes are truly numberless.

A few days ago I spent a few of enjoyable hours on a page of Italians overseas, first concerning a pizza that few could imagine and then after a question I asked to provoke a reaction from users.

We all know that there is an ingredient on pizzas that causes dispute amongst Italians, pineapples. However, the reaction to a post by a user who had seen a pizza in France that horrified him made it clear that the knowledge overseas of the vastness of Italian cuisine, like all of our Culture, is less than we would like to think. And this saddens me as I type these words.

As soon as the post about having seen a pizza in France with an egg came online the criticism of “these irreverent French” who do not know what “Italian” is, etc., etc., etc. began. Some of us in Italy immediately started to say that the pizza in question really is Italian and also normal in Italian pizzerie, the “pizza alla Bismarck”, but to no avail.

In fact, this reaction is not at all rare because every time someone puts online a variation of a recipe the reaction invariably is “that is not Italian because we do not do this at home”. These exchanges can make people raised in Italy laugh, however, for those of us who want to know more about the reality of our relatives and friends overseas this type of discussion opens the door to issues that are essential for any aspect of the enormous reality called Italian Migration.

After following this discussion and having had a couple of exchanges of opinions I thought for a long time on what I had read and the next morning I decided to ask a question on the page. I did not expect the number of replies and many of them wrote comments that should give us a lot to think about on themes that we do not expect when we talk about cooking.

Question

After the necessary premise my question was simple: Do you believe that only what you do at home is “Italian”?

The answers began after a few minutes and they continued not for an hour or two as is normal but with exchanges of opinion over the course of all the evening and some answers even days after.

Some things struck me about those chats. The first was the variety of users’ surnames on a page dedicated to Italians of many countries, but mainly from the United States.

Of course, many surnames were Italian but many were also non-Italian, or composed of Italian and other surnames. Obviously these users were descendants of Italian migrants and I believe many after the third generation.

And it is right that this is so because we cannot demand that those who live overseas interact only with Italians. Indeed, this is the inevitable and natural result of migration in any country.

Then, as I slowly read the replies and asked for explanations I saw a theme emerge from the questions and the answers.

Reactions

Only a few answered “yes” to the question, one of which simply said “If I touch it, it is Italian”. He added nothing else and the others in the same vein were just as succinct.

However, unlike the usual “debates” on cooking many found the strength to talk about their lives and what emerged as the dominant theme from the discussion was Identity.

The reactions of three users to the question were significant. What is striking is that it involves experiences in three countries, the United States of course, the United Kingdom and France (before moving to the U.S.).

All three repeated what the great majority of the users said, that those who live overseas change. The cuisine is the metaphor for these changes because ingredients are missing and then the changes of generations and the arrival of new non-Italian relatives ensures that the variations to the “traditional” recipes are truly numberless.

In fact, it was interesting to see how many insisted that there was no difference between “Italian” and “Italian American”, even if the great majority recognize themselves with this title. This difference of personal identity deserves to be studied because it could be the key to understanding the development of Italian communities not only in the United States but around the world.

Culture

Although the users recognize the differences and at times the friction between Italy’s regions, starting with the group that most identifies itself as a region, the Sicilians, few of them know enough about the history of their country of origin and this is obvious above all when there are discussions about the results of DNA analysis after they are surprised by unexpected traces of DMA that are easily explained by simple research on our peninsula’s history over the course of millennia.

Naturally cooking at home reflects the origins of the families and we see this clearly from the frequent references to the Sunday sugo/salsa/ragù that the great majority came from the Italy’s southern regions. However, in saying this we also know that a large percentage came from the regions of the north, starting with the Veneto and the Friuli that were once considered as “the South of the North” but this has now been forgotten after the huge economic boom of the last seven decades in those regions.

This lack of knowledge of their origins could also give us a key to knowing how to best promote the teaching of our language amongst the descendants of migrants over more the more than a century and also to better understand how to address the efforts and the programmes to promote our Culture overseas where, as we who were born and raised overseas know, it is not recognised to the degree it deserves.

Then the approach of Christmas gave further proof of how traditions change because Italian Americans have “made legal” an Italian tradition in an unexpected way.

Seven fishes

The first times I read the phrase “the feast of the seven fishes” on the Italian American pages on the social media I did not understand the reference. Only after a few discussions did I discover that this was the Christmas Eve dinner that by tradition is “lean”, in other words without meat, and therefore the compulsory food is fish, often baccalà (salted cod).

In the United States the Italian families changed this tradition to make the occasion even grander. This is to their honour and although many of them consider it “Italian”, and it is in origin, it is their tradition and is part of what identifies them as Italian Americans.

There will be a few American users who could feel offended by this comment because they consider themselves “Italian” but in our discussions on the pages of Italians overseas we know that every community is different, in its history, traditions, their versions of the Italian language and all the factors that make life different from country to country.

And here too the differences between traditions can hide a sad history. One striking example is the all-American controversy between “sauce” and “gravy” for the traditional Sunday sauce that often causes trouble on the Italian American pages.

It would be interesting to know why the grandparents and great grandparents decided to adopt that English word and to tell their children and grandchildren that is was originally Italian.

We know that the grandparents and parents often did not tell the children/grandchildren the reality of the prejudice that they had to overcome and who knows if this was nothing other than a step towards making them “Americans” instead of “Italians” in order to be accepted better in their country of birth.

History and discoveries

Now after generations these grandchildren and great grandchildren want to know about their origins and not a few of them are upset when all too often they discover that their past was not exactly what their parents/grandparents had told them And this too must be explored in and History of Italian Migration.

We often read criticism of the social media but those three days online let us see scenarios that had previously been more hidden to those who had never been to the United States. And we dare say the same about the other Italian migrant communities.

So, if we want to be objective, in the right way, of being able to write the History of our Migration, we must start by understanding that the clichés were born from realities that we must study and explain because they are the true key to knowing what our relatives and friends overseas endured not for one generation, but for many generations, as the online discussions clearly show.

If you want to give your contribution on this subject, send your stories to: [email protected]

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