Reggio Calabria. I primi effetti del Covid-19 sugli scambi commerciali e sull’accesso al credito

La Camera di Commercio di Reggio Calabria analizza la perdita economica delle imprese reggine rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente.

Gli effetti legati alla diffusione della pandemia da COVID-19 sulle transazioni internazionali non hanno tardato a manifestarsi. Il valore dei beni esportati dalle imprese reggine durante il secondo trimestre, infatti, è sceso di 7 milioni di euro rispetto al trimestre precedente e di 4,5 milioni rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente.

Nel complesso, i 46 milioni di euro esportati tra aprile e giugno 2020 sono associati ad un valore delle importazioni pari a 52 milioni di euro, diminuite del 33% rispetto al trimestre precedente e del 18% circa rispetto all’analogo trimestre del 2019. Una riduzione così marcata delle importazioni, pur considerando il vantaggio in termini di saldo commerciale, è da leggere negativamente perché associata ad un clima di incertezza che caratterizza le imprese maggiori, ovvero quelle che più effettuano ordinativi dall’estero, spesso sotto forma di beni di investimento.

“Gli effetti della crisi sanitaria non hanno tardato a manifestarsi sul nostro sistema produttivo. I nostri imprenditori mostrano evidenti segnali di incertezza sul futuro che finiscono per influire sulle scelte di investimento e quindi sulle importazioni di beni strumentali (meccanica, mobili) e semilavorati (soprattutto nel settore della chimica). Anche alcuni beni di consumo hanno subito una battuta d’arresto (alimentare, moda e mezzi di trasporto), in virtù del ridimensionamento delle proiezioni di vendita delle imprese del commercio. Nonostante ciò, i rapporti tra banche e imprese sembrano ancora non evidenziare peggioramenti, complici anche gli interventi a sostegno della liquidità a favore del sistema bancario e delle imprese.” Queste le parole del Presidente della Camera di Commercio di Reggio Calabria Antonino Tramontana all’uscita dei dati sul commercio estero e sul credito relativi al secondo trimestre del 2020.

Ed in effetti, nel corso del primo semestre 2020, i finanziamenti destinati alle imprese di servizi sono aumentati del +7,5% rispetto l’analogo periodo dell’anno precedente. Anche i finanziamenti al settore edile (+10,5%) e a quello industriale (+9,4%) crescono, in un quadro di contrazione generalizzata degli impieghi in sofferenza (-11,2% rispetto al 2019).

Infatti, all’aumento del fabbisogno di liquidità delle imprese conseguente alla drastica riduzione delle attività ha fatto seguito un aumento del credito, favorite dal rilascio delle garanzie pubbliche sui nuovi finanziamenti e dalle misure espansive di politica monetaria. Anche il rischio di deterioramento della qualità del credito è stato contenuto dalle misure dirette (moratorie e garanzie) e indirette (sussidi, contributi e cassa integrazione) varate dal Governo in supporto alle imprese. In considerazione di ciò, appare senza dubbio necessario un continuo monitoraggio dei rapporti tra banche ed imprese, finalizzato ad intercettare eventuali cambiamenti determinati prima dall’allentamento delle misure e, a seguire, dall’inasprimento delle regole di contenimento della pandemia che già sono in atto.

I dati economico-statistici complessivi sono scaricabili dal sito istituzionale della Camera www.rc.camcom.gov.it – Sezione Comunicazione – Newsletter trimestrale di informazione economica.

La Giornata per gli italiani nel mondo: occasione di incontro, non di divisione

La riflessione dell’on. Angela Schirò eletta nella Circoscrizione Estero per l’Europa, dopo il mancato accordo alla Camera di pochi giorni fa su istituzione della data per la Giornata per gli italiani nel mondo


“È un peccato che la proposta di legge sulla “Istituzione della Giornata nazionale per gli italiani nel mondo”, dopo il passaggio in Aula, sia tornata in Commissione esteri per la contrarietà di Forza Italia e della Lega alla data del 27 ottobre.

Per quanto mi riguarda, continuerò a impegnarmi con spirito unitario per fare in modo che la proposta sia approvata al più presto. Si è persa un’occasione, comunque, per rilanciare un lavoro iniziato nella scorsa legislatura, improntato sempre a una fattiva unità di intenti.

Non posso nascondere, tuttavia, la mia sorpresa per l’ostinazione da parte della destra di riproporre il 12 ottobre, data della scoperta dell’America, come unica possibile, non tenendo conto di tutto il lavoro fatto in questi anni. E’ bene, dunque, rinfrescare la memoria di tutti.

La proposta di legge fu presentata dalla deputata La Marca nella XVII Legislatura. Ad essa aderirono oltre 120 deputati di tutti gli schieramenti. La data proposta inizialmente era il 12 ottobre. Nel corso dell’iter in Commissione esteri ci fu un ampio dibattito sul 12 ottobre in considerazione delle numerose osservazioni pervenute da tutto il mondo, che indussero un po’ tutti a rivedere quella data per tenere conto delle diverse sensibilità. Si arrivò così ad approvare il 31 gennaio, per richiamare la prima e buona legge sull’emigrazione di cui l’Italia si sia dotata. Nel maggio del 2017 la commissione deliberò unitariamente il trasferimento della proposta di legge alla sede legislativa. I rappresentanti di tutti i gruppi, senza distinzione di schieramento, e il rappresentante del Governo si espressero positivamente. La proposta di legge fu approvata in sede legislativa all’unanimità e inviata al Senato. Purtroppo, la fine della legislatura ne bloccò l’approvazione definitiva.

La proposta è stata ripresentata dalla deputata La Marca all’inizio di questa legislatura. Analoghe proposte di legge sono state presentate dai colleghi Siragusa (M5S), Ungaro (IV), Nissoli (FI), Formentini (Lega). Ognuna di queste proposte indicava una data diversa. La mediazione è stata cercata con l’emendamento presentato da me in quanto relatrice che, approvato, indicava il 27 ottobre. Data che richiama la legge 27 ottobre 1988, n. 470, istitutiva dell’Anagrafe per gli italiani residenti all’estero (AIRE). Da quella data, infatti, la presenza degli italiani all’estero ha avuto una rilevanza formale e si sono creati i presupposti per il concreto esercizio di alcuni importanti diritti di cittadinanza, quale il voto nelle elezioni politiche e per il rinnovo degli organismi di rappresentanza, e di forme più evolute e certe nel rapporto tra il cittadino residente all’estero e lo Stato. Nello stesso tempo, si è configurata una specie di “regione” virtuale di circa sei milioni di cittadini, destinata a crescere per l’afflusso della nuova emigrazione, che fa da nucleo di polarizzazione di una più ampia comunità di italodiscendenti calcolata intorno a sessanta milioni di persone.
Anche in questa occasione è stata chiesta la sede legislativa, ma chi l’aveva accettata in passato non l’ha più accettata oggi. Questi i fatti. Ognuno faccia le proprie valutazioni.

Per quanto mi riguarda, mi limito a chiedere: che cosa è cambiato tra la scorsa e l’attuale legislatura perché la data divenisse per alcuni gruppi un elemento dirimente?

Oltre a questi chiarimenti, mi interessa una riflessione di carattere generale.

Ho sempre pensato che l’istituzione della Giornata nazionale per gli italiani del mondo avrebbe dovuto rappresentare per tutti noi eletti all’estero un obiettivo da raggiungere in questa legislatura. Con senso di responsabilità abbiamo deciso di convergere sull’obiettivo primario di approvare la proposta di legge, ognuno rinunciando a qualcosa, per dare un senso, anche culturale, alla nostra presenza in Parlamento. Abbiamo lavorato ad un testo unico e individuato la data del 27 ottobre.

Adesso scopriamo che abbiamo scherzato. L’impressione è che si sia preferito rallentare, posticipare, rendere difficile l’approvazione, utilizzando la questione della data. A chi giova?

Per quanto mi riguarda, ho sempre pensato che la data non dovesse commemorare o celebrare qualcosa o qualcuno, ma semplicemente segnare sul calendario della contemporaneità un’occasione di valorizzazione dei nostri connazionali all’estero e di sensibilizzazione dell’opinione pubblica italiana su temi di interesse storico e culturale legati all’emigrazione italiana, ad iniziare dalle scuole.

Comunque, non ci perderemo d’animo e ci confronteremo di nuovo costruttivamente. Credo, però, che ci sia bisogno di un salto di qualità nel nostro modo di fare politica.

Come parlamentari eletti all’estero abbiamo di fronte appuntamenti importanti: dalla proposta di legge sulla Commissione parlamentare alla prossima Legge di Bilancio. Non sprechiamo le nostre energie su questioni francamente non essenziali. Davanti a noi, abbiamo comunità di italiani colpite profondamente dalla crisi generata dalla pandemia. A loro dobbiamo un messaggio di apprezzamento e speranza, a tutti dobbiamo serietà e buona politica.”

12 Novembre 2020. Centenario dello Stato libero di Fiume  

Cio’ che poteva essere e non fu.

di Rodolfo Decleva

Fu il 12 Agosto 1920 che Gabriele D’Annunzio proclamò la Reggenza Italiana del Carnaro occupando le isole croate di Veglia e Arbe, per conto del Re d’Italia malgrado il suo augusto rifiuto, e che successivamente Italia e Jugoslavia il 12 Novembre 1920 – rinunciando entrambe alla città contesa – firmarono il Trattato di Rapallo nella Villa Spinola di San Michele di Pagana con il quale costituirono lo Stato Libero e  Indipendente di Fiume che si estendeva dal fiume Eneo a levante sino a Volosca a ponente,  “impegnandosi a rispettarlo in perpetuo”.

Due eventi che si aprirono in parallelo concludendosi con la lotta fratricida del  Natale di Sangue tra regolari dell’Esercito Italiano e i Dannunziani.

Gabriele D’Annunzio lasciò la città il 12 Gennaio 1921 dove la popolazione era ancora spaventata dalle sue nuove proposte sociali e libertarie, che avevano fatto affluire in città anarchici, comunisti, fascisti, arditi, intellettuali, esaltati di ogni genere oltre che giovani affascinati dal cambiamento che originava dall’esperimento fiumano. Un mondo foresto, disordinato e violento che niente aveva da spartire con i fiumani e che vi avevano facile accesso non essendo controllati i confini malgrado i blocchi navale e terrestre. La stessa sicurezza dei cittadini si sentiva seriamente pregiudicata mentre languivano le attività economiche e quelle portuali.

A capo degli autonomisti fiumani era Riccardo Zanella, leader del Partito Autonomista costituito da Michele Maylender sin dal 1896 durante il periodo ungherese.

Già tre mesi dopo l’arrivo festoso di D’Annunzio a Fiume, l’Idillio tra lui e i fiumani si era spento quando il Consiglio Nazionale Italiano di Fiume – ripristinato nelle sue funzioni dallo stesso D’Annunzio – votò con una maggioranza di 48 voti a favore e 6 contrari una nuova proposta del Governo Nitti che nei fatti portava alla fine dell’esperienza dannunziana, che veniva liberata dal giuramento “Fiume o Morte”.

E così – essendo intervenuto il nuovo Trattato di Rapallo tra Italia e Jugoslavia, in data 24 Aprile 1921 i fiumani furono chiamati ad un referendum pro o contro lo Stato Libero.

Quando in città si sparse la notizia che stavano vincendo gli autonomisti, i Dannunziani e gli Irredentisti guidati da Riccardo Gigante – già Sindaco di Fiume nel periodo dannunziano – e fascisti triestini guidati da Francesco Giunta invasero i seggi e bruciarono le urne, ma il gesto fu inutile perché i Verbali delle votazioni erano già in mano notarile.

Riccardo Zanella vinse in città con 4482 voti contro 3318 e nel territorio fiumano i voti furono 1632 voti contro 122: in totale, 6114 fiumani a favore dello Stato Libero contro 3440 per l’annessione all’Italia.

Fu una vittoria schiacciante grazie anche ai croati fiumani e ai fiumani di altre nazionalità che votarono per lo Stato Libero per non diventare italiani.

Ma passarono solo pochi altri giorni che gli Irredentisti con un colpo di mano si impadronirono del Municipio nominando un Governo Eccezionale con a capo Riccardo Gigante.  Questo fatto costrinse gli esponenti dell’autonomia a fuggire a Buccari (Bakar) nel vicino territorio croato. Era il 27 Aprile 1921, ma il fermo intervento del Commissario Straordinario Caccia Dominioni, in rappresentanza del Governo italiano, indusse Gigante a sospendere la violenta illegalità e consegnare il potere al nuovo sindaco Salvatore Bellasich subito il giorno successivo.

Rientrati a Fiume gli autonomisti, si procedette quindi alla formazione di un Governo Provvisorio dello Stato Libero e finalmente il 5 Ottobre 1921 si giunse alla nomina di una Assemblea Costituente che elesse a Presidente Riccardo Zanella, il quale trovò da subito il suo compito molto difficile.

E mentre quotidianamente scoppiavano i disordini in città.

L’incidente più grave avvenne il 27 Giugno 1921 quando si venne a sapere che il Porto Baross (scalo legnami del porto di Fiume) e il Delta dell’Eneo sarebbero stati assegnati alla futura Jugoslavia in cambio della sua rinuncia su Fiume. Ci furono 5 morti tra i civili, uccisi dagli Alpini italiani, tra cui il giovane Glauco Nascimbeni, al quale poi venne intitolata una strada.

Mentre la Jugoslavia rispettava lealmente le clausole del Trattato sottoscritto, l’Italia manteneva in loco il suo esercito dove il Gen. Luigi Amantea – nominato dal Re Alto Commissario di Fiume – si impossessava della Stazione e di tutto il patrimonio ferroviario e marittimo bloccando in tal modo ogni tentativo di far arrivare investimenti esteri alla disastrata economia fiumana impedendo inoltre anche l’esecuzione dei contratti già firmati dal Governo fiumano tra cui quello con la Standard Oil Company del magnate Rockefeller.

E mentre i lavori dell’Assemblea Costituente proseguivano con lentezza e crescevano le difficoltà a causa dei boicottaggi dannunziani, gli scontri e le violenze stavano diventando ormai sempre più frequenti.

Nei primi tre mesi del 1922 la situazione precipitò: il 28 Febbraio la Guardia fiumana di Zanella uccise in uno scontro il Legionario Alfredo Fontana, il primo Marzo fu sequestrato dai fascisti un giovane fiumano e il 2 Marzo venne ucciso da ignoti un giovane fascista pisano. E ciò in aggiunta a tante altre violenze.

Tutti questi disordini erano concertati dagli oppositori dello Stato Libero e in particolare dal Ten. Ernesto Cabruna, Medaglia d’Oro per memorabili azioni di battaglie aeree nel corso della Grande Guerra, e in seguito Medaglia d’Oro al Valore Fiumano. Una Via di Genova Quinto è a lui intitolata. Era stato Gabriele D’Annunzio ad affidargli l’incarico di operare a Fiume per completare positivamente l’Impresa iniziata a Ronchi.

E così il Ten. Cabruna il 3 Marzo 1922 organizzò un’azione armata contro Zanella prendendo spunto dall’uccisione del Legionario Fontana.

Dopo 6 ore di disperata resistenza, quando le cannonate dei rivoltosi stavano arrivando sul Palazzo del Governatore, il Presidente Riccardo Zanella si arrese e dopo avere firmato due lettere di dimissioni fu prelevato e portato a Pola insieme al suo Ministro dell’Interno Mario Blasich. Qui fu poi rimesso in libertà e attraverso varie peripezie egli potè ricongiungersi con i circa 3.000 autonomisti che si erano rifugiati in territorio croato nella zona da Sussak a Buccari per sfuggire alle violenze fasciste. A seguito di un nuovo attentato, fortunatamente sventato contro la sua persona, Zanella e i suoi Ministri si spostarono a Portorè (Kraljieviza) dove rimasero isolati e in precarie condizioni economiche.

Si concluse così la breve vita dello Stato Libero fiumano nato il 12 Novembre 1920, vittima di un Colpo di Stato orchestrato dagli Irredentisti fiumani, supportato in massima parte dal neo costituito Fascio triestino, con l’intervento di tre Deputati fascisti del Parlamento italiano ( G.B. Giuriati, Alberto De Stefani e Francesco Giunta) e con la connivenza delle Forze militari italiane alle quali erano affidati l’ordine e la protezione. Il determinante apporto triestino ai disordini fiumani fu dettato dalle grandi preoccupazioni triestine per la perdita di traffici che sarebbero sopravvenuti a seguito del prevedibile sviluppo dell’emporio fiumano.

Il Presidente Riccardo Zanella non rientrò mai più a Fiume. Visse a Belgrado sino all’assassinio di Re Alessandro di Jugoslavia e – non sentendosi più al sicuro perché controllato in quanto antifascista – si trasferì a Parigi. Con la caduta della Francia nella seconda Guerra Mondiale, venne arrestato su segnalazione di Roma e internato nel Campo di Disciplina di Le Vernet nei Pirenei per 13 mesi, dove anche un altro fiumano, Leo Valiani, aveva fatto la stessa esperienza. Al termine del secondo conflitto mondiale si trasferì a Roma dove cercò di salvare le sorti della nostra sfortunata città. Costitui’ un Ufficio di Fiume in Via dei Giustiniani 5 a Roma, ma con scarso successo. 

Il silenzio imposto dal Regime sulla sua opera – 50 anni di lotta per i diritti di Fiume, 24 anni di esilio, 2 condanne a morte e 20 attentati – aveva azzerato il suo ricordo tra i fiumani. Morì in povertà nel Campo Profughi di Trastevere nel  1959.

Chi sarà il 46mo Presidente degli stati Uniti d’America?

Mai dimenticare che il Presidente degli Stati Uniti d’America è tale dopo il giuramento ed il discorso d’insediamento.

di Paolo Buralli Manfredi

Difficile comprendere il sistema elettorale americano in tutte le sue sottigliezze, certo è che il Presidente della Nazione più potente del mondo è tale solo dopo il giuramento ed il discorso di insediamento, e questo ce lo hanno insegnato le elezioni americane del 2000 quando Al Gore fu costretto dalla Corte Suprema degli Stati Uniti d’America a lasciare la vittoria a George W Bush.

Quasi tutti i media mondiali da una settimana hanno decretato che Biden è il nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America, tutti però dimenticano che se le posizioni non cambieranno non sarà il voto degli elettori a decretare chi sarà il futuro Presidente, ma bensì la Corte Suprema degli Stati Uniti d’America che si dovrebbe esprimere entro il 12 Dicembre se lo scontro tra i legali delle due parti non dovesse trovare un accordo.

E a guardare le dichiarazioni che girano sui vari organi d’informazione, ne è venuta a galla una dove i Democratici hanno chiesto che il Giudice della Corte Suprema Clarence Thomas si astenga da un eventuale voto, e lo hanno chiesto perché il Giudice si scontrò in tribunale proprio con Joe Biden; nel 1991 Joe Biden lo diffamò cercando con quella diffamazione di rovinare la carriera del Giudice, infamia che non ebbe nessuna conseguenza perché il Giudice era innocente.

Purtroppo per Joe Biden però, Thomas Clarence non è l’unico problema visto che ha avuto contrasti anche con altri membri della Corte in passato, e va ricordato che la Corte è a maggioranza Repubblicana e la terza nomina, il Giudice Barret è stata fatta proprio da Donald Trump; per questo la richiesta dei Democratici è da prendersi con la massima considerazione, perché se hanno avanzato questa richiesta è possibile supporre che la strada che si sta prendendo sarà proprio il ricorso alla Corte Suprema degli Stati Uniti d’America per decretare il vincitore.

Detto questo non bisognerebbe neanche stupirsi se la riconta dei voti, che si sta svolgendo da giorni in Stati chiave per la vittoria, passasse da una maggioranza per Biden a Trump; il motivo è semplice da comprendere; se veramente fossero stati organizzati da parte dei Democratici dei brogli e la Corte Suprema acquisisse prove certe di quei brogli molti Democratici, in primis Joe Biden, finirebbero in carcere per molto tempo quindi, meglio risistemare le cose sul campo di battaglia, cioè, sistemare la riconta dei voti.

Chiudendo va fatta anche una riflessione su due importanti affermazioni che si sono susseguite una dopo l’altra ed a breve distanza tra loro, che sono le affermazioni di Vladimir Putin e Xi Jjinping che, nella sostanza, hanno detto che si congratuleranno col nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America quando tutte le dispute legali saranno terminate e quando il nuovo Presidente presterà giuramento.

E visto che in quanto a lungimiranza ed a capacità politico-strategica di questi due signori, che possiamo tranquillamente definire primi al mondo in materia visione politica internazionale, direi che è probabile che chi ha cantato vittoria, forse, l’abbia cantata troppo presto e noi comuni mortali, non possiamo fare altro che sederci e guardare lo spettacolo ricordando che, comunque vadano le cose gli Stati Uniti d’America rimarranno sempre la più grande Democrazia del mondo.

UNICEF Italia in lutto per la scomparsa del Presidente dell’UNICEF Italia Francesco Samengo a causa del COVID-19 

Con profonda tristezza l’UNICEF Italia saluta l’amato Presidente Francesco Samengo che si è spento ieri sera a Roma dopo una dura battaglia contro il virus COVID-19. 

È stato per tutti una guida sicura, un esempio di abnegazione e instancabile costanza, uno sprone a dare sempre il meglio di noi nel perseguire la causa dei diritti dei bambini in Italia e nel mondo. 

Francesco Samengo, Presidente dell’UNICEF Italia dal 2018, negli ultimi giorni aveva contratto il virus COVID-19 ed era ricoverato presso l’ospedale Spallanzani a Roma. 

In prima linea nella difesa dei diritti dei bambini e dei giovani in Italia e nel mondo, Francesco Samengo si è sempre distinto per l’enorme sensibilità e la ferma convinzione che realizzare un mondo migliore significhi innanzitutto prendersi cura dei più vulnerabili e indifesi, in particolare i bambini, senza lasciare indietro nessuno. Nei due anni del suo incarico ha guidato l’organizzazione con grande impegno, passione e un’incessante dedizione.  

La Vice Presidente Carmela Pace, il Consiglio Direttivo, il Direttore Generale Paolo Rozera, i Presidenti Regionali e Provinciali, i volontari UNICEF e tutto lo staff si stringono con dolore e con affetto alla sua famiglia, fiduciosi che nella forza del suo esempio troverà il conforto per affrontare questa grande perdita. 

Presidente dell’UNICEF Italia dal 2018, Samengo è stato volontario UNICEF per oltre venti anni, poi componente del Consiglio Direttivo e dal 2001 Presidente del Comitato Regionale della Calabria per l’UNICEF. Nato a Cassano Jonio (CS), viveva da molti anni a Roma. Laureato in Economia e Commercio, iscritto all’Albo dei Dottori Commercialisti e dei Revisori Contabili, ha ricoperto importanti ruoli manageriali ed apicali in numerose aziende pubbliche. 

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Dalla peste del Manzoni al Covid di Conte: tra romanzo e realtà

Tra il covid-19 e la peste narrata dal Manzoni le differenze, a ben guardare, non sono poi tante.

di Ezio Cartotto

Tra il covid-19 e la peste narrata dal Manzoni le differenze, a ben guardare, non sono poi tante.

C’è la gente arrabbiata per la paura di perdere il lavoro e il piatto in tavola senza i quali non potrà dare sussistenza né a sé, nè e ai propri familiari. Ci sono i dottori, che litigano tra di loro: quelli alla Don Ferrante convinti che non si debba aver paura, perchè la peste, seguendo la dottrina aristotelica, è accidente e non sostanza; e poi ci sono quelli equivalenti all’odierno Istituto Superiore di Sanità, che decidono di mettere tutti i malati di peste in un unico grande ospedale, ossia il famigerato Lazzaretto le cui rovine sorgono tutt’oggi a Milano.

Tra i medici raccontati dal Manzoni c’erano coloro più disponibili a nascondere i malati (oggi come allora?): non dimentichiamo quando il ricco Don Rodrigo si rivolge al capo delle sue guardie, il Griso, e gli rivela di avere contratto la peste in un festino da movida dove c’era assembramento. Don Rodrigo gli dice: “Vai dal Chiodo chirurgo, sai quello che nasconde gli ammalati…”. Il Griso lo sa molto bene tanto che dopo un po’ piomba in casa di Don Rodrigo con le guardie sanitarie dell’epoca “i monatti” che prendono Don Rodrigo e lo portano al Lazzaretto, mentre lui fugge con i soldi e vestiti del padrone: peccato non gli serviranno a molto perché, dopo pochi giorni, si ammalerà anche lui e morirà di peste. Come a dire, chi la fa, l’aspetti, o, più filosoficamente, Samarcanda non perdona.

Al tempo della peste, grazie all’esperienza che i medici facevano direttamente sui malati, si sapeva che chi aveva contratto la malattia ne era poi immune, anzi poteva aiutare gli altri. Accaddero allora come oggi episodi di eroismo, alternati a bassi gesti di vigliaccheria: entrambe le tendenze fanno, infondo, parte della natura umana.

La malattia, però, a differenza di oggi, non fu usata dai politici per gettarsi addosso l’un l’altro i dati dei malati e dei morti in cerca del colpevole di turno e le televisioni, che fortunatamente non c’erano, non potevano assediare ospedali da un lato e cittadini dall’altro, in cerca di consenso e pubblicità. Forse c’era più rispetto per la morte, o forse mancavano i mezzi di comunicazione adeguati?  Differentemente da oggi, all’epoca, non faceva comodo dire i nomi di tutti i ricchi e i potenti che si erano ammalati e in grande maggioranza salvati, chissà per quale ragione, dalla malattia stessa. Inoltre la malattia non divenne mai un fatto generazionale: nessuno ordinò di tenere chiusi in casa i ragazzi che, come in tutti periodi della storia umana, si incontravano per giocare e divertirsi, e nessuno pensò neppure di eliminare i vecchi improduttivi.

Io e tanti altri ce ne ricorderemo alle elezioni: sempre che si sopravviva contro le scommesse e le speranze di chi ci vuole morti. Non dimentichiamoci poi che all’epoca del Manzoni la peste se ne andò non grazie ad un vaccino, ma perchè la natura che l’aveva creata se la rimangiò. Bastò infatti una gran pioggia per eliminare sul finire dell’estate il flagello. Non sappiamo, certamente, cosa sarebbe accaduto se ci fossero stati i mezzi pubblici pieni di gente: per la fortuna dei politici di allora, questo problema non si pose e quindi non ebbero motivo di preoccuparsi, né di pensare a qualche peccato di omissione nel foro della loro coscienza, almeno, per quelli che ne avevano una.

La spagnola dello scorso secolo, tanto nominata in questo periodo seguì un percorso simile: se ne venne e se ne andò da sola, e forse accadrà la stessa cosa con l’attuale malaugurata “pandemia”. In ogni caso credo si possa dire che, a parte le vittime ed i loro familiari ed amici, i pochi politici coscienziosi e gli operatori sanitari dediti alla professione, tra i più danneggiati di oggi rispetto ad allora ci sono gli uomini di cultura, considerati al titolo di un servizio inessenziale, e gli artisti che si sono visti sottrarre il pubblico, senza il quale, semplicemente, non sono: sarà forse per questo che Gigi Proietti ha preferito andarsene.

Coronavirus. La Danimarca ucciderà 17milioni di visoni da ‘pelliccia’

OIPA a Governo e Parlamento: chiudere gli allevamenti in Italia

La Danimarca, il più grande allevatore mondiale di visoni “da pelliccia”, ha deciso di uccidere 17 milioni di esemplari rinchiusi negli stabilimenti per prevenire la diffusione del nuovo coronavirus.  Lo ha annunciato il primo ministro danese, Mette Frederiksen.

«Facciamo appello al Governo e al Parlamento affinché stabiliscano la chiusura per sempre di tutti gli allevamenti di animali da pelliccia in Italia, purtroppo ancora attivi in Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e Abruzzo, prevedendo il recupero e la riabilitazione degli animali. Questi allevamenti possono ricordare i cosiddetti ‘mercati umidi’ cinesi, come quello di Whuan, dove si è verificato il primo contagio da animale selvatico a uomo, come attestato dai ricercatori», dichiara il presidente dell’Organizzazione internazionale protezione animali (Oipa),  Massimo Comparotto. «In questi stabilimenti gli animali vivono spesso in pessime condizioni igieniche e lo stress che subiscono dalla nascita all’uccisione è altissimo, costretti come sono a subire un’angusta cattività in scenari d’inferno. Un motivo di più per riflettere sulla necessità di chiudere tutti questi stabilimenti. Inoltre, le case di moda si rassegnino: la pelliccia è out, proprio in quanto prodotto derivante da crudeltà».

AJ-com.net stima per il 2021 una crescita del 37% della web economy italiana

 

L’anno prossimo l’e-commerce salirà in Italia a 148 miliardi di euro, quasi il quadruplo rispetto a quello del 2018 (+375%). «A partire dalla terribile esperienza del Coronavirus nel 2021 sarà il digitale a guidare il marketing e le Relazioni Pubbliche delle aziende e dei professionisti» puntualizzano gli analisti del portale AJ-Com.Net specializzato in campagne di comunicazione, web marketing e social media marketing.

 L’e-commerce italiano farà segnare un +375% negli ultimi 3 anni. Lo sostiene un’analisi elaborata da AJ-Com.Net (www.aj-com.net), network specializzato in campagne di comunicazione, web marketing e social media marketing, che per la nostra web economy stima nel 2021 una crescita del 37% rispetto al 2020.

Se prima del Coronavirus la domanda dell’e-commerce era trainata prevalentemente dal settore del turismo (20 miliardi di euro nel 2018), nel 2021 la bilancia si sposterà verso altri settori, a partire dal food e beverage (32,9 miliardi di euro), advertising, marketing e relazioni pubbliche (19,2 miliardi), abbigliamento (16,4 miliardi), arredamento (15 miliardi), informatica ed elettronica (13,7 miliardi), incontri e dating online (11 miliardi), farmaceutico, wellness e beauty (9,6 miliardi) ed editoria, dvd e multimediali (8,2 miliardi).

«Prima del Coronavirus i motivi erano essenzialmente tre: il prezzo più vantaggioso, la comodità di acquisto e la maggiore varietà di scelta offerta dal web» puntualizzano gli analisti di AJ-Com.Net.

«Ora invece -proseguono gli esperti- è maggiormente il fattore Coronavirus a determinare questa scelta. Per molti è un problema di percezione di maggiore sicurezza, per altri è un elemento più psicologico che porta a voler evitare lo stress di dover giustificare ogni minima uscita per andare a fare acquisti».

Gli italiani, insomma, si spostano sempre più sul canale digitale ed è così che le «dot com» cresceranno nel 2021 ad una velocità esponenziale rispetto alle aziende tradizionali, con enormi benefici economici e sociali derivanti sia in termini di opportunità di business che di impatto sull’occupazione: basti pensare che negli ultimi 12 anni sono stati creati in Italia oltre un milione di nuovi posti di lavoro collegati al web.

Il cuore del sistema «AJCOM» è un database di oltre 48.000 giornalisti ed influencer che si possono raggiungere attraverso la piattaforma creata proprio affinché chiunque possa diffondere il proprio pensiero o la propria opera.

«Vogliamo dare a tutti la possibilità di raccontare le loro storie, i loro successi, i loro eventi. Vogliamo che tutti possano facilmente aumentare la loro rassegna stampa collegandosi ad una vasta rete di giornalisti, blogger ed influencer che cercano quotidianamente notizie e contenuti di cui parlare» concludono i responsabili di AJ-Com.Net

Anne Hathaway e la Warner Bros sotto accusa per aver offeso chi soffre di ectrodattilia

Anne Hathaway e le polemiche sulle sue “mani divise” ne “Le Streghe”, adattamento cinematografico del romanzo di Roald Dahl”

di Ilaria Carlino

Anne Hathaway, nota attrice hollywoodiana salita alla ribalta con Il Diavolo veste Prada, al momento si trova al centro di una polemica riguardante il suo ultimo ruolo nel nuovo film di Robert Zemeckis, “Le Streghe”, tratto dall’omonimo romanzo del 1983 dello scrittore Roald Dahl.

Nel film l’attrice interpreta il personaggio della Strega Suprema, che per una scelta stilistica è rappresentata con sole tre dita per mano, con il risultato di veicolare involontariamente un messaggio sbagliato a chi soffre di ectrodattilia, una malattia genetica che prevede la mancanza di due o tre dita degli arti inferiori e/o superiori.

Difatti, dopo aver visionato il film, distribuito di recente in streaming sulla piattaforma “Prime Video”, molta gente affetta dalla patologia o con problemi di disabilitá e sfigurazione ha descritto il contenuto come del tutto inappropriato, un messaggio chiaramente sbagliato che spinge le persone con dei veri difetti fisici ad associare il loro problema a quello di un “mostro”. 

La Hathaway ha dichiaratamente affermato di non conoscere l’ectrodattilia, e che se ne fosse stata a conoscenza prima di girare la pellicola non avrebbe mai accettato il ruolo. 

Le scuse sono arrivate anche dallo studio della Warner Bros che ha specificato che il loro unico scopo era quello di rappresentare “creature fantastiche, non umane” senza chiaramente ferire nessuno e aggiungendo che non era inteso che nessun spettatore vedesse sé stesso nei personaggi. 

L’attrice ha ribadito le sue scuse tramite un post di instagram dove scrive “Ho appreso di recente che molte persone affette da ectrodattilia stanno soffrendo a causa dell’aspetto della Strega Suprema de Le Streghe. Lasciatemi dire innanzitutto che faccio del mio meglio per essere sensibile verso i sentimenti e le esperienze degli altri, e non per paura delle critiche che potrebbero arrivare dalla rete, ma perché non ferire agli altri mi sembra il minimo che ognuno di noi dovrebbe cercare di fare. Da persona che crede fortemente nell’accettazione e detesta con tutto il cuore la crudeltà, vi porgo le mie scuse per il dolore che vi ho causato. Mi dispiace”.

Sono intervenuti a dire la loro anche Il comico Alex Brooker, l’attrice Grace Mandeville e l’atleta paraolimpica Amy Marren, preoccupati della reazione di chi riporta tali difetti fisici e delle conseguenze che ne potrebbero derivare, come il potersi sentire criticati per il loro aspetto.

Brooker dice: “Sembra davvero che abbiano rimosso alcune delle dita. Quale tipo di messaggio sta dando? Per me, il messaggio è che dovremmo avere paura della gente a cui mancano delle dita. Un sacco di bambini e adulti sono così. Non c’è bisogno di rinforzare lo stigma”.

Mendeville: “La verità è che i bambini guarderanno questo film e poi alcuni di loro avranno paura della gente con menomazioni agli arti e ectrodattilia. Pensavo che stessimo facendo dei passi avanti in questa industria, ma ancora una volta cicatrici e disabilità sono servite a rendere spaventoso un personaggio cattivo”.

Marren: “Credo sia sconvolgente, per una persona che ha questa disabilità, essere rappresentata come qualcosa di spaventoso. E sono pienamente consapevole che questo è un film, e quelle rappresentate sono streghe, ma le streghe sono essenzialmente mostri”.

La Marren afferma anche di essersi scoperta delusa nei confronti della Warner Bros, e si è chiesta se “abbia pensato a quanto questa rappresentazione della disabilità avrebbe avuto ripercussioni sulla comunità dei disabili”. 

Pare che la rappresentanza così spaventosa delle streghe non fosse quella della trama originale di Dahl, che le descriveva invece con artigli e zanne al posto dei piedi. 

In una dichiarazione, la Warner Bros sostiene infine che “Adattando la storia originale, abbiamo lavorato con designer e artisti per trovare una nuova interpretazione degli artigli simili a gatti proprio come sono descritti nel libro. Questo film parla del potere della gentilezza e dell’amicizia. È nostra speranza che le famiglie e i bambini possano godersi il film e abbracciare questo tema stimolante e pieno di amore, disabili o meno.

La cantante gospel Fatou Kinè Fall si racconta

Intervista – video alla cantante ed attrice Fatou Kinè Fall originaria del Senegal

Di Emanuela Del Zompo

In The Women’s angels, cortometraggio di Emanuela Del Zompo presentato alla 77° Mostra del cinema di Venezia, ha interpretato 2 brani: Amazing Grace e Back to Black di Amy Winehouse. Ha lavorato come attrice in diversi film internazionali, tra cui Daylight di Silvester Stallone, ma la musica è la sua prima passione. 

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