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“Abissi” e i misteri del mare: a San Benedetto si torna a parlare di Rita Evelin, Francesco Padre e Angelo Padre

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Tempo di lettura: 4 minuti

Un incontro per la verità, tra denuncia e memoria

di Laura Marà

Venerdì 27 giugno 2025, la sala consiliare del Comune di San Benedetto del Tronto ha ospitato un incontro pubblico dedicato a uno dei capitoli più oscuri della marineria italiana: l’affondamento del peschereccio Rita Evelin, avvenuto nella notte tra il 25 e il 26 ottobre 2006, e gli altri episodi simili che hanno costellato le acque dell’Adriatico e del Mediterraneo negli ultimi decenni.

L’iniziativa, intitolata “Abissi. Verità sommerse e memoria condivisa”, ha visto la partecipazione del giornalista investigativo Gianni Lannes, della scrittrice sambenedettese Antonella Roncarolo, e del giornalista Pier Paolo Flammini, in veste di moderatore. A fare da cornice all’evento, una sala gremita, composta da cittadini, familiari delle vittime, marittimi e rappresentanti delle istituzioni locali.

Il caso Rita Evelin: una tragedia senza risposte

Il motopeschereccio Rita Evelin salpò nelle prime ore del 25 ottobre 2006 da San Benedetto del Tronto per una battuta di pesca. A bordo si trovavano quattro uomini: Nicola Guidi (comandante), Luigi Luchetti, Francesco Annibali e Ounis Gasmi. Soltanto il comandante si salvò. I corpi degli altri tre pescatori furono recuperati, ma le cause dell’affondamento restano tuttora avvolte nel mistero.

Dai tracciamenti della “Blue Box”, il sistema di localizzazione satellitare, risultano anomalie importanti: il peschereccio, che procedeva a circa 3,89 nodi, improvvisamente rallentò fino a 0,49 nodi, come se avesse impattato qualcosa o fosse stato bloccato. Alle ore 6:10, la Guardia Costiera ricevette un’allerta, ma non venne segnalata alcuna condizione meteo avversa. Il mare, secondo le fonti ufficiali, era calmo.

Nonostante la gravità dell’evento e l’interesse pubblico, il relitto non fu mai recuperato. Si trova ancora a circa 80 metri di profondità, tra Porto San Giorgio e Pedaso. Le famiglie non hanno mai ottenuto risposte chiare, e le autorità, secondo Lannes, non hanno condotto indagini approfondite o trasparenti.

 

Le domande inevase e le ipotesi inquietanti

Nel corso dell’incontro, Gianni Lannes ha avanzato interrogativi fondamentali:

  • Perché il relitto non è stato recuperato?
  • Esiste la possibilità che sia stato riportato a galla e poi nuovamente affondato per occultare le prove?
  • Ci fu davvero un’esercitazione militare nella zona quella notte, forse con sottomarini?
  • Le autorità italiane erano a conoscenza di attività NATO nelle acque territoriali?
  • Che fine hanno fatto i filmati realizzati subito dopo l’affondamento da Guardia Costiera e Vigili del Fuoco?

Il ruolo della letteratura: il romanzo come forma di giustizia

A offrire un’altra prospettiva è stata Antonella Roncarolo, autrice del romanzo Quel silenzio in fondo al mare (2023), ispirato proprio alla vicenda del Rita Evelin. La Roncarolo ha raccontato il proprio percorso di scrittura, nato da un ascolto profondo del dolore delle famiglie coinvolte.

«La letteratura, ha detto, non ha gli strumenti della giustizia processuale, ma può dare voce al silenzio, restituire umanità ai numeri delle cronache, trasformare la memoria in una forma di resistenza civile».

Non solo Rita Evelin: altri casi dimenticati

Nel suo intervento, Lannes ha esteso il discorso ad altri incidenti marittimi mai chiariti e riconducibili secondo lui, ad attività militari coperte da segreto.

Il Francesco Padre (1993)

Il peschereccio Francesco Padre fu colpito nel Canale di Otranto nel 1993 in pieno giorno. Le reti risultarono danneggiate in modo anomalo. I pescatori parlarono di una collisione con un oggetto non identificato, forse un mezzo subacqueo. Nessuna indagine fu mai approfondita.

Il Massimo Garau (1987)

Affondato nel 1987, il mercantile Massimo Garau fu recuperato soltanto nove anni dopo, nel 1996, grazie all’intervento del giudice Paolo Borsellino, che si occupava di traffici marittimi illegali e sospetti collegamenti con esercitazioni militari NATO.

L’Angelo Padre (1982)

Altro caso ricordato è quello dell’Angelo Padre, peschereccio protagonista di un misterioso incidente al largo della costa adriatica in cui persero la vita tre marittimi. Un evento mai chiarito ufficialmente: danni strutturali non compatibili con condizioni marine e testimonianze contraddittorie.

Attività militari segrete: la zona T-842

Secondo Lannes, esisterebbe una zona militare classificata T-842 nel tratto di Adriatico compreso tra Ancona e Pescara, dove da decenni si svolgerebbero esercitazioni navali non comunicate al pubblico e in parte anche in violazione dei trattati internazionali, tra cui il Trattato di Non Proliferazione.

Qui, sostiene il giornalista, si sarebbero svolte anche prove con armamenti avanzati e presenze subacquee non italiane. Il tutto senza informare le autorità civili o con la loro connivenza.

Tra rimozione e ostacoli giudiziari

Il racconto di Lannes si è soffermato anche sulle opacità delle indagini ufficiali: coordinate sbagliate, versioni contraddittorie, filmati mancanti, prove fisiche ignorate. Il processo penale successivo, secondo Lannes, fu impostato in modo errato, e il magistrato Piero Bastieri avrebbe seguito un’istruttoria priva di elementi essenziali, portando a una verità processuale insoddisfacente.

Nel 2007, Lannes pubblicò un’inchiesta dettagliata sulla rivista di Andrea Purgatori, raccogliendo materiali, testimonianze e analisi tecniche. Eppure, le sue domande rimasero senza risposta.

Un mare di silenzi

La tesi centrale del libro Abissi, come del convegno sambenedettese, è chiara: la verità sull’affondamento del Rita Evelin e su altri casi simili è ancora nascosta nei fondali dell’Adriatico, insieme a responsabilità civili, militari e politiche.

«Abbiamo documenti, fotografie, relazioni firmate, ma nessuna volontà istituzionale di far emergere la verità», ha concluso Lannes. «La verità non si può assassinare. Ma serve una società che la voglia ascoltare.»

Memoria e cittadinanza attiva

L’incontro si è chiuso con un messaggio forte: non si tratta solo di ricostruire fatti passati, ma di aprire uno spazio di cittadinanza consapevole, dove la memoria collettiva si trasformi in azione civile. La partecipazione numerosa e la viva attenzione del pubblico lo hanno dimostrato: San Benedetto del Tronto non dimentica i suoi uomini di mare.

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