Cinema & Teatro
Il fu/è Silvio Laviano: l’attore catanese e la potenza salvifica del teatro
Silvio Laviano, l’attore catanese ci racconta la sua avventura da attore, regista e docente di progetti basati sull’essenza e sul bagaglio emotivo di ciascun attore.
“Essere non essere, questo è il problema”. Se il dilemma esistenziale e il timore dell’ignoto in Amleto sono ferite sanguinati, nella vita di un attore sono cicatrici suturate a battute e sanate a empatia.
L’attore e regista in questione è Silvio Laviano, classe ‘79 di origini catanesi e impossibile da incasellare per tutte le sfumature che lo contengono. Quel che possiamo dire è che si tratta di un apolide della specie più risoluta, di quelli che esplorano il proprio io interiore e ne riemergono sobriamente consci.
L’unico rifugio, le tavole di teatro, salvezza sua e di un mondo che rotea verso un abisso. Tutto nasce dall’urgenza di esprimersi, scritta in un copione di vita prestabilito: nascerà infatti prematuro di 7 mesi.
Diplomato alla Scuola del Teatro Stabile di Genova – Teatro Nazionale collabora con diversi teatri italiani, in produzioni private e straniere sotto la direzione di Davide Livermore, Pietro Bontempo ed altri grandi registi; lavora anche in campo cinematografico, televisivo e pubblicitario con Marco Bellocchio, Michele Placido, Ferzan Ozpetek…
La sua versatilità abbraccia anche l’insegnamento. Nel 2014 nasce il progetto S.E.T.A (Studio emotivo teatro azione) e da Esperienza_Lab, entrambi volti a far emergere l’identità emotiva di un attore, la propria potenza e ricchezza espressiva; mentre nel 2026 è la volta di Tiké. Un collettivo no profit, attivo a Siracusa, che riunisce esseri curiosi e desiderosi di condivisione e che usa il teatro come strumento del qui e ora.
In cantiere una docufiction, una regia che porta la sua firma, percorsi formativi e da buon apolide – tante mete da attraversare – sempre con l’urgenza di chi vuole urlare al mondo la sua presenza.

Foto Antonio Parrinello
Di te sappiamo qualcosina, adesso tocca a te. Descrivi Silvio come un personaggio di Pirandello!
«Silvio, nato, furioso e curioso, prematuro di 7 mesi in una caldissima giornata di fine giugno a Catania. Dopo una serena infanzia nella raggiante Catania anni 80, cresciuto nella menzogna nazionale del benessere e della Milano del Sud, Laviano ha poi attraversato la primavera catanese degli anni ’90 vivendo la sua adolescenza tra aiuole ridenti, sale giochi, centro storico rivalutato, sale parrocchiali dove si giocava al teatro e lo studio del greco e del latino in un rinomato liceo classico cittadino fino a sviluppare, sempre più, il malessere di una gioventù arrabbiata e con una gran voglia di andare via, scappare, fuggire o forse salvarsi e venne il giorno che lui disse: “tu Catania non mi basti, dei miei sogni che ne hai fatto?”.
Ammesso come allievo attore in Accademia al Teatro Stabile di Genova nel 1999 inizia il suo percorso umoristicamente tragico verso il mestiere del saltimbanco dell’anima sua, dove ha incontrato molte maschere ma anche alcuni veri e bei volti giocando all’essere sempre uno, nessuno, centomila. Ma preferendo su tutto e tutti l’essere solo sé stesso! Sempre e comunque. Questa descrizione può ricordare una novella Pirandelliana mai scritta e sempre e solo rappresentata? Mai stato personaggio sempre un piccolo uomo sincero e curioso pronto a strappare le maschere altrui, impaziente e combattivo come un neonato prematuro. Il fu Silvio Laviano».
Si dice di te che senti l’urgenza di fare teatro che ti ha “salvato a vita”. Quando nasce questa urgenza?
«È l’urgenza di essere. Ho vissuto un’adolescenza complessa. Per vari problemi familiari, anche molto gravi, mi sono ritrovato in un periodo delicatissimo della mia giovinezza a vivere da solo, tra i 15 e i 18 anni, a Catania. Frequentavo il liceo, vivevo in centro storico, studiavo, leggevo, andavo al cinema, scorrazzavo su una vespa rossa, puntualmente rubata qualche anno dopo, ed ero e mi sentivo abbastanza solo e in quel momento davanti al bivio se intraprendere una cattiva strada o impegnarmi a essere un bravo figlio.
Giovane uomo cresciuto troppo presto trovai il Teatro a indirizzarmi, a sostenermi. In quegli anni facevo Teatro contemporaneamente in parrocchia, al liceo classico e anche in una filodrammatica cittadina. Mi ha salvato, mi ha insegnato l’urgenza di esserci, di essere visti, di immaginare mondi possibili; mi ha insegnato a non essere solo, a non cedere a possibili dipendenze distruttive, ad amare e ad ascoltare l’urgenza, anche altrui e di guardarsi più a fondo. Questa è la mia urgenza che per quanto mi riguarda è “l’atto politico” maggiore che posso permettermi».
Il sacrificio più grande che hai fatto per la recitazione?
«Forse quello di non avere costruito una famiglia tutta mia, ad oggi. Gestire una vita sempre in movimento e non vivere in un luogo tutto mio è il prezzo da pagare più grande. Sarei un sedentario io ma sono anche un insoddisfatto, dunque dopo un certo periodo in una città sento il bisogno di andare via.
Eccettuando il “rifugio materno” in Sicilia, posso dire di essere un apolide. Da più di 27 anni vivo in giro, dove mi porta il mestiere, forse anche per questo non amo molto i ristoranti e gli hotel, mangio sempre male e dormo anche peggio. Ma mi va bene così se il luogo dove vado possiede un teatro oppure ospita un set».

Opera teatrale che ami o ti rappresenta?
«Shakespeare, tutto, indistintamente. Amleto in particolare (che fantasia!). Ma anche Cechov e Büchner, tedesco, morto a soli 23 anni e comunque è riuscito a rivoluzionare la storia della drammaturgia moderna».
L’esperienza teatrale o cinematografica che ti ha forgiato di più nella vita?
«In teatro ho avuto la possibilità di interpretare alcuni monologhi che hanno goduto di una grande fortuna di pubblico e critica. Il monologo per un attore è un banco di prova molto complicato. Essere solo in scena per un’ora e mezza significa dovere agire e “raccontare” un mondo in modo autonomo e completo. O forse è meglio dire che, da solo, l’attore deve concretizzare un dialogo con il pubblico che è a sua volta un altro protagonista (fondamentale) dell’azione teatrale.
Tre monologhi ai quali sono molto legato in ordine di tempo sono stati: “Salvatore, favola triste per voce sola” scritto da me con la regia di T. Tuzzoli con un debutto nazionale al Festival di Benevento nel 2002. La storia recente di Catania vissuta attraverso gli occhi di un suo giovane figlio arrabbiato. Da autore del testo senza esserne consapevole credo di aver sperimentato l’autofinzione in tempi non sospetti.
“Glam City” di D. Trischitta con la regia di N.A.Orofino sulla vera storia del primo trasformista di Catania negli anni settanta. Ha debuttato nel 2017 ed è una storia che parla del Gender prima che il concetto stesso esistesse nella cultura contemporanea.
“Eppideis” scritto e diretto da R. Palazzolo, uno degli autori contemporanei che stimo di più, capace di creare mondi emotivi e linguistici unici. Eppideis è una storia unica, un’epifania! Prodotto dal Teatro Stabile di Catania nel 2021, per quanto riguarda l’audiovisivo, ritrovarmi a essere a soli 25 anni, nel 2005, uno dei coprotagonisti della serie televisiva Mediaset Codice Rosso prodotta da Cattleya fu una grande scuola. Imparai moltissimo su cosa è un set e cosa significa lavorare con la macchina da presa».
Il ruolo più complesso che hai interpretato?
«Non so se il più complesso, ma sicuramente il più pernicioso è stato il capocomico dei “Sei personaggi in cerca d’autore” di Luigi Pirandello con la regia di M. Placido. Era il 2017, spettacolo prodotto dal Teatro Stabile di Catania e dalla Goldenart.
Pernicioso perché Pirandello è un autore complicatissimo, dove bestia e virtù convivono e lottano insieme, è un autore che ti mangia il cervello per comprenderlo e per “recitarlo”. Ma questa, forse, è anche la sua orrorifica bellezza!».

Quello che sogni di interpretare?
«Il prossimo ruolo, sempre il prossimo ruolo, il prossimo ruolo è sempre il più bello. “Il teatro è la cosa con cui metterò in trappola la coscienza del re” (Amleto atto 2 – scena II)».
Cosa rappresentano per te il teatro e la settima arte?
«Per me rappresentano la Vita. Credo che l’arte sia l’unica soluzione alle bruttezze del mondo».
Secondo te qual è la responsabilità più grande di un attore verso i suoi spettatori?
«Un attore deve essere sempre onesto, con se stesso, con il pubblico e con la storia che sta raccontando. Non ho mai sopportato l’attore solo autocelebrativo o comunque autoreferenziale. Si può essere “vanitosi” utilizzando il pubblico come specchio. Il palco come luogo della condivisione emotiva. La sincerità è la medicina».

Foto Antonio Parrinello
Hai lavorato con grandi registi: da Livermore a Placido e molti altri. Che insegnamenti ti hanno lasciato registi ed esperienze?
«Si, ho avuto la fortuna negli anni di essere diretto da registi con grande esperienza e da loro ho cercato di imparare e di mettermi al servizio del racconto che stavamo “scrivendo”. Livermore è un visionario e un uomo di una cultura immensa. L’Elena al Teatro greco di Siracusa nel 2019 credo abbia creato uno spartiacque importante all’interno della storia delle rappresentazioni classiche, per me è stato un onore farne parte, nel mio piccolo.
Con Michele Placido si è instaurato un rapporto di fiducia molto profondo, ha creduto in me è ho avuto il privilegio di essere diretto da lui sia in teatro che al cinema. Credo sia un direttore d’attori magnifico. È un uomo del Sud con valori profondi e con un’umanità che riconosco pienamente. Sciaccaluga, Puggelli, Cavosi sono registi che mi hanno “insegnato” il mestiere.
Un legame e un sodalizio importante e una comunione di intenti profondo si è creato con registi più “contemporanei” come Tuzzoli, Nicoletti e il già citato Palazzolo. In campo audiovisivo e pubblicitario avere a che fare con Bellocchio, Özpetek, Manfredonia o Ribuoli e Vullo e Mosca è un valore aggiunto nella mia esperienza professionale. Ogni Regista ti porta nel suo mondo ed è bello affidarsi e fidarsi».
Tu stesso sei regista teatrale. Qual è la parte più entusiasmante di dirigere e viceversa di essere diretti?
«Posso dirti qual è la meno entusiasmante cioè la colite! Da regista seguo gli attori come vorrei essere seguito io, me ne prendo cura, ma pretendo molto come quando, da attore, pretendo molto da me stesso.
La differenza sostanziale consiste che il regista è sempre solo, ha un processo creativo più solitario, mentre l’attore sta in scena e si rapporta concretamente a uno spazio, un personaggio, attori sul palco e pubblico. Sono due ossessioni diverse con il fine ultimo di agire nel migliore dei mondi (e modi) possibili».
Secondo te com’è cambiato nel tempo il modo di fare cinema e teatro? Qual è stata la loro evoluzione e involuzione?
«Il tempo. Il problema è il tempo. Prima si provava di più, si ricercava di più e c’era più tempo per sperimentare e per pre- produrre. Il problema è prettamente economico. La crisi economica incide molto sulla cultura e l’arte. Ahimè non vedo evoluzioni, ma solo involuzioni a causa di fattori esterni indipendenti dalla comunità artistica globale. Il discorso è complesso e la situazione è grave. Spero in un rinascimento».
Nel 2014 nasce di S.E.T.A. (Studio Emotivo Teatro Azione) il tuo progetto di ricerca teatrale. Qual è il suo obiettivo?
«Il progetto S.E.T.A. nasce come organismo di formazione a Catania appunto nel 2014, lontano da ogni scuola, metodo, “vizio”, “vezzo” o etichetta. Il fine del lavoro che si è sempre affrontato è quello di non insegnare uno stile, ma, organicamente, far emergere in ogni attrice/attore il materiale emotivo/sensoriale che è insito nell’essere umano stesso.
Dare luogo ad un Attore “ATTIVO” cosciente delle potenzialità del proprio immaginario e dei propri mezzi espressivi e fisici verso una “nudità” e una verità del QUI E ORA, verso una concretezza del gesto e della parola capace di riempire lo spazio e il tempo. Il progetto poi è diventato un progetto di produzione teatrale che ha dato luogo a vari spettacoli attraverso coproduzioni e residenze artistiche collaborando con molte realtà nella città di Catania.
Molti giovani che hanno fatto parte del progetto oggi sono attrici e attori professionisti di grande qualità e ne vado molto fiero. Dal 2023 nasce Esperienza_lab che è una derivazione più aperta e matura del progetto sviluppandosi anche in altri contesti e città: Palermo, Roma, Latina, Napoli, Siracusa e naturalmente Catania».
Parlando di Siracusa, sei a capo del collettivo Tikè. Qual è l’unicità di questo collettivo?
«Per carità non sono a capo di nulla! Il collettivo Tikè a Siracusa si è formato in modo autonomo dopo un paio di laboratori teatrali e grazie alla volontà di un gruppo di esseri umani splendidi umanamente e dotati di una grande curiosità e sensibilità artistica.
Tutto ciò ha fatto nascere “Canti di Muddura, storie aretusee” che riprenderemo in primavera sempre a Siracusa. L’unicità del collettivo ha un nome, anzi molti nomi: Lucia, Carmela Marica, Desirèe, Claudia, Manuela, Giorgia, Andrea Giuseppe e Massimo. La Bellezza e l’umanità salveranno il mondo!».
I ragazzi che vogliono avvicinarsi alla recitazione e al teatro cosa dovrebbero sapere secondo te?
«Che è complicato, che è tutto molto difficile soprattutto in questo momento storico, che bisogna studiare molto e non fermarsi mai, che bisogna studiare anche l’inglese, molto bene. E che serve essere curiosi e considerarsi cittadini di questo mondo sgarrupato. E che non sarò certo io a dirgli di non provarci. Buona Fortuna, che serve.
Bisognerebbe poi dare la possibilità di vivere serenamente in una terra splendida come la Sicilia, di farla crescere culturalmente ed economicamente, di dare gli strumenti alle nuove generazioni per poter progredire ed evolvere nelle arti e nell’economia».

Silvio con il collettivo Tikè
Come lo immaginava Silvio il suo futuro da piccolo e come lo immagina ora?
«Sono un pessimista per natura. Quando mi capita qualcosa di bello mi stupisco sempre, lo stupore positivo è un’emozione che fa bene al cuore. Da bambino disegnavo sempre, in un certo senso continuo a disegnare e a usare tutti i colori possibili anche ora. Continuo a immaginare modi e mondi possibili, è il mio destino dipingere il mio futuro».
Cosa stai preparando in questo momento?
«In questi giorni ho appena concluso le riprese di una docufiction per raitre in Calabria e quest’estate ho girato una serie dal titolo “Un mondo bellissimo”, una nuova serie targata mediaset con Vanessa Incontrada e Ettore Bassi diretta da Monica Vullo e Riccardo Mosca. Andrà in onda su canale 5 nel 2027. In questi giorni ho appena iniziato, per il teatro, le prove di una mia prossima regia, “Sibilla & Milena, un viaggio chiamato abisso” con B.Gutkowski e L.Rosto due attrici splendide che racconteranno attraverso una riscrittura emotiva le biografie di due autrici che meritano la giusta attenzione: Sibilla Aleramo e Milena Jesenská.
È un progetto al quale tengo molto, debutteremo a dicembre al Teatro del Canovaccio di Catania e con questo spettacolo continuo la mia ricerca sul femminile violato e oppresso. Dopo Sarah Kane nel 2015 e Silvia Plath nel 2018 sono molto felice ed emozionato di misurarmi con altre due Autrici così potenti.
A gennaio invece affronterò, sempre da regista, il mio amato e odiato Pirandello, con la riscrittura in forma contemporanea di due tra le novelle più conosciute e dark dell’autore. Collaborerò con la compagnia Proscenio di Catania, che è una bellissima realtà cittadina composta da umanità e talenti dotati di una sincerità e generosità rara nel nostro mondo. Sul versante della formazione Esperienza_Lab continua il suo percorso sia a Catania in un progetto in residenza fino a dicembre prossimo sia a Siracusa dove il week end del 21/22 novembre dirigerò un workshop sul tema della Favola. A volte la mia vita mi piace pensarla con un lieto fine».
