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Yemen e Iran, due storie di donne in lotta per la libertà: dalla bambina che chiese il divorzio alla giovane condannata a morte per un post

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Le storie di Nujood Ali, originaria dello Yemen, e di Najmeh Amini, studentessa iraniana condannata a morte nell’ottobre 2026.

di Laura Marà

Nel 2008 Nujood Ali aveva soltanto dieci anni quando sfidò un matrimonio imposto dalla famiglia. Oggi il caso della ventitreenne iraniana Najmeh Amini, condannata a morte per presunta blasfemia, riaccende l’attenzione internazionale sui diritti delle donne e delle bambine.

Aveva appena dieci anni quando entrò in un tribunale per chiedere qualcosa che nessuna bambina dovrebbe mai essere costretta a domandare: il divorzio. Diciotto anni dopo, in un altro Paese del Medio Oriente, una giovane donna di 23 anni rischia la pena capitale per aver pubblicato sui social un contenuto ritenuto offensivo nei confronti della religione.

Sono le storie di Nujood Ali, originaria dello Yemen, e di Najmeh Amini, studentessa iraniana condannata a morte nell’ottobre 2026. Due vicende profondamente diverse, avvenute in contesti politici e sociali distinti, che riportano al centro del dibattito internazionale una questione ancora irrisolta: il diritto delle donne a scegliere liberamente della propria vita, del proprio corpo e delle proprie opinioni.

Nujood Ali, la bambina che a dieci anni chiese il divorzio

Era il 2 aprile 2008 quando Nujood Ali raggiunse il tribunale di Sana’a, capitale dello Yemen. Aveva soltanto dieci anni ed era stata costretta dalla famiglia a sposare un uomo di circa trent’anni.

Il matrimonio, celebrato quando era ancora una bambina, si era trasformato in una quotidianità segnata da violenze fisiche e abusi sessuali. Nonostante la giovane età, Nujood trovò il coraggio di ribellarsi a una situazione che le era stata imposta dagli adulti.

Con il denaro ricevuto da una zia, raggiunse il tribunale e attese finché un giudice non le chiese il motivo della sua presenza. La bambina spiegò di voler ottenere il divorzio.

La sua richiesta attirò l’attenzione dell’avvocata Shada Nasser, impegnata nella difesa dei diritti delle donne, che decise di assisterla.

Il 15 aprile 2008, Nujood ottenne il divorzio, diventando una delle più giovani bambine al mondo a ottenere legalmente lo scioglimento di un matrimonio.

La vicenda ebbe un’enorme risonanza internazionale e contribuì a portare alla luce una realtà che coinvolgeva numerose minorenni yemenite.

La storia di Nujood fu successivamente raccontata nel libro autobiografico I Am Nujood, Age 10 and Divorced, scritto con la giornalista Delphine Minoui, diventando una testimonianza della lotta contro i matrimoni infantili e forzati.

Matrimoni infantili, una violazione dei diritti che riguarda milioni di bambine

Il caso di Nujood non rappresenta purtroppo un episodio isolato.

Secondo le stime dell’UNICEF, circa 12 milioni di bambine e ragazze vengono date in matrimonio ogni anno prima di compiere 18 anni. Si tratta di un fenomeno diffuso in diverse regioni del mondo, alimentato da povertà, disuguaglianze di genere, conflitti e consuetudini sociali che limitano l’autonomia femminile.

Le conseguenze possono essere particolarmente gravi: interruzione del percorso scolastico, gravidanze precoci, isolamento sociale e maggiore esposizione alla violenza domestica.

In molti contesti, il matrimonio viene considerato dalle famiglie una risposta alle difficoltà economiche, ma finisce spesso per privare le bambine delle opportunità necessarie a costruire il proprio futuro.

La storia di Nujood contribuì a incoraggiare altre giovanissime spose a rivolgersi alla giustizia. Il suo gesto dimostrò quanto fosse importante garantire alle vittime non soltanto protezione, ma anche strumenti concreti per far valere i propri diritti.

Iran, Najmeh Amini condannata a morte a 23 anni per un post sui social

A distanza di diciotto anni, un’altra vicenda sta richiamando l’attenzione delle organizzazioni internazionali per i diritti umani.

Si tratta di Najmeh Amini, studentessa iraniana di 23 anni, condannata a morte da un tribunale di Mashhad, nel nord-est dell’Iran, con l’accusa di blasfemia.

Secondo quanto denunciato dall’organizzazione Iran Human Rights, la giovane avrebbe pubblicato sui social media contenuti considerati offensivi nei confronti del profeta Maometto.

Arrestata nel febbraio 2026, nel periodo della repressione delle proteste antigovernative, Amini è detenuta nel carcere di Vakilabad, a Mashhad.

Oltre alla condanna capitale, la studentessa ha ricevuto una pena detentiva superiore a dodici anni per ulteriori accuse legate alla sicurezza nazionale e alla propaganda contro il regime.

Durante il procedimento, la difesa ha sostenuto che le dichiarazioni contestate fossero state formulate in uno stato di alterazione che avrebbe escluso l’intenzione di offendere. Una ricostruzione che il tribunale ha respinto.

La condanna a morte non risulta ancora definitiva e può essere sottoposta al vaglio della Corte Suprema iraniana.

Il caso ha suscitato forti preoccupazioni tra le organizzazioni per i diritti umani, che denunciano il rischio di un crescente ricorso alla pena capitale anche per forme di espressione online.

L’appello dal carcere e le preoccupazioni delle organizzazioni internazionali

La vicenda di Najmeh Amini ha assunto una particolare rilevanza anche in seguito alla diffusione di un messaggio audio dal carcere, nel quale la giovane ha chiesto che la propria voce venisse ascoltata.

Le organizzazioni impegnate nella difesa dei diritti umani hanno richiamato l’attenzione sulla sproporzione della condanna e sulla necessità di garantire un processo equo.

Iran Human Rights ha espresso forte preoccupazione per il possibile utilizzo della pena di morte come strumento di repressione della libertà di espressione.

La vicenda si inserisce in un contesto più ampio, segnato dalle restrizioni delle libertà civili e dalla repressione delle proteste che negli ultimi anni hanno attraversato la Repubblica Islamica.

La mobilitazione internazionale per i diritti delle donne iraniane aveva già assunto una dimensione globale nel 2022, dopo la morte di Mahsa Jina Amini, la ventiduenne deceduta dopo essere stata arrestata per una presunta violazione delle norme sull’abbigliamento femminile.

Da quella vicenda nacque il movimento «Donna, Vita, Libertà», diventato simbolo della richiesta di maggiori diritti e libertà. Najmeh Amini e Mahsa Jina Amini sono due persone diverse, ma le loro storie hanno riportato l’attenzione sulle condizioni delle donne e sulle responsabilità delle istituzioni iraniane.

Il diritto di scegliere non dovrebbe essere una conquista

Le vicende di Nujood Ali e Najmeh Amini non possono essere sovrapposte. La prima riguarda una bambina vittima di un matrimonio forzato e di violenze familiari; la seconda una giovane donna che rischia l’esecuzione di una condanna per un’accusa legata alla libertà di espressione e alla legislazione religiosa iraniana.

Eppure, entrambe pongono una domanda fondamentale: quanto può costare, ancora oggi, a una donna rivendicare la propria libertà?

Nel caso di Nujood, il coraggio individuale e l’intervento di un’avvocata permisero di ottenere una decisione giudiziaria che cambiò la sua vita. Per Najmeh, invece, la vicenda giudiziaria rimane aperta e il rischio di una condanna irreversibile rende particolarmente urgente l’attenzione internazionale.

La tutela dei diritti femminili non può limitarsi alla condanna delle singole violazioni. Richiede leggi efficaci, accesso all’istruzione, indipendenza economica, protezione dalla violenza e sistemi giudiziari capaci di garantire i diritti fondamentali.

Perché una bambina dovrebbe poter crescere senza il timore di essere costretta a sposarsi, così come una giovane donna dovrebbe poter esprimere le proprie opinioni senza rischiare la vita.

E forse è proprio questo l’aspetto più doloroso delle due storie: ciò che dovrebbe essere un diritto riconosciuto a tutte continua, per troppe donne e bambine, a rappresentare una libertà da conquistare.

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