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SHADOW WORK, più che un fenomeno un lavoro a minuti sulle spalle del cliente

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Cosa si cela, dietro all’apparente idea di futuro, in uno schermo interattivo adottato sempre di più da grandi aziende come IKEA, McDonald’s, brand come ZARA o dalle più famose “casse veloci” dei supermercati.

di Angela Celesti

Tutto veloce ed efficiente, il ticchettio dell’orologio appare ormai quasi lento ma tutto, intorno alla nostra vita tecnologica, si misura in nanosecondi, minuscole frazioni di tempo al servizio dell’efficienza algoritmica; chi arriva prima con in un click, lo sanno bene i mercati finanziari, fa più profitto. Tutto bene, se pensiamo a quanto siano importanti i nanosecondi nel campo dell’informatica e nella fisica quantistica, bit dopo bit. Quanto vale un miliardesimo di secondo nelle tecnologie lo sappiamo e ha un suo valore specifico, ma vale per la vita umana? Credo proprio di no. Non ci appartiene perché la trasmissione degli impulsi elettrici e chimici arrivano alle nostre sinapsi molto più lentamente. Il nostro tempo biologico è legato alla coscienza dove, “l’esistenza umana non si misura in cicli- macchina”, come scrive Giorgio Nisini ne Il tempo umano, “ma in tappe interiori, legami e trasformazioni”.

Una premessa dovuta per spiegare cosa si cela, dietro all’apparente idea di futuro, in uno schermo interattivo adottato sempre di più da grandi aziende come IKEA, McDonald’s, brand come ZARA o dalle più famose “casse veloci” dei supermercati. Tempo e sforzo impiegato per i poveri avventori, per la maggiore boomer, che subiscono, loro malgrado, il “lavoro ombra”. Si inserisce l’ordine, il pagamento e a volte anche il controllo degli errori, sotto lo sguardo di chi ci controlla alle spalle, come un angelo custode a carico dell’azienda, che impone, dandoci l’accesso alla cassa sotto forma di privilegio. Ma se ti trovi a IKEA, e vuoi fare colazione, devi seguire le istruzioni, passo dopo passo, come quando monti una libreria, altrimenti resti a bocca asciutta, accontentandoti del solo profumo di caffè o di un bicchiere d’acqua gratis… I totem digitali, adottati dalle aziende profumano sempre più di profitto, costo del personale ridotto, meno cassieri che si spostano in altre mansioni e se hai sbagliato a digitare e ti arriva un panino al posto del cornetto, la colpa è tua, che hai selezionato il prodotto sbagliato. La vita è dura, diceva qualcuno e l’uomo moderno, pur utilizzando le tecnologie all’interno della sua quotidianità, per allegerire il carico di lavoro, si ritrova continuamente frustrato al cospetto del totem, termine quasi inquietante, ma sinonimo di rapidità ed efficienza che sempre più spesso, trasforma la pausa colazione in un’operazione di “fabbrica”.

Per concludere direi che siamo attratti dall’idea dagli schermi interattivi e dalla promessa illusoria di “saltare la fila” e guadagnare tempo, gestendo tutto da soli e percependo l’azione a cui siamo costretti come vantaggio personale. Risultato? Più lavoro per noi e contrazione del lavoro, soprattutto per i giovani, isolamento sociale attraverso l’interazione standardizzata uomo-macchina, che impoverisce sempre di più il tessuto sociale quotidiano. Ma la cosa più insidiosa e subliminale resta sicuramente la sensazione di essere “sempre occupati” a chiedere a chi fa cose per noi, strano vero? Tra qualche mese arriverà Natale e… udite, udite… puoi cercare un “compratore di giocattoli” per i tuoi figli o nipotini… basta una ricerca e un click.

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