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Diritti umani

La territorialità della libertà

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Riflessioni sul testo “La città negata”: metropoli o borgo? Compito dell’urbanistica deve essere quello di permettere alle persone di stare o restare dove è meglio per loro?

di Nicola Tucci

Partendo dalle riflessioni maturate nello scritto “La città negata” (declinato come rimozione dei diritti fondamentali nello spazio urbano contemporaneo e come strutturale incapacità della pianificazione di porre l’esperienza umana al centro dei processi territoriali) la disciplina urbanistica e la pianificazione territoriale si trovano oggi ad affrontare uno dei loro dilemmi etici e politici più complessi. Nel dibattito attuale, alimentato dalle risorse del PNRR e della Strategia Nazionale per le Aree Interne, assistiamo a una forte spinta verso la rinascita dei borghi e delle aree interne.

Si manifesta un’urgenza dogmatica: contrastare lo spopolamento, riattivare le aree interne, “fissare” o “riportare” popolazioni in contesti geografici marginali. Eppure, proprio attraverso la lente critica della città negata, sorge un interrogativo fondamentale che scardina la programmazione pubblica: è doveroso impiegare risorse collettive e fondi pubblici per fare stare o far restare le persone nei borghi e nelle aree interne, oppure il compito dell’urbanistica deve essere quello di permettere alle persone di stare o restare dove è meglio per loro?

Questa domanda tocca la sostanza della giustizia spaziale. Per decenni, la città contemporanea ha “negato” fasce di popolazione attraverso espulsione economica, gentrificazione, privazione dei servizi ed erosione degli spazi pubblici. La città negata è la metropoli che esclude e rende l’abitare un privilegio insostenibile. Di contro, la politica territoriale ha spesso costruito una narrazione compensativa e idilliaca dei piccoli centri, eleggendo il borgo a rifugio mitico del “buon vivere”. Ma questa contrapposizione nasconde un’insidia.

Quando le risorse pubbliche finanziano la permanenza nelle aree interne senza garantire un reale accesso ai diritti fondamentali (dalla sanità di prossimità all’istruzione pubblica, dalla mobilità sostenibile alla connettività digitale) si compie un’operazione di tassidermia territoriale. Si rischia di sostituire alla città negata la “provincia negata”: un contesto in cui la residenza viene sussidiata artificialmente, ma dove la qualità della vita resta gravata da divari infrastrutturali. Il nodo teorico risiede nella contrapposizione tra politiche orientate ai luoghi (place-based) e politiche orientate alle persone (people-based).

Troppo spesso, secondo la mia posizione, la pianificazione dei borghi ha scambiato il contenitore con il contenuto, tutelando la forma fisica e il valore patrimoniale del paesaggio o dell’edificato storico a scapito del benessere effettivo degli individui. Se l’obiettivo primario diventa la mera ri/popolazione quantitativa per giustificare un bando pubblico, la persona cessa di essere il fine dell’urbanistica per diventare uno strumento di conservazione territoriale. Si manifesta così un paternalismo statale che, attraverso incentivi residenziali, cerca di indirizzare i percorsi di vita verso contesti che spesso non offrono reali prospettive di emancipazione.

Far stare le persone dove è “meglio per loro” significa ribaltare la prospettiva. La centralità dell’individuo non è una resa all’abbandono delle aree interne, bensì il riconoscimento del diritto all’autodeterminazione spaziale. Il benessere non si misura sull’altitudine o sulla densità del comune, ma sulla presenza di condizioni materiali, culturali, ambientali e sociali che gli consentano di fiorire. Se giovani o famiglie trovano realizzazione nelle reti culturali e professionali dell’area urbana, ostacolare questa scelta in virtù di un romanticismo neorurale appare ingiusto. Allo stesso tempo, se il soggiorno in un’area interna si trasforma in coatta resilienza di fronte alla mancanza di servizi essenziali, l’azione pubblica che incoraggia il restare tramuta il territorio in una trappola spaziale.

Non si tratta di decretare l’eutanasia dei borghi o di abbandonare le aree interne a una inevitabile desertificazione. La critica alla città negata impone di superare sia l’iper-urbanocentrismo escludente sia il nostalgico borghismo di maniera. La vera questione urbanistica non è dove collocare i corpi sulla carta geografica, ma come garantire che ogni luogo sia dotato di elevati standard di cittadinanza attiva.

L’attivazione di finanziamenti a supporto delle aree interne acquisisce senso unicamente se intesa non come reclutamento residenziale coercitivo, ma come opera di riequilibrio delle opportunità. I fondi pubblici devono servire a rimuovere gli ostacoli strutturali che impediscono a chi desidera restare di farlo con piena dignità o a chi vuole tornare di farlo per scelta consapevole, non ad allestire dorati recinti di sussidio che simulano comunità sradicate dalle dinamiche contemporanee. Si definisce dunque un nuovo orizzonte per la pianificazione: la costruzione di una territorialità della libertà.

Se la città negata è quella che espelle o aliena, l’urbanistica del futuro non può limitarsi a proporre il borgo come ripiego o contrappasso morale. Le persone devono poter abitare i territori in base a una reale convergenza tra desideri individuali, bisogni materiali e relazioni sociali. Che si tratti di una metropoli o di un villaggio montano, l’azione pubblica deve garantire la parità dei diritti di cittadinanza, svincolando il benessere da incentivi residenziali congiunturali. Proprio nello sviluppo finale di questo ragionamento, occorre introdurre una declinazione ulteriore della libertà abitativa, capace di mettere ulteriormente in discussione l’approccio tecnocratico e tradizionalmente serviziocentrico della pianificazione. Fare stare o far restare le persone dove è meglio per loro significa infatti riconoscere che l’idea stessa di “bene” o “qualità della vita” non è uniforme né riconducibile a un unico modello standardizzato di welfare urbano.

Esiste una specifica fascia di popolazione per la quale l’attrattività dell’area interna o del borgo remoto non risiede affatto nella promessa di un futuro allineamento agli standard di servizio metropolitani, bensì, al contrario, nella possibilità di vivere in un contesto deliberatamente svincolato dalla sovrastruttura dei servizi. Per questa componente sociale, la scelta di vita si fonda precisamente sul valore della distanza, sul decongestionamento, sulla ricerca di un’autonomia radicale, sulla decompressione dai ritmi della città iper-servita e sulla volontaria sottrazione alla logica della dipendenza tecnologica e istituzionale. Il margine e il borgo isolato diventano così appetibili non nonostante la carenza di servizi classici, ma esattamente perché offrono un’alternativa esistenziale basata sul diradamento, sulla riduzione delle mediazioni e su un rapporto diretto con la dimensione spaziale e naturale.

Per chi matura una simile visione dell’abitare, l’assenza di determinate infrastrutture tradizionali non è percepita come una deprivazione o una negazione del diritto di cittadinanza, bensì come lo spazio di possibilità all’interno del quale strutturare un modello di vita autosufficiente, sobrio e intenzionalmente sottratto alle pressioni dell’efficienza urbana. Includere questa prospettiva all’interno del dibattito urbanistico significa compiere un ulteriore passo verso il superamento della città negata, evitando il trabocchetto di una pianificazione omologante che presuppone bisogni e desideri identici per ogni individuo.

La gestione del territorio e le relative politiche di investimento pubblico non devono cadere nell’errore di considerare l’erogazione capillare e pervasiva di ogni tipologia di servizio come l’unico metro di legittimazione dell’abitare contemporaneo. La territorialità della libertà che l’urbanistica deve contribuire a tracciare include necessariamente il riconoscimento e la tutela del diritto alla marginalità scelta, all’isolamento consapevole e a forme di residenzialità non convenzionali. L’azione pubblica non deve né forzare il popolamento a colpi di incentivi assistenziali, né pretendere di uniformare ogni borgo ai modelli di consumo e servizio propri della dimensione metropolitana.

L’obiettivo ultimo di una politica territoriale giusta resta quello di garantire la pluralità delle forme dell’abitare, permettendo a chi cerca le reti di servizio della città di accedervi senza discriminazioni economiche, a chi necessita di servizi fondamentali nelle aree interne di vederli garantiti come diritti inalienabili, e a chi invece sceglie la distanza dai servizi di trovare nel margine un rifugio legittimo per la propria singolare idea di felicità. Solo collocando la libertà di scelta e la qualità dell’esperienza umana al di sopra del culto del luogo, la pianificazione e l’urbanistica potrebbe superare la stagione della città negata, restituendo autentica dignità a ogni forma di abitare.

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