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Chi ha incastrato Luther Vandross ai matrimoni?

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Luther Vandross ai matrimoni
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Tra gli anni ’70/’80 ha fatto la storia della musica, riconosciuto come la “voce di velluto” e il “Pavarotti del pop”, Sir. Luther Vandross è molto di più di un “cantante per matrimoni” com’è spesso riconosciuto. Ecco perché ascoltarlo oggi significa ritornare alla storia della musica.

Chicchi di riso che volano verso traiettorie improbabili, gestione degli ospiti e celebrazioni che, in particolare nello star system, assumono la stessa durata di rave; ci riferiamo proprio ai matrimoni.  

Ma oltre agli elementi sopracitati se dovessimo dire cos’hanno in comune quasi tutti – nazionali e internazionali – diremmo una sola cosa anzi, una sola voce: Luther Vandross.  

Definito The velvet voice e the Pavarotti of popè stato una delle figure più memorabili della musica rhythm and blues, soul e pop, ma da tempi immemori è ricondotto a sposalizi e unioni. Non è inusuale, infatti, sentire l’espressione “cantante dei matrimoni” quando si parla di lui.  

E di solito le tracce “incriminate” che, avanzano nel momento clou del primo ballo fra gli sposi o dei corrispettivi genitori sono Here and Now,  Always and forever e l’inflazionata Endless love con Mariha Carey 

Esisterebbero addirittura delle Tribute band negli Stati Uniti per matrimoni, eventi privati e aziendali.  

Naturale corso, forse, dei miti musicali. Ma sicuramente sarebbe riduttivo chiamarlo “cantante di matrimoni” per l’impronta che ha avuto sulla musica mondiale riconosciuta da artisti come Bowie e Roberta Flack. E per ricostruirla a modo dobbiamo srotolare il drappo di vita del cantante statunitense voce di velluto. 

Luther Vandross matrimoni Sotto il segno dell’Apollo

Il 20 aprile 1951 è giorno di festa a Kips Bay a Manhattan e in casa Vandross arriva Luther Ronzoni. Quarto figlio dell’infermiera Mary Ida e del tappezziere Luther Vandross Sr. In casa già si respirano note, entrambi i genitori infatti cantano in gruppi gospel dunque non stupisce che Luther impari a suonare il pianoforte a orecchio. 

In lui c’è già quella fiammella, alimentata dalle sorelle Pat e Ann che lo portano nell’Olimpo della musica: l’Apollo Theater. Luogo di battesimo per artisti come Ella FitzgeraldBillie HolidayJames Brown, Michael Jackson e Lauryn Hill. 

 Al liceo Vandross fonda il primo fan club per la cantante Patty LaBelle e organizza gruppi di canto armonico, terreno di formazione in cui Vandross inizia a far germogliare la voce tenorile. Ben presto capisce che la sua vita è la musica, motivo per cui lascia gli studi universitari alla Western Michigan University. 

La fata madrina Flack così ha decretato: è tempo di una carriera tua

Siamo negli ’70 e Luther presta la voce per jingle pubblicitari come Kentucky Fried Chicken, Juicy fruit, Gino’s Pizza, Coca Cola e diventa parte del coro di artisti del calibro di David Bowie, Chaka Khan, Barbra Streisand, Carly Simon, Bette Midler e Donna Summer

E fra tutte la sua “fata madrina” Roberta Flack. Capitava che la cantante dovesse fare interviste e perdersi le prove acustiche, così Luther parte del coro faceva le prove al microfono al posto suo. Un giorno, Roberta lo ascoltò cantare una sua canzone a insaputa di Luther e gli disse: “Per quanto mi piacerebbe che continuassi a fare cori per me, penso davvero che dovresti portare avanti una carriera tutta tua”. Lei è stata decisiva per il suo lancio che arriva a 30 anni.

Pronto a conquistare il panorama musicale, ci riesce nel 1981, anno in cui registra il primo album da solista con il singolo “Never Too Much“. La camera è pronta e a quel rec Luther mostra tutta la naturalezza e sontuosità della voce per un sound che era in testa e come dirà all’amico e collaboratore Marcus Miller “doveva uscire fuori”.

Gli anni d’oro fino all’addio in ricordo del padre

Il singolo raggiunge il primo posto nelle classifiche R&B e la Top 20 pop, seguito dagli altri album “Forever, for Always, for Love” (1982) e “Give Me the Reasons” (1986). Ma è nel 1989 che ottiene il sesto posto nella top ten con”Here and Now”. Brano romantico, emozionale e che fa sciogliere letteralmente l’ascoltatore per trascinarlo in un mondo pieno di romanticismo e nostalgia al contempo. Arriva, così il posto più agognato: quello nel cuore dei fan come uno dei cantautori più amati. 

L’ultima apparizione di Luther Vandross sarà ai Grammy Award nel 2004, dove in un video registrato accetta il premio per la canzone dell’anno “Dance with my Father” dedicata al padre morto quando aveva solo 8 anni. Un brano in ricordo del clima in casa fatto di musica e ballo. Il cantante morirà nel 2005, all’età di 54, anni per un attacco di cuore dopo aver combattuto con ipertensione e diabete cronico. 

Il cantante statunitense è stato riconosciuto da Rolling Stones come uno dei duecento cantanti più grandi di sempre e nominato uno dei più grandi artisti di Rhythm’s and Blues dal Billboard americano a livello internazionale, anche dal NPR, la National Public Radio. 

Emmett Price, professore di etnomusicologia alla Northeastern University di Boston, ha dichiarato che l’estensione vocale di Vandross gli permetteva di cantare un successo dopo l’altro, senza ripetere un ritmo o uno stile: “Era una figura di transizione. Era un ponte tra l’era di Sam Cooke e quella di Otis Redding. Riuscì a renderla comprensibile al pubblico contemporaneo”. 

Tell me why “cantante di matrimoni“?

Si chiude con lui un cerchio di famiglia e una discografica prolifica, fatta prettamente di ballate romantiche. Ma basta questo per etichettarlo come “cantante di matrimoni”?  

Potremmo avanzare l’ipotesi che la nomea sia dovuta a un’apparizione galeotta durante una scena di matrimonio nella sitcom televisiva 227, che ha contribuito a consacrarlo come re degli sposalizi.  

Oppure che i suoi brani dominavano i programmi radiofonici notturni delle città e si sa, la notte può essere culla di incontri amorosi indimenticabili; oppure ancora che i fan usavano le sue canzoni nei momenti più emozionali e significativi di vita, ergo nomea affibbiata.  

Molto più probabile l’ipotesi per il suo avvicinamento – fin da ragazzino – alla musica di Patti LaBelle, Aretha Franklin, Dionne Warwick e Diana Ross nei cui testi c’erano l’amore romantico e la vita familiare che lo hanno colpito mentre elaborava il lutto del padre. 

O forse riconducibile a un’indole tenera mostrata anche nelle sue ultime parole di fronte al pubblico dei Grammy: “Quando dico addio non è mai per molto, perché credo nel potere dell’amore”. La curiosità però avanza: chissà come avrebbe reagito Luther a questo soprannome “cantante di matrimoni”.  

Forse non così male, una sorta di cupido vocale che presenzia al coronamento delle fatiche degli incidentati alle sue note. La cosa però che in tutta questa vicenda fa riflettere e rende la storia di Luther ancora più significativa è che lui non è mai stato sposato, ma cantava le emozioni e l’amore forse come pochi.  

Tante le ipotesi a cui non avremmo forse mai risposta, ma vi prego non chiamatelo più cantante di matrimoni, perché Luther era e sarà per sempre always, always too much. 

 Fonte: National museum of African American History & Culture 

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