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Arte & Cultura

ZEd1, l’arte del “Burattinaio” del XXI sec nel più grande eco murales del Sud

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Zed1 e l'eco murales più grande del Sud
Tempo di lettura: 8 minuti

Il 25 marzo è stato battezzato a Fuorigrotta (NA) #Unlockthechange, il più grande eco murales del Sud, realizzato dallo street artist Zed1. L’opera dipinta con le vernici Airlite, che assorbono lo smog, fa parte dell’omonima campagna di comunicazione lanciata dalle B Corp italiane in collaborazione con Yourban2030.

Ecco cosa ci ha raccontato lo street artist di fama mondiale sulle sue marionette in scenari fiabeschi e sulla grandiosa opera del quartiere napoletano. 

  

Caro diario, oggi su di te imprimo sogni, incertezze, rabbia e idee. Una catarsi che, invece di pagine bianche, per Marco Burresi (1977) aka Zed1 avviene sul muri urbani, dove illustrazioni surrealiste e fiabesche con delle marionette accompagnate da colombe e papere umanoidi, libri dagli occhi languidi, menti ingabbiate, conducono in un’altra dimensione.  

Rulli, vernici e bombolette sono le “armi” dell’artista e grafico fiorentino, che da writer è diventato cantastorie di immagini su temi attuali come insicurezza, sfruttamento minorile, immigrazione, sostenibilità, sui muri di tutto il mondo. Portogallo, Tokyo, Londra Miami sono solo alcuni dei luoghi custodi delle sue creazioni, che suscitano riflessioni e meraviglia; tra queste, le opere mutevoli di Second skin, realizzate con uno strato di carta in superficie che, grazie agli agenti atmosferici o all’intervento diretto dell’uomo, rivelano lo strato sottostante. 

La carriera di questo artista sensibile, spirito libero a volte “incazzato” con il mondo (raccontata dal 2010 al 2016 nel libro Tales from the wall) è trentennale e comprende anche opere dipinte in Italia; l’ultima, l’impresa grandiosa inaugurata il 25 marzo a Fuorigrotta: #Unlockthechange, il più grande eco murales del Sud (370mq). Il progetto, realizzato presso la scuola Silio Italico, fa parte dell’omonima campagna promossa dalle aziende B Corp italiane, in collaborazione con l’associazione no profit Yourban2030 e il supporto del network internazionale di arte indipendente PalomArt, per lanciare un messaggio di sostenibilità sociale e ambientale che dovrebbe essere una priorità per le aziende.  

Dipinta con le eco pitture Airlite l’opera, raffigurante una bambina in un mondo inquinato che apre un cancello umano sulle idee di una nuova realtà sostenibile, assorbe ogni giorno lo smog di 79 veicoli. Il merito è della particolare soluzione con biossido di titanio che, aggiunta alla vernice in polvere a contatto con la luce trasforma gli agenti inquinanti in molecole di sale. Un progetto innovativo, al quale anche gli alunni dell’Istituto hanno contribuito con le “lampadine del cambiamento” con idee positive e sostenibili. 

In una piacevole chiacchierata Zed1 ci ha parlato del suo percorso artistico, dagli esordi nella crew toscana KNM, al colpo di fulmine per le marionette, fino all’attuale favola moderna #Unlochthechange realizzata in sole due settimane e in una data simbolica: i trent’anni dalla chiusura dell’Italsider (ex Ilva) di Fuorigrotta e la messa al bando dell’amianto. 
 

#Unlockthechange- Francesco Verolino

 

Perché il nome Zed1? 

«Per gioco! Quando ho iniziato a fare lettering, io e un mio amico abbiamo deciso di chiamarci Zed e Spid; lui poi ha smesso di usare il suo nome, io invece mi sono tenuto Zed, che richiama anche dei personaggi televisivi, come Zed in Pulp Fiction e in Scuola di polizia. Poi ho aggiunto il numero 1, perché le tre lettere non mi piacevano, così è rimasto nel tempo». 

 

Quando nasce la passione per l’arte? 

«Ho sempre disegnato; poi, studiando grafica ho conosciuto dei ragazzi che dipingevano con gli spray. Al tempo non c’erano i social, quindi mi facevano vedere in classe le foto dei muri delle riviste o delle cartoline, che compravano nelle edicole e librerie. Mi sembrava impossibile che si potessero fare quelle cose con gli spray, poi ho provato il mio primo muro illegale e me ne sono innamorato».  

  

Che soggetto aveva questo primo murales illegale? 

«Il disegno era uno squalo stupidissimo e bruttissimo, oggi potrebbe essere un’emoticon del cellulare. Ho iniziato così e poi ho cominciato a scrivere il mio nome come facevano molti writer, poi ho conosciuto altri writer e ho arricchito la mia esperienza; proprio grazie a questi ragazzi ho scoperto quali erano gli spray più adatti. Tramite loro è nata una sorta di crew di comunità toscana, e andavamo quasi tutti i fine settimana in giro a dipingere, a volte in muri legali e a volte illegali».  

 Zed1: le marionette in scenari fiabeschi con “licenza di uccidere”

Alejar a la muerte Santander- Spagna 2018

 

Perché hai scelto come soggetti delle marionette in scenari fiabeschi? 

«Nella mia crew KNM ero l’addetto agli sfondi e alle lettere. Nel tempo, avendo una predisposizione al figurativo le lettere non mi bastavano più e se volevo raccontare una storia non ci riuscivo; così, pian piano mi sono buttato sul figurativo. Io vengo da Certaldo dove c’è una festa di teatro di strada che si chiama Mercantia, con burattinai, bande itineranti e trampolieri. In quesa festa c’era un burattinaio con delle marionette meravigliose, diverse da quelle che faccio io, con un’espressività incredibile; così ho realizzato un pinocchio legato nei propri fili, un po’ vittima di sé stesso e nel caso dell’umano delle scelte che fa».  

 

«I miei personaggi mi piacciono, anche perché mi conferiscono una sorta di ‘licenza di uccidere’, ovvero di trattare argomenti forti,  facendoli percepire come fiabeschi» dichiari ad Artribune. In che senso?  

«Se vuoi raccontare cose crudeli come la morte, un accoltellamento o uno stupro, se le guardi attraverso dei burattini sono meno violente e crude rispetto al realismo. Questo è il bello di lavorare con le marionette: racconti delle storie vere attraverso un mondo fatato. Questa cosa mi aiuta anche a non essere troppo serio e a non stare su un piedistallo, perché molti artisti si propongono come i professori della vita, io non voglio esserlo. Ti racconto la mia verità attraverso dei burattini, poi sta a chi legge decidere se ho ragione o meno».   

 

C’è una delle tue creazioni alla quale sei particolarmente legato? 

«Due: L’aquila a l’Aquila (2014) e la Pecora Nera a Genova (2015). Il muro a l’Aquila è stato un muro difficile, perché l’ho dipinto nella zona rossa con le case distrutte e dove ogni tanto passava la gente per andare a casa a prendere qualcosa rimasto lì. Mi sentivo di raccontare la storia del terremoto come l’avevo percepita, però senza essere troppo ruffiano o crudele, così ho fatto un’aquila umana caduta, rotta al cui interno si vedono dei mattoni o pietre, simili a quelle del posto dove ho dipinto.

Poi ho aggiunto dei piccoli cittadini che danno all’aquila dei mattoncini per farla risollevare e vicino c’è anche un avvoltoio, perché intorno a questa storia c’è chi ha lucrato e chi ha rubato. Mentre ero lì a dipingere, un signore che aveva la casa diroccata accanto mi ha chiesto di fare un disegno anche sulla sua casa. Così, ho dipinto un personaggio sulla sua casa, uno su un’altra e così via, creando una sorta di spettacolo teatrale, però in città. È stato tutto improvvisato e senza bozzetto; mi ha lasciato un bel ricordo, il signore poi ci voleva ringraziare e siamo andati al centro sociale “Case matte” e ci ha cucinato le lasagne. Poi ho saputo che il posto è anche diventato un simbolo, dove ci portavano anche le scolaresche.

Aver fatto qualcosa di buono a livello sociale ripagava molto.  

L’aquila a l’Aquila- 2014

La seconda opera è la Pecora Nera al Teatro della Tosse a Genova. Primo teatro popolare e con scenografie fatte con materiali di recupero. È stata una bella sfida; sono andato lì senza bozzetto e ho scoperto che il simbolo del teatro è l’Ubu re, un re cattivo e grottesco. Avevo in testa da tanto tempo un disegno con un re, così ho raccontato il concetto di pecora nera: ho realizzato questo re grottesco con vestiti di recupero, su un cavallo improvvisato a metà tra asse da stiro e testa di un cavallino a dondolo, portato in trionfo dalle pecore bianche. Sotto di esse c’è una pecora nera che gli fa il terzo dito e lo sgambetto, facendo cadere le pecore bianche e il re.

Il concetto è che la pecora nera, spesso vista come diverso e negativo per me rappresenta un po’ l’incompreso che, non capisci perché vive in un certo modo. In questo caso, il suo fine era di far crollare il re cattivo, cioè una situazione in cui le pecore bianche omologate sono sottomesse. Il significato è un po’ quello di valutare le persone non dalla prima impressione, ma imparare a conoscerle».  

La pecora nera- Genova 2015

     

Cosa rappresentano per te arte e creatività? 

«L’arte per me è stata un po’ una via di fuga e una terapia; se non facessi questo lavoro dipingerei lo stesso. Ho sempre dipinto quando avevo dei giramenti di palle, per stare bene. Il bello di fare un muro è che non devi stare a guardare il particolare, perché si vede da lontano, ed è una liberazione per me. La creatività è una valvola di sfogo: se ho momenti di tristezza e riesco a trasformali in immagini che trovo belle, mi passa tutto; trasformo una cosa negativa in positiva. Come un diario, perché i muri raccontano uno stato d’animo, una sensazione». 

 

Come nasce una tua opera? 

«Ci sono 3 strade: la prima è la commissione. Quando c’è un committente, hai una tematica chiusa da filtrare attraverso i tuoi occhi. La seconda è il tema libero, dove contestualizzo il disegno: se ad esempio devo dipingere sui muri di una scuola i messaggi politici, per me, sarebbero un po’ fuori luogo. In quei casi capisco dove sono e faccio un bozzetto studiato sul muro, scegliendo i colori anche in base a quelli che ho intorno e poi sviluppo il tema da raccontare. La terza: improvviso. A Cardiff sono partito da linee per avere un ingombro sul muro.

Una volta, si andava davanti al muro senza bozzetto e si improvvisava perché l’ingresso del muro ti può cambiare la percezione del racconto. Se faccio un lavoro da leggere da sinistra verso destra e accedo solo da destra, è come se vedessi la fine del racconto». 

 

Il 25 marzo è stato inaugurato il più grande eco murales del Sud. Ci sono stati dei momenti complessi durante la sua realizzazione? 

«L’uso dei colori, che richiedevano un approccio totalmente differente da quelli classici. Quando mischi la polvere con i pigmenti, l’acqua e il fissativo seccano velocemente e non puoi utilizzarli il giorno dopo. Avevo dei ragazzi che mi davano una mano a miscelarli e dipingevo anche la sera al buio, altrimenti avrei dovuto buttare il colore. Negli ultimi giorni ho capito come funzionavano e invece di fare quantità eccessive di colore, le razionavo per non finirli e per essere sostenibile».  

 

L’opera ha coinvolto anche studenti e professori con laboratori. In che modo hanno contribuito? 

«Quelli di Yourban2030 sono stati bravissimi, hanno organizzato loro il laboratorio. Il mio bozzetto lo ha visto prima il preside della scuola e insieme agli insegnanti hanno deciso di coinvolgere i bambini, facendogli disegnare delle lampadine. Nel murales, da un portone escono fuori le lampadine con dei loghi. Ognuna rappresenta idee positive: la foglia verde, essere green; il cervello con due frecce, cambiare modo di pensare; le banconote con lo smile, l’economia positiva…Piccole idee, per un mondo migliore. Ai bambini è stato detto di fare la stessa cosa: dovevano disegnare delle idee positive su delle lampadine sagomate; sono stati bravissimi.

Le idee non erano inferiori a quelle di un’artista professionista». 

 

 Prossime tappe? 

«Padova, Roma e Ravenna. A Padova sarà un edificio di cui era proprietaria la figlia di un calzolaio; quindi, ho sfruttato l’idea del calzolaio per fare un mio ragionamento, forse un po’ politico». 

Gli studenti della scuola scuola Silio Italico- Francesco Verolino

 

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