“The Dead Dogs” è il testo del drammaturgo norvegese Jon Fosse in scena all’Argot fino a domenica 31 marzo

By 29 Marzo 2019Cinema & Teatro

Cinque attori molto bravi a esibirsi come se fossero manichini inespressivi convinti a prendere parte a una classe di recitazione correttiva

Di Andrea Cavazzini

La scena iniziale  vede un giovane disteso su una panchina, di fronte al pubblico. Il suo cane è fuggito e non è tornato. Sembra infelice. Resiste al suggerimento della madre: “Se è così importante, vai a cercare il cane“. Uno stato d’animo nero viene interrotto dal rumore sgradevole di un’aspirapolvere.  E’ uno dei tanti giovani che non ha ancora superato la sua difficile fase adolescenziale? Qual è, la natura della sua infelicità? Sembra sproporzionato rispetto alla situazione. Dopotutto,  “è solo un cane” o  c’è  qualcosa di più grave?  Ma tanto basta per sconvolgere l’ordine interno della casa.


Nel frattempo un vecchio amico torna a trovarlo a distanza di anni, stessi vestiti. Una proiezione forse, e sua madre angosciata dal suo comportamento  è più preoccupata di fare scorta di caffè per l’arrivo imminente  di sua figlia con il marito(mal sopportato) in una delle sue rare visite.  Colpisce l’asettico distacco di tutto il nucleo familiare nessun abbraccio nessun bacio…..

Il terrore si insinua come nebbia dai fiordi,  il cognato trova il cane morto, il vicino lo ha ucciso perché infastidiva le figlie  e sporcava il suo giardino. Il giovane dopo aver sepolto il cane nel giardino davanti la finestra del  salotto cerca la vendetta sul suo vicino e lo uccide.

Perché il giovane è così ostinatamente attaccato al suo cane? Perché il suo amico d’infanzia è tornato all’improvviso? Cosa tiene lontana sua sorella? Queste domande e innumerevoli altre si dissolvono non appena si formano, costringendo il pubblico a continuare a indovinare. C’è qualcosa che non va, ma è tutto  ostinatamente sfuggente.

Dialoghi ripetitivi e conversazioni irritanti che denotano una riluttanza a comunicare perche i personaggi di Fosse comunicano senza parole. Dove l’affermativo è usato non solo per rispondere alle domande ma per introdurre, punteggiare, eludere. Ciò che appare come accondiscendenza è in realtà un rifiuto, un evidente assenso viene rimosso dal suo oscuro opposto e il disagio si avverte come pure la tensione che pervade tutto lo spettacolo.

Cinque attori molto bravi a esibirsi come se fossero manichini inespressivi convinti a prendere parte a una classe di recitazione correttiva. Giusto Cucchiarini nel ruolo del giovane alienato  con i  suoi silenzi ritirati mantiene  il fascino di una presenza inquietante. Federica Fabiani nel ruolo di una madre premurosa ammantata di una misurata allegria. Irene Petris e Luca Mammoli sono rispettivamente la sorella  fredda e distaccata ed il cognato, forse l’unico dotato di buon senso, che, trasmettono un’idea di  totale impermeabilità agli eventi con il solo desiderio di fuggire. Alessandro Bay Rossi nel ruolo dell’amico  Restano  madre e  figlio in attesa che tutto si compia in questo testo dal forte connotato esistenziale che strizza(e non poco) l’occhio a Pinter e a Beckett.

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