Diritti umani
Sbarre…
Dal carcere Gianni Alemanno denuncia l’ennesimo suicidio: il diciottesimo dall’inizio dell’anno. Un uomo di 36 anni a cui è stato negato il diritto di vedere la propria figlia. Una tragedia che interroga tutti e che non trova spazio nei media nazionali.
di Maria Rita Ferragina
Apro i giornali e per un attimo sono tentata di cadere nelle solite polemiche quotidiane: il provvedimento di grazia concesso a Nicole Minetti, errore che dovrebbe ricadere interamente sulle spalle di chi la grazia l’ha firmata, Silvia Salis con le nomine degli “amichetti” nelle municipalizzate, gli eventi istituzionali usati per promuovere interessi privati come la promozione del film del marito, Fausto Brizzi, costata €120mila alla comunità genovese.
E poi il caso Beatrice Venezi, dove paradossalmente, il punto non è nemmeno lei, ma il cortocircuito che il suo caso rivela. Perché ha detto una verità sotto gli occhi di tutti: in questo Paese spesso fanno carriera i figli di. Dov’è la novità? Dov’è lo scandalo? È una denuncia che sentiamo ripetere da anni, a giorni alterni agitata come simbolo di un sistema malato. Eppure, se a dirlo è la persona “sbagliata”, improvvisamente quella verità non va più bene. Chi un giorno denuncia nepotismo e amichettismo, il giorno dopo si scaglia contro chi ha il coraggio di nominarli. È il solito cortocircuito dell’ipocrisia.
Ma proprio questo mi porta a pensare che queste polemiche siano spesso distrazioni di massa dai problemi veri.
Dramma delle carceri e lavoro nero, di cui mi riservo di parlare in altra circostanza, sono temi ben più urgenti e dolorosi che restano ai margini.
Ho letto il diario dal carcere di Gianni Alemanno e ancora una volta il pensiero va all’ennesimo suicidio: il diciottesimo dall’inizio dell’anno. Un uomo di 36 anni a cui è stato negato il diritto di vedere la propria figlia. Una tragedia che interroga tutti.
Ci siamo preoccupati di una beffarda Ilaria Salis in catene e voltiamo lo sguardo davanti alla situazione delle nostre carceri. Da decenni il sistema penitenziario trascina problemi irrisolti nel silenzio generale, salvo poche voci che continuano a denunciare condizioni inumane.
Di recente il Tribunale di Catanzaro ha condannato il Ministero della Giustizia a risarcire con 400 mila euro la famiglia di una persona detenuta suicidatosi nel carcere di Alghero, riconoscendo la responsabilità dell’Amministrazione per la mancata attuazione di misure di tutela, pur formalmente previste. Una decisione che non restituisce una vita, ma afferma un principio fondamentale, una persona detenuta non può essere abbandonata all’inerzia del sistema.
Qui, però, il punto non è il risarcimento, nessuno potrà mai colmare il vuoto di un essere umano, di un padre per quanto dedito a pratiche illecite.
“La morte di un uomo in carcere non è mai un fatto privato, è sempre un fallimento pubblico.

Il carcere è un luogo chiuso, dove ogni aspetto della vita è regolato, vigilato, deciso dall’esterno, nessuno può cercare aiuto altrove. Se una persona arriva a togliersi la vita in questo contesto, significa che il dovere di cura, protezione e tutela è venuto meno, non necessariamente per un singolo errore, ma per una serie di scelte sistemiche. Il sovraffollamento produce condizioni disumane e degradanti ormai strutturali, che continuano però a essere disconosciute. In tale contesto mancano gli psicologi, gli psichiatri, gli educatori, manca il tempo necessario per ascoltare davvero le persone. A presidiare quotidianamente la dimensione umana restano spesso solo cappellani, pastori e volontari, figure preziose ma che non possono e non devono sostituire lo Stato”.
Davanti a queste parole di denuncia mi domando dove i giornalisti del Fatto Quotidiano posino il loro arrogante sguardo? E se il sig. Luca Sommi oltre che a discettare sarcasticamente sulla Minetti e sulla Venezi sia in grado di affrontare tematiche più serie ed impegnative di un gossip utile solo a manipolare l’opinione pubblica fomentando la contrapposizione.
Le polemiche passano. I problemi reali restano. E forse dovremmo ricominciare a distinguere tra ciò che ci distrae e ciò che davvero dovrebbe indignarci.
La verità è che abbiamo messo le sbarre alla nostra ragione e alla nostra coscienza consegnandoci ignavi a chi è solo ammalato di potere e visibilità.
Di seguito il testo della lettera dal carcere di Gianni Alemanno e Fabio Falbo sull’ennesimo suicidio per disperazione nel carcere sovraffollato di Rebibbia:
DIARIO DI CELLA 55. UNA BARELLA CI PASSA DAVANTI: ANDREA HA DECISO DI FARLA FINITA, LASCIANDO UN FIGLIO DI 10 ANNI. UN COMUNICATO SINDACALE CI INFORMA DI UNA RIVOLTA DI IMMIGRATI AL BRACCIO G11. CRONACHE DRAMMATICHE DI UN CARCERE SOVRAFFOLLATO.
Riceviamo da Gianni Alemanno e pubblichiamo nel rispetto delle norme dell’Ordinamento.
Rebibbia, 26 aprile 2026 – 478° giorno di carcere.
Nel primo pomeriggio di giovedì eravamo davanti all’aula universitaria di Tor Vergata, nell’area carceraria comune, dove si incrociano persone detenute di tutti i bracci. Con la coda dell’occhio vediamo passare una barella, ma il corpo che vi è adagiato è completamente coperto fino alla testa.
Poco dopo ci arriva la notizia: Andrea Ben Maatoug, cittadino italiano di 36 anni (da compiere il 29 aprile prossimo), detenuto nel braccio G11, si è tolto la vita impiccandosi in cella.
Si incrociano le voci, ci viene detto che lavorava nella cucina centrale, decidiamo di passare di lì per incontrare i suoi colleghi di lavoro. Ci vengono incontro con gli indumenti di cucina previsti dai regolamenti sanitari, sembrano tanti chirurghi usciti da una sala operatoria. Ma il loro sguardo è vuoto, gli occhi lucidi.
Anche l’ispettore della Penitenziaria preposto alla cucina è costernato. “Andrea era un bravo ragazzo, amico di tutti, ma da tempo faceva discorsi confusi, diceva di avere delle visioni, non stava bene con la testa” ci dicono queste persone, detenute e detenenti. Si intuisce l’angoscia che viene dalla domanda inespressa: “abbiamo fatto abbastanza per evitare questo tragico epilogo?”.
Nei giorni successivi si aggiungono altri particolari. Andrea aveva un figliastra detenuto con lui e aveva chiesto un permesso per passare qualche ora con la sua compagna e con il figlio di 10 anni. Ma questo permesso, non si sa perché, era stato rigettato.
Aveva appena terminato il suo turno di lavoro in cucina, un’attività ordinaria, quotidiana, che racconta di una persona inserita nella vita dell’istituto. Rientrato nel reparto G11, si era ritirato nella sua cella, poco dopo un compagno andando in bagno l’ha trovato impiccato alla finestra del bagno. “Nonostante il tempestivo intervento del personale di polizia penitenziaria, che ha operato con encomiabile dedizione nel tentativo di salvare la vita al ristretto, l’esito è stato purtroppo fatale” recita un comunicato stampa diffuso venerdì scorso dal Sindacato OSAPP della Polizia Penitenziaria.
Si deve a questo comunicato se questa volta, a differenza di altri casi passati, la notizia del suicidio in carcere è stata diffusa agli organi di stampa, sollevando peraltro poca attenzione. Non dovrebbe essere l’Amministrazione penitenziaria a dare la notizia ufficiale di queste tragedie, anche per provare a offrire una spiegazione dell’accaduto e per spingere l’opinione pubblica e la politica a riflettere sulla situazione delle carceri italiane? Domenica, durante la Santa Messa, Padre Lucio ci ha detto che con Andrea siamo già a 18 suicidi di persone detenute dall’inizio dell’anno.
La morte di un uomo in carcere non è mai un fatto privato, è sempre un fallimento pubblico. Il carcere è un luogo chiuso, integralmente governato dall’Amministrazione pubblica, dove ogni aspetto della vita è regolato, vigilato, deciso dall’esterno, chi vi è ristretto non può allontanarsi, non può cercare aiuto altrove, non può sottrarsi. Se una persona arriva a togliersi la vita in questo contesto, significa che il dovere di cura, protezione e tutela è venuto meno, non necessariamente per un singolo errore, ma per una serie di scelte sistemiche. Il sovraffollamento produce condizioni disumane e degradanti ormai strutturali, che continuano però a essere disconosciute, anche quando vengono richieste forme di ristoro o di riconoscimento giudiziario, secondo quanto previsto dalla legge.
In un simile contesto mancano gli psicologi, gli psichiatri, gli educatori, manca il tempo necessario per ascoltare davvero le persone. A presidiare quotidianamente la dimensione umana restano spesso solo cappellani, pastori e volontari, figure preziose ma che non possono e non devono sostituire lo Stato nei suoi obblighi fondamentali.
Diventa allora imprescindibile porsi domande semplici e concrete. Quanti colloqui aveva avuto Andrea con uno psicologo, con uno psichiatra, con un educatore? Anche perché lo sapevano tutti che stava attraversando un periodo difficile. Il rigetto del permesso per andare a trovare la famiglia è stato valutato anche nel suo impatto emotivo e trattamentale, oppure è stato deciso come un atto automatico, scollegato dalle condizioni reali della persona che lo subiva?
In questo quadro non può non essere chiamato in causa anche il ruolo del Garante delle persone private della libertà personale nazionale e della Regione Lazio. La normativa istitutiva assegna al Garante compiti precisi, monitorare le condizioni di detenzione, segnalare criticità, intervenire presso le amministrazioni competenti, riferire pubblicamente ai cittadini e alle istituzioni rappresentative. Ci chiediamo allora se questa morte, come le altre, siano state oggetto di una relazione formale e perché non sono state pubblicamente denunciate. Il compito del Garante non è soltanto visitare, ma anche rompere il muro dell’invisibilità che circonda il carcere.
Il Tribunale di Catanzaro ha recentemente condannato il Ministero della Giustizia a risarcire con 400 mila euro la famiglia di una persona detenuta suicidatosi nel carcere di Alghero, riconoscendo la responsabilità dell’Amministrazione per la mancata attuazione di misure di tutela, pur formalmente previste. Una decisione che non restituisce una vita, ma afferma un principio fondamentale, una persona detenuta non può essere abbandonata all’inerzia del sistema.
Qui, però, il punto non è il risarcimento, nessuna somma colma il vuoto lasciato da Andrea a un figlio di soli 10 anni, il punto è quello di evitare che i suicidi continuino a ripetersi e questa necessità chiama direttamente in causa la politica.
Perché si ricorre con tanta facilità ai Decreti Legge per introdurre nuove norme sulla sicurezza, nuovi reati, nuovi strumenti di controllo e non si utilizza mai uno strumento legislativo, anche meno immediato, per affrontare l’urgenza più evidente del sistema penitenziario italiano che è quella di decongestionare le strutture? Possibile che non si comprenda come questa politica alimenti esattamente le condizioni che portano a tragedie come quella avvenuta a Rebibbia?
Torniamo al comunicato del Sindacato OSAPP: “Nella tarda serata di venerdì 24, alla sezione C del piano terra del G11 un gruppo di detenuti di nazionalità magrebina ha innescato una violenta rivolta: utilizzando una branda come ariete, hanno forzato il cancello della stanza detentiva, appiccando incendi ai materassi. Solo ed esclusivamente grazie alla straordinaria prontezza, al coraggio e alla professionalità del personale presente, che ha operato in condizioni di estremo pericolo, è stato possibile evitare conseguenze ancora più catastrofiche.” E il comunicato conclude: “è necessario far emergere i numeri di una debacle gestionale: Rebibbia, a fronte di una capienza regolamentare di circa 1.100 unità, ne ospita attualmente circa 1.700, con una gravissima carenza di personale di Polizia penitenziaria pari a 200 unità. Un sovraffollamento cronico che l’OSAPP denuncia da tempo, scontrandosi tuttavia con l’indifferenza dell’attuale gestione istituzionale…”
Non abbiamo nient’altro da aggiungere. Dobbiamo solo fermare il pensiero su quel ragazzino di 10 anni che non ha più un padre.
Gianni Alemanno e Fabio Falbo
