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Referendum 22 e 23 marzo 2026: giustizia, democrazia e propaganda

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La riforma si pone quale necessità indifferibile: per i sostenitori del NO alla riforma, è meglio lasciare tutto così com’è, per chi ha promosso il SI, invece, alcuni punti della Riforma saranno in grado di migliorare di parecchio un Sistema farraginoso e insoddisfacente.

di Alessio Zedda

Nelle democrazie avanzate, la Giustizia è uno dei pilastri su cui si regge la tradizionale tripartizione dei poteri dello Stato: Esecutivo, Legislativo e, appunto, Giudiziario. Non solo separati, ma anche in equilibrio, questo è il cardine della credibilità di uno Stato di diritto che si rispetti. Non si può dire che, nel nostro Paese, il Sistema Giudiziario abbia goduto dell’efficienza auspicata dai Padri Costituenti, tutt’altro. La Giustizia è ferma al 1941, quando l’unificazione delle carriere poteva garantire al Governo un maggiore controllo sui processi. Il risultato, nella nostra fragile e giovanissima Repubblica è stato un sistema giudiziario lento, per lunghi periodi vissuto come il vendicatore del cittadino nei confronti del malaffare politico, poi caratterizzato dall’influenza delle correnti, che gli è valsa l’accusa di politicizzazione. I cittadini italiani, lontanissimi da discussioni auree e idealistiche, vivono solo il quotidiano squilibrio di un sistema che annaspa in molte distorsioni strutturali, che rendendo molto attuale il biasimo di Papa Pio VII al Marchese Del Grillo nel celebre film di Mario Monicelli: “la Giustizia non è di questo mondo, ma dell’altro”, al che un meraviglioso Alberto Sordi, nei panni del Marchese, risponde: “Giustizia dell’altro mondo, Santità”. Ed è così che i cittadini italiani vivono la Giustizia, sospesi tra la rabbia e la consapevolezza che la Giustizia non sarà mai uguale per tutti.

La riforma, dunque, si pone quale necessità indifferibile per bocca di tanti protagonisti del dibattito pubblico: per i sostenitori del NO alla riforma, è meglio lasciare tutto così com’è, per chi ha promosso il SI, invece, alcuni punti della Riforma saranno in grado di migliorare di parecchio un Sistema farraginoso e insoddisfacente. Vediamo che si snoda attorno ad un punto cardine: la separazione delle carriere, per intenderci quella in vigore in Francia, Spagna, Regno Unito, Portogallo e Svezia, è lo strumento in grado di garantire un maggiore equilibrio nel processo. L’equilibrio deriva da una distinzione più netta tra Pubblico Ministero e Giudice i quali, oggi, appartengono allo stesso ordine e possono passare da una carriera all’altra. In fin dei conti, almeno nella percezione pubblica, è proprio questa comune appartenenza che indebolisce la terzietà del Giudice. La tripartizione dei poteri che riguarda lo Stato, se il referendum confermativo vedesse la prevalenza dei SI, troverebbe un corrispettivo nella tripartizione del processo, con una distinzione netta tra Accusa (Pubblico ministero), Difesa (Avvocato) e Arbitro (Giudice).

La riforma, pertanto, incide sull’ordinamento giudiziario, marcando una netta distinzione tra Magistrato Giudicante e Magistrato Requirente, destinati a due carriere diverse, autonome e non comunicanti. Ciascuna “carriera” sarà dotata dei propri meccanismi di autogoverno con un conseguente riassetto dei criteri organizzativi che regolano le funzioni giudiziarie. Ferma restando l’autonomia del potere Giudiziario, il Giudice e il Pubblico Ministero faranno a capo a due Consigli Superiori distinti, ciascuno dei quali si occuperà di valutare la correttezza professionale in funzione degli avanzamenti di carriera e delle nomine. Un’altra importante riforma è quella relativa all’autogoverno disciplinare, garantito da una Corte Disciplinare Costituzionale, da istituire ex novo e chiamata a valutare le responsabilità dei Magistrati, distinguendo gli organi di autogoverno, da quelli disciplinari, proprio come avviene per gli altri Ordini professionali. Molte polemiche ha suscitato il meccanismo del sorteggio, in riferimento alla selezione di una parte dei membri togati che compongono i due Consigli Superiori (uno per i Pm e l’altro per i Giudici), nonché per l’Alta Corte Disciplinare, il cui scopo nasce con l’intenzione precisa di ridurne la condizionabilità attraverso l’interruzione del legame tra Magistrati Eletti e Correnti di appartenenza. Le modalità sono le seguenti: nella parte destinata ai Magistrati Togati avverrà un sorteggio tra tutti candidati che soddisfano i necessari requisiti professionali, mentre in quella destinata ai membri laici ci sarà un sorteggio temperato con un elenco di candidati selezionati dal Legislativo. Il sorteggio dunque, sottrae l’elezione ai CSM al potere dell’associazionismo correntizio, determinando un minor potere delle correnti politicizzate.

Un altro punto chiave della riforma è la responsabilità dei magistrati, introducendo un meccanismo molto simile a quello previsto per tutti gli altri funzionari pubblici. Questo strumento vuole associare la responsabilità del Magistrato alla sua indipendenza e autonomia, creando i presupposti affinché per un cittadino ingiustamente perseguito sia più facile ottenere giustizia e per gli organi di autogoverno sia più agevole definire criteri meritocratici per l’avanzamento di carriera di un Magistrato. Il principio voluto dalla riforma è proprio questo: nessuno può essere immune alle responsabilità per i propri errori. Legato al tema della responsabilità, senza dubbio, c’è quello della custodia cautelare, troppo spesso usata come strumento ordinario, non esente da abusi e forzature che hanno mietuto innocenti per i quali non è possibile alcun risarcimento emotivo o psicologico a posteriori. Proteggere i fondamenti dello Stato di Diritto è un presupposto essenziale per garantire la protezione da errori giudiziari che, nel nostro Paese, hanno fatto prima la cronaca, poi, tristemente, la storia.

Contrastare gli errori giudiziari, tuttavia, non si configura soltanto come una misura della civiltà giuridica, perché se è vero che nessuna somma potrà mai risarcire il danno arrecato ad un cittadino innocente per una ingiusta detenzione, o per un calvario di anni, resta sulle spalle della collettività il costo economico degli errori processuali. Quasi un anno fa, da un’inchiesta de “Il Foglio” emergeva un esborso di 220 milioni a carico dello Stato per pagare le indennità dei cittadini ingiustamente perseguiti, soltanto considerando i sette anni intercorsi dal 2018 al 2024. Ad un’analisi accurata, più di un terzo della somma complessiva è destinata alla Calabria: nemmeno 2 milioni di abitanti che hanno assorbito il 35% dei risarcimenti, per un totale di 78 milioni di Euro di indennità per le vittime di ingiusta detenzione. Nomi e cognomi anonimi, di cittadini comuni, per i quali non ci sarà nessuno sciopero della fame, che non saranno ricordati da nessuno, ma che non dimenticheranno facilmente l’ingiustizia di Stato, che spesso determina la fine di carriere brillanti, il declino di aziende floride, la perdita di posti di lavoro o, più tristemente, il suicidio degli innocenti finiti dietro le sbarre senza colpa. Il costo, è bene rimarcarlo, ricade su tutti i cittadini onesti che contribuiscono, loro malgrado, a saldare i conti degli errori giudiziari, per i quali non è mai il PM a pagare.

Stupiscono, e non poco, dunque, le dichiarazioni dell’attuale Procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, capo della Procura di Catanzaro dal 2016 al 2023, che si è lasciato andare a dichiarazioni molto gravi: “voteranno SI” ha dichiarato Gratteri “gli indagati, gli imputati, la massoneria e tutti i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente”. Entrare a gamba tesa, stigmatizzando la libera espressione del voto per il SI alla Riforma, significa delegittimare l’elettore, che deve essere, in uno Stato di diritto, difeso e garantito. Si può essere cittadini onesti e non appartenere a nessuna delle categorie elencate dal Procuratore e al contempo sostenere una riforma che possa correggere le distorsioni di un Sistema Giudiziario sovente criticato dagli stessi Pubblici Ministeri. Un Magistrato di altissimo profilo, come Gratteri, da anni impegnato nella lotta alla criminalità organizzata, deve avere piena consapevolezza del peso delle sue parole e dell’importanza del ruolo che riveste, mostrando equilibrio e sobrietà, anche nelle dichiarazioni pubbliche. Un uomo dello Stato, che è chiamato ad applicare la legge, non può permettersi di dividere i cittadini tra “buoni” che la pensano come lui e “cattivi” che la pensano diversamente. Questioni complesse come l’abuso della custodia cautelare o la responsabilità civile dei Magistrati, non possono essere declassate ad un confronto tra buoni e cattivi, anche perché non mancano, tra i sostenitori del SI, illustri accademici, giuristi e colleghi di altissimo profilo dello stesso Gratteri. Certamente è comprensibile la passione di chi vive quotidianamente le difficoltà della lotta al crimine, ma non è giustificabile l’uso di parole tanto pesanti quanto autorevole la voce di chi le pronuncia. Discutere le regole del gioco, in una democrazia matura, non può e non deve mai significare la riduzione dell’avversario ad un poco di buono solo perché ha un’opinione diversa dalla nostra. Il dibattito pubblico, su questo, merita un buon senso che dovrebbe partire proprio dall’esempio positivo di chi riveste ruoli di responsabilità.

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