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L’economia cinese dopo i dazi imposti da Trump

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I dazi hanno agito come un catalizzatore. Hanno spinto le imprese cinesi a cercare nuovi sbocchi, a rafforzare le catene di fornitura alternative e a investire in settori a maggiore valore aggiunto.

di Francesca Fontana

La Cina chiude il 2025 con un surplus commerciale vicino ai 1.200 miliardi di dollari, il livello più alto mai registrato. Un dato che da solo racconta uno spostamento degli equilibri globali. E che contiene un paradosso politico: i dazi imposti da Donald Trump, pensati per colpire l’economia cinese, hanno finito per rafforzarne la posizione commerciale.

Il surplus, in crescita rispetto ai 993 miliardi del 2024, è stato sostenuto da esportazioni salite del 5,5%, fino a 3.770 miliardi di dollari. Le importazioni sono rimaste sostanzialmente stabili. Il risultato è un saldo attivo che supera il Pil di molte economie avanzate, inclusa la Spagna. Non si tratta di un picco isolato, ma di un consolidamento strutturale.

Il dato più significativo riguarda la geografia delle vendite. Le esportazioni verso gli Stati Uniti hanno subito una contrazione a causa delle barriere doganali. Ma la flessione è stata più che compensata dall’espansione in altri mercati. Africa, ASEAN, America Latina ed soprattutto Europa hanno assorbito un’ampia quota della produzione cinese, parte che minaccia di aumentare sempre di più. Pechino ha accelerato la diversificazione commerciale, riducendo la dipendenza dal mercato americano.

I dazi hanno quindi agito come un catalizzatore. Hanno spinto le imprese cinesi a cercare nuovi sbocchi, a rafforzare le catene di fornitura alternative e a investire in settori a maggiore valore aggiunto. In particolare, l’auto elettrica, le batterie e le tecnologie verdi hanno trainato l’export. La Cina ha consolidato il proprio vantaggio competitivo in comparti strategici per la transizione energetica globale.

La strategia industriale cinese, già orientata all’innovazione e alla scala produttiva, ha trovato nei dazi uno stimolo ulteriore. Mentre Washington puntava a ridurre il deficit commerciale bilaterale, Pechino ampliava la propria rete di scambi. Il commercio globale non si è contratto: si è riallocato.

Resta il nodo interno. Le importazioni stagnanti indicano consumi domestici deboli e una crescita meno trainata dalla domanda interna. Il modello resta fortemente sbilanciato sull’export. Ma sul piano internazionale, il saldo record rafforza la posizione negoziale cinese e alimenta nuove tensioni sugli squilibri globali.

Per gli Stati Uniti, l’obiettivo dichiarato dei dazi era riequilibrare i flussi commerciali e riportare produzione sul territorio nazionale. I numeri del 2025 suggeriscono un esito diverso: il surplus cinese non solo non si è ridotto, ma ha toccato un massimo storico. La pressione tariffaria ha ridisegnato le rotte commerciali senza indebolire il ruolo centrale di Pechino.

Il risultato è un sistema più frammentato ma non meno interdipendente. La Cina esporta di più, in più mercati, con una presenza crescente nei settori tecnologici chiave. I dazi hanno alzato i costi e irrigidito i rapporti bilaterali, ma non hanno invertito la traiettoria. Al contrario, hanno contribuito a rafforzare la resilienza commerciale cinese.

Il surplus record del 2025 è quindi anche un segnale politico. Le guerre tariffarie possono modificare gli equilibri, ma difficilmente li annullano. In questo caso, hanno accelerato una trasformazione già in corso, consolidando il peso della Cina nel commercio globale anziché ridimensionarlo.

Una ulteriore riprova, nel caso ve ne fosse necessità, che i mercati trovano sempre un nuovo equilibrio. La cosiddetta “mano di Adam Smith” aleggia sempre sulle manovre geopolitiche, e, come in questo caso, può diventare addirittura un boomerang.

La Cina insegna, e potrebbe insegnare anche all’Europa, che, però non trova ancora la forza di alzare la testa.

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