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Playing God, il corto in cui il “Dio ego” muore e ci si ritrova comunità
INTERVISTA. Playing God, il corto in stop motion realizzato da Studio Croma riporta lo spettatore all’origine della creazione. Ma non quella divina, bensì quella di un artista insoddisfatto e il punto di vista della sua creatura in balia di ego, disperazione e sollievo comunitario. Ecco cosa ci ha raccontato uno dei suoi creatori Matteo Burani.
Creazione. Stop. Dolore. Stop. Consolazione. Stop
Lontani dalla comunicazione telegrafica, siamo vicini a una tecnica fatta di pazienza, precisione e incantesimo: stop motion. Una forma d’animazione e arte – basata su piccoli movimenti, fasi e scatti fotografici – per dar un afflato di vita a oggetti e puppet inanimati.
E proprio dal “ventre prolifico” di scatti nasce Playing God (qui per guardarlo), un corto realizzato da Matteo Burani, Arianna Gheller e dal team di Studio Croma specializzato in produzioni cinematografiche. L’opera, Nastro d’argento per miglior corto italiano 2025 e menzione Fedic per il miglior cortometraggio a Venezia 81, al momento in distribuzione nazionale, si fa carico di fragilità, giudizi e aspettative “sfracellandoli” in un unico piano narrativo.
Un anno e mezzo di tentativi e test e ben 32.000 scatti in cui Dio non c’entra, perché il creatore del titolo immerso in una penombra caravaggesca è uno scultore. Apoteosi demiurgica in cerca della perfezione che condanna a un ciclo di eterno ritorno le sue sculture in resina e terracotta. Esseri deformi, mai percepiti come perfetti e unici, seppur creati con quell’intento. Non fa eccezione neanche la scultura che si avvicina di più all’ideale artistico; ennesima vittima pensata, creata e abbandonata che si trova a prendere la decisione della vita: scendere dal suo di piedistallo, non senza conseguenze, e andare incontro alla comunità aborrita.
L’ispirazione al body horror di David Cronenberg e ad artisti come Alberto Giacometti non manca, perché Playing God prima ancora che sperimentazione, è ricerca e sacrificio dei suoi creatori al pari forse di quel simil Dio. Solo che – a nostro parere – hanno sì raggiunto una perfezione cinematografica, perché in soli 9 minuti umanizzano all’inverosimile un puppet e uccidono l’ego. Ce ne parla Matteo Burani uno dei padri del corto che ha prestato letteralmente le sue braccia, per incarnare ore ed ore quel creatore tanto temuto e perennemente insoddisfatto.
Cosa pensi che abbia il mondo dell’animazione stop motion che quello reale non ha?
«È una magia. Hai la possibilità attraverso skill personali e di più persone di animare un oggetto e farlo vivere attraverso scatti fotografici e riproduzione video. Credo che questa sia, a tutti gli effetti, la cosa più magica che tu possa ricercare. Attraverso la tecnica del live action hai una videocamera, uno script, set, gli attori in carne e ossa e tu catturi il momento, post produci, creando comunque una magia.
Ma nell’animazione stop motion non esiste niente di quello che tu vedi. Le possibilità che puoi creare sono infinite e credo che con questa tecnica, nonostante uno storico di parecchi anni, ci sia ancora tantissimo margine d’esplorazione. Questa è la cosa che a me affascina di più; un tipo di magia che mi è entrata sotto pelle e da quel momento non sono più riuscito a vedere nessun altro tipo di arte. C’è tutto e lavori per vedere un artefatto magico unico nel suo genere».
L’aspetto più complesso di questa forma d’arte?
«In saturazione di contenuti tirare fuori qualcosa che sia davvero intrattenente è veramente complesso. Penso che un brutto film d’animazione sia molto più brutto di un brutto film in live action. La parte veramente più difficile, quindi, è cercare di dare quel senso di magia che non è automatico. E non basta far saltellare un oggetto sulla scrivania, ma devi ragionare su narrazione, dare un’anima all’oggetto e costruire qualcosa in modo che le persone siano interessate a vederlo.
Devi ragionare sul fare un film con qualcosa che non esiste. Quindi, spesso devi fare il doppio della fatica, per certi aspetti, senza contare tutto il lato tecnico: un movimento di macchina in stop motion è molto più complesso che nel live action, poi ci sono tutti i puppet da realizzare, i tempi e i talenti impiegati nella creazione, tutti specifici per inseguire la realtà e riproporre una nuova versione».
A questo proposito, hai realizzato con Arianna Gheller e il tuo team Playing God, corto in stop motion. Quando nasce l’idea?
«Nasce nel 2017 per un dialogo con Arianna sul voler realizzare qualcosa di nuovo, che uscisse dai binari di quello che già stavamo realizzando in studio: corti per varie produzioni e collaborazioni, e clip. C’era la voglia di emanciparsi e trovare qualcosa di diverso ed è saltata fuori l’idea di questa scultura che viene creata e messa da parte.
È nata come intuizione e lavorando per diversi anni alla creazione di puppet per la stop motion vedevamo che si creava da zero un puppet con armatura e caratteristiche, lo mettevamo in scena per un determinato tempo e poi dentro una scatola, in qualche modo dimenticandolo. Nasce un po’ da questa cosa.
Poi, dall’idea a oggi la parte più difficile è stata l’avventura nel produrlo e far credere anche agli altri in questa idea trovando i finanziamenti per poter andare avanti e renderlo a tutti gli effetti un lavoro personale nato, cresciuto e sviluppato da noi. In questi anni è stata questa la sfida».
A chi vi siete ispirati per il corto?
«Il design iniziale si ispira a diverse reference. Tutto doveva avere un’estetica ispirata a Giacometti e Modigliani; volevamo provare diversi tipi di design per lavorare sul concetto di pezzo d’arte. Poi, alla fine l’opera doveva avere dei tratti finiti simili a un piccolo Frankenstein, che potesse in qualche modo esprimere tenerezza. La folla di sculture deformi hanno un’estetica grottesca e un po’ zombie e non sono altro che la sua comunità.
Poi, sono stato sempre un grande appassionato di David Cronenberg, sono cresciuto con il body horror e ho un’inclinazione su registi e autori come Lars Von Trier e Mario Bava. Nella scelta delle luci ho voluto creare un’ambientazione caravaggesca. Mi ha ispirato e colpito anche un complesso di sculture in terracotta che abbiamo qui a Bologna: “Il compianto su Cristo morto” di Alfonso Lombardi per le espressioni dei volti, la potenza dei materiali e il colore arancione, vibrante e vivo. A determinare il pantone del corto è la terracotta dei puppet anche perché il creatore è un modellatore che si riallaccia al demiurgo di Platone.
Volevamo rendere questi personaggi vivi oltre ogni logica, cosa non facile nell’animazione stop motion. Per fare un sorriso ci vogliono 6 o 7 foto diverse. Per esprimere le emozioni abbiamo realizzato diversi video con un archivio live action di recitazione del personaggio, un po’ come se il corto l’avessimo girato 3 – 4 volte in live action. Tra l’altro sul set Arianna aveva anche uno specchio che chiamavamo “Demonetor mirror”: osservava tutte le sue micro deformazioni della faccia per andare a replicarle in scena».
In questo corto sei diventato un pupazzo vivente. Com’è stata questa esperienza?
«Terribile! Non la auguro neanche al mio peggior nemico (ride). L’idea di realizzare attraverso stop motion un’interazione diretta tra essere umano e puppet era eccitante, l’occasione perfetta. Si rompe la barriera e l’essere umano può interagire con i pupazzi.
All’inizio, non avevamo calcolato le difficoltà perché bisogna rimanere fermi tanto tempo; con le mie mani e braccia sono rimasto fermo mezza giornata e a una certa psicologicamente crolli perché sei vivo e vigile e ti rendi conto di quanto è lungo il processo. Quando cedevo e dovevo rimettermi a posto c’era una sensazione di panico per non buttare via tutto il lavoro fatto in una giornata».
Il corto quali temi vuole attenzionare?
«Do la mia chiave di lettura; ci sono diversi temi e a volte dipende dai propri vissuti; parla di una realtà universale. È in qualche modo la messinscena di uno stato d’animo che può prendere diverse facciate. A me piace pensarlo come la caduta dell’ego.
Il creatore esterno che ti fa crescere con un senso di superiorità e allo stesso modo in cui ha fatto questo può anche non definirti all’altezza di ciò che pensava di te e questa cosa ti fa stare male. Alla fine di tutto, l’unico modo per consolarti da questa breve esperienza di vita è stare in mezzo agli altri. Il vero modo di essere te stesso è stare in mezzo a chi queste esperienze le ha vissute e si ritrova al tuo stesso livello e quindi si crea una sorta di comunità».
Nel corto lo scultore ha un libro in cui segna tutti i suoi tentativi scultorei con un uroboro in copertina, simbolo ciclico. Oggi secondo te qual è l’uroboro della nostra società?
«All’inizio, pensavo fosse cringe da mettere; nel senso di dover dare un palese messaggio simbolico. Ma è un po’ simbolo che va a riassumere il corto. Playing God è quasi una condizione perpetua per certi aspetti. Non c’è vittima o carnefice, ma è una sorta di dinamica che continua a mangiarsi la coda.
Nella società contemporanea si può riscontrare in tantissime cose: il ciclo del nostro pianeta, le ere geologiche che sono state e saranno, l’esistenza dell’universo stesso potrebbe essere un uroboro. Allo stesso modo, si può riscontrare in atteggiamenti esterni o conflitti interiori».
Nel corto si percepisce anche un forte senso di abbandono della creatura da parte del suo “Dio”, perché visto imperfetto. Quanto la ricerca ossessiva della perfezione inficia la vita?
«Secondo me completamente. La perfezione è impossibile, però di fatto abbiamo degli esempi anche basati su scoperte scientifiche che può essere possibile. E quindi ci chiediamo esiste o non esiste? Può essere soggettiva questa cosa? Credo ci sia una bellezza che si può chiamare perfezione all’interno di meccanismi che possono presentare il concetto di perfezione, ma di sicuro non è quello a cui noi esseri umani possiamo ambire.
Seppur dedichi la tua vita a migliorare, voler diventare qualcosa, andrai per forza di cose di fronte ad aspetti di declino e cali drastici di performance. La tua natura rema contro alla perfezione, essa ti può alienare dalla realtà e ti può far sentire più solo».
Tu invece hai cercato la perfezione per questo corto e pensi di averla trovata?
«No, però sono abbastanza orgoglioso per mio gusto personale del lavoro fatto a studio Croma con il mio team. Siamo un alveare e quello che mi viene da dire è che sono abbastanza contento di come sia stato usato il medium dell’animazione stop motion e quello del cortometraggio».
Alla fine abbiamo la scelta della creatura di liberarsi da una condizione non voluta, un atto di coraggio e così facendo va a trovare la comunità con lo stesso destino. Secondo te quanto coraggio ci vuole per puntare alla propria unicità senza estraniarsi troppo dal resto?
«Qui si entra quasi nel concetto di lottare per essere se stessi, tema del prossimo corto che sto scrivendo. La statuina prova a staccarsi così come tutti gli altri prima di lui, ma sembra quasi che la sua sia una condizione in cui non c’è possibilità di una vita al di fuori di quella base.
Se non si fosse schiantato, non sappiamo se si sarebbe sciolto magari in un altro modo toccando il suolo. A me piace pensare che quella base è una magia temporanea, che nel momento in cui non ci sei più prendi le sembianze sciolte, perché è la tua sacca di ossigeno e al momento ti fa brillare.
Già di per sé, il gesto della scultura è un atto di coraggio. Potremmo dire perché non è rimasto lì? Non sarà perfetto agli occhi dello scultore, ma poteva rimanere lì un paio d’ore o un giorno. Forse l’ha fatto per disperazione, per qualcosa di impulsivo o perché il rumore di tutti gli altri è così assordante da coprire il suo lamento e questa cosa non la può accettare. C’è il coraggio e altre emozioni e il tentativo di trovare una tua indipendenza, trovandoti però come gli altri che alla fine è un paradosso».
Cosa prevede il “ciclo” di distribuzione di Playing God?
«Attualmente sta girando per i festival con la distribuzione nazionale. Stiamo cercando piattaforme sul territorio italiano e stiamo provando a venderlo, ma al momento abbiamo trovato porte chiuse.
Ci stiamo provando, speriamo che possa essere reputato non uno strambo corto d’autore, ma qualcosa degno d’essere visto su specifiche piattaforme. Se non succedesse, finirà il suo percorso distributivo e poi sarà disponibile su YouTube fra anni».
