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Planet Funk: 25 anni di sound “ibrido” nato per magia
I Planet Funk si raccontano: «Quattro amici cresciuti in periferia, in situazioni tutt’altro che facili. La musica per noi non è stata un percorso, è stata una salvezza» in attesa di vederli nel tour estivo con tappe italiane.
Venere ruota lentamente al contrario, Urano su un fianco, Giove su se stesso e poi c’è un pianeta avvolto da una nube elettro psichedelica che pulsa e attira come un magnete fan cosmici, a tutti noto come Planet Funk.
Un mondo a parte governato da funk, elettronica, dance, pop e rock ideato nel 1999 dall’unione di due forme di vita: la vecchia formazione dei napoletani Souled Out con Alessandro Sommella, Domenico “GG” Canu e Sergio Della Monica e i liguri Kamasutra con Marco Baroni ed Alex Neri. L’anno 2000 è il loro millenium bug e con il singolo Chasing the sun mandano in tilt il Pianeta Terra, seguito da Inside all the people, Who said e Another sunrise…
L’Italia e l’Europa diventano mete da sorvolare con una musica unica, difficile da definire, che arde come una fiamma. Scelta come salvezza dalla periferia.
Oggi, la band con all’attivo 5 album è composta da Alex Neri e Marco Baroni, le voci di Dan Black e Alex Uhlmann; Domenico e Sergio scomparsi dalla dimensione corporea, ma non animica rispettivamente nel 2018 e 2025.
E dopo aver lasciato un segno nel panorama musicale in 25 anni di carriera sono tornati a gennaio con Blooom, album di omaggio e rinascita al cui interno si possono esplorare brani come Feel Everything e la cover di Nights in White Satin, una ballata d’amore, desiderio e solitudine.
In attesa del tour estivo a Napoli, Giulianova e Chioggia Alex Neri ha gravitato intorno al nostro asse e ci ha raccontato dell’essenza di questo gruppo dall’invincibile coerenza sonora.

Foto di Julian Kanz
Se tornaste indietro nel tempo quali consigli dareste a quei ragazzi di Napoli che “si sono inventati la loro formula e il loro suono”?
«A quei ragazzi non direi assolutamente nulla. La cosa stupenda sarebbe tornare indietro per rivivere tutto dall’inizio, ma soprattutto per avere la possibilità di riabbracciare i nostri fratelli che non ci sono più».
A proposito di suono, quante sperimentazioni ci sono volute per raggiungere la vostra identità? E che tipo di identità è?
«Il nostro suono è nato davvero per magia. Con tanta dedizione, certo, ma credo che tutto sia nato dalla voglia comune di fare qualcosa di diverso, una fiamma che si è accesa in tutti noi allo stesso momento».
Se doveste descrivere alle nuove generazioni chi sono i Planet Funk cosa direste?
«I Planet Funk sono quattro amici cresciuti in periferia, in situazioni tutt’altro che facili. La musica per noi non è stata un percorso, è stata una salvezza. Ci ha tirati fuori, ci ha dato un linguaggio, un motivo per stare insieme e per credere che qualcosa di grande fosse possibile. Ecco cosa siamo, quattro ragazzi che la musica l’hanno scelta perché non avevano altra scelta».

Foto di Julian Kanz
Il brano che non pensavate avesse successo e quello su cui puntavate di più e invece è stato “snobbato”?
«Più che un brano parlerei di un album. Personalmente ho sempre creduto molto in Static, lo sentivo come un disco davvero forte, nuovo, sperimentale, esattamente quello che siamo. Eppure è stato quasi ignorato, e ancora oggi non me lo spiego del tutto.
Quello invece che non avrei mai immaginato diventasse quello che è diventato è Another Sunrise. Il successo che ha avuto ci ha sorpreso, nel senso più bello del termine».
Proseguiamo il momento macchina del tempo: Se oggi doveste guardarvi indietro e descrivere l’evoluzione dei Planet Funk, qual è stato lo switch che vi ha reso tra i grandi della musica elettronica nazionale e internazionale?
«Credo che lo switch sia avvenuto nel tempo, grazie alla coerenza. Una cosa che forse oggi i giovani faticano a capire perché viviamo in un momento dove tutto corre veloce, dove tutto deve succedere subito.
Ma per costruire un buon edificio ci vogliono delle fondamenta solide. E le fondamenta richiedono tempo, dedizione e soprattutto serietà. Noi non abbiamo mai cercato la scorciatoia, e alla lunga è stata proprio quella la nostra forza».
Un aneddoto Planet Funk indelebile nella vostra storia musicale e umana?
«Per me nella nostra storia rimarrà per sempre quella di aver suonato insieme a Santana. Non ho altre parole per descriverlo, è semplicemente uno di quei momenti che ti porti dentro per tutta la vita. Una di quelle cose che da ragazzo cresciuto in periferia non avresti mai osato immaginare, e che invece è successa davvero».

Foto di Julian Kanz
In che modo Gigi e Sergio, dopo la loro scomparsa, continuano a sopravvivere nei vostri testi?
«Loro sopravvivono nella nostra musica. Nei nostri cuori e nei nostri ricordi. Ogni nota che scriviamo porta ancora qualcosa di loro, anche quando non ce ne accorgiamo. Non se ne sono mai andati davvero, sono ancora lì con noi ogni volta che saliamo su un palco o entriamo in studio».
Venite dal mondo dell’elettronica e dei club. Secondo voi com’è cambiata la musica e la sua fruizione nel tempo? Si è evoluta o per essere pessimisti e cinici è regredita?
«Onestamente non me la sento di giudicarlo, perché sarebbe un po’ presuntuoso come approccio. Ogni epoca ha la sua storia, i suoi linguaggi, le sue esigenze. La musica cambia perché cambiano le persone, cambiano i tempi. Non sta a noi dire se è meglio o peggio di prima, sarebbe come giudicare una generazione intera. E quello non lo faremo mai».
La collaborazione musicale di cui andate più fieri?
«Tutti quelli che hanno collaborato con noi sono stati incredibili, davvero. Da Giuliano Sangiorgi a Lorenzo Jova, da Raiss a Claudia Pandolfi, fino a Jim Kerr dei Simple Minds e i remix per i New Order. Ogni collaborazione ha lasciato qualcosa di speciale in noi.
Ma se devo dire quella che mi inorgoglisce di più a livello personale, è aver messo le mani su un’opera come Gli Uccelli di Franco Battiato. Quello per me è stato qualcosa di diverso, quasi un onore. Toccare il lavoro di un artista come lui non è una collaborazione, è un Privilegio».
Congedatevi da questa intervista con una parola scaramantica o in pieno stile Planet Funk per il tour.
«Daje cazzoooooo!»
