Operatrice italiana violentata da militari governativi in Sud Sudan porta in corte marziale i colpevoli

By 18 Maggio 2018Diritti umani

È il primo processo per violenza di genere  nel Paese africano

 

di Vito Nicola Lacerenza

 


Sola contro cinque soldati Sud Sudanesi, Claudia, nome di fantasia, ha cercato di impedire che cinque militari la violentassero. Ma non ce l’ha fatta. Trascinata sul bordo di una strada sabbiosa è stata stuprata sotto la luce del rovente sole Subsahariano insieme ad altre cinque donne del Sudan che erano con lei in un campo profughi nei pressi della capitale Juba. L’idea di essere denunciati per violenza sessuale e di essere accusati di “crimini di guerra”, non ha sfiorato i cinque uomini in divisa, perché, nella storia del Sud Sudan, nessun uomo dell’esercito è stato mai perseguito penalmente, almeno finché Claudia non è riuscita a portare i suoi cinque aguzzini in tribunale. Sebbene l’esito del processo sia tutt’altro che scontato, l’ aver fatto accusare i cinque soldati “di crimini di guerra” rappresenta un evento senza precedenti nel Paese africano, dove Claudia, partita dall’Italia, si era recata per aiutare la popolazione flagellata dalla guerra civile. Nel campo profughi dove Claudia operava, vicino  Juba, la capitale Sud Sudanese, hanno trovato riparo migliaia di donne con bambini di etnia Neur, le “vittime predilette” degli stupri perpetrati dall’esercito governativo sud sudanese (SPLA), composto prevalentemente da uomini della tribù avversaria dei Dinka.

«Questo è il risultato del tribalismo- ha spiegato una donna Neur- se così non fosse la lotta si svolgerebbe tra i soldati. Invece se la prendono con le donne. Violentano le donne perché il loro marito non è qui e combatte altrove», sotto il comando dell’ex presidente sud sudanese Riek Machar, un Neur, divenuto acerrimo nemico del leader in carica, di etnia Dinka, Salva Kiir Mayardit. La crisi politica dell’ establishment dello Stato africano, ha fatto sì che il popolo patisse atrocità di ogni tipo. Come quanto,nel 2015, nelle contee sud sudanesi di Leer, Mayendit e  Koch, durante un’offensiva delle truppe della SPLA, milletrecento donne sono state violentate, i loro bambini, circa 1600, sono stati rapiti e mille civili sono morti. Cifre di una tragedia che l’anno successivo avrebbe colpito l’intera popolazione di Bentiu, città al Nord del Sud Sudan, dove circa 110 mila persone hanno cercato rifugio in un campo profughi dell’ONU, in seguito ad un attacco dell’esercito governativo. In quella fuga disperata, moltissime donne sono state rapite e costrette a sposarsi con i soldati oppure ridotte in schiavitù; altre ancora sono state violentate. «Circa 10 soldati si sono avvicinati a me e uno di loro mi ha detto di scegliere con chi avrei voluto fare sesso- ha raccontato una delle donne violentate- poi ha aggiunto che, se non avessi scelto, mi avrebbero violentato tutti insieme».

 

 

 

 

 

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