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Oltre Hormuz: la dipendenza nascosta del sistema nucleare globale – Beyond Hormuz: the hidden dependence of the global nuclear system

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Tempo di lettura: 7 minuti
di emigrazione e di matrimoni

Oltre Hormuz: la dipendenza nascosta del sistema nucleare globale

di Marco Andreozzi

La tensione nello Stretto di Hormuz  —  causata dall’attacco USA-israeliano all’Iran  — ha catalizzato l’attenzione dei media e dei governi europei. Non sorprende: da quel passaggio strategico transita una quota rilevante di greggio, gas e altre materie prime — ed anche il 25% del commercio globale di fertilizzanti — e ogni interruzione si ripercuote immediatamente sui prezzi e sugli equilibri della sicurezza energetica globale. Tuttavia, questa focalizzazione quasi esclusiva rischia di lasciare in ombra una vulnerabilità strutturale meno visibile, ma non meno decisiva: la filiera globale dell’uranio. A differenza degli idrocarburi, l’uranio resta ai margini del dibattito pubblico, salvo per i pericoli di una guerra nucleare, forse perché associato a una produzione energetica percepita come stabile e meno soggetta alle turbolenze dei mercati. Eppure, proprio tale apparente stabilità cela una dipendenza significativa da attori geopolitici ben definiti. Tra questi, la Russia continua a occupare una posizione dominante, in particolare attraverso il colosso statale Rosatom, che esercita un ruolo centrale non solo nell’arricchimento dell’uranio, ma anche nella conversione e nella fornitura di combustibile nucleare. Con circa il 45% della capacità globale di arricchimento, Mosca dispone di un vantaggio strutturale fondato su grandi impianti integrati lungo l’intera catena del valore.

Per comprendere la portata del problema è necessario un breve richiamo tecnico. Nei reattori nucleari più diffusi, come quelli ad acqua leggera utilizzati in Europa, la concentrazione naturale dell’isotopo U-235 — pari a circa lo 0,7% — è insufficiente a sostenere una reazione stabile di fissione nucleare. Occorre dunque elevarla al 3–5% per uso civile, attraverso un processo di arricchimento con l’isotopo U-238, che è la forma più abbondante dell’elemento chimico uranio, in modo da avviare e mantenere la reazione a catena, migliorare il controllo della produzione energetica e aumentare l’efficienza del combustibile. La tecnologia oggi prevalente è quella delle centrifughe ad alta velocità, e la capacità industriale si misura in SWU annui (Separative Work Units). Accanto a Rosatom operano pochi altri attori di rilievo: il consorzio Urenco  —  partecipato da Germania, Paesi Bassi e Regno Unito — copre circa il 30% del mercato, mentre gruppi cinesi e francesi detengono quote inferiori ma significative. Nel complesso, il settore si presenta altamente concentrato, con margini limitati per una rapida diversificazione.

In questo contesto, diversi Stati membri dell’Unione Europea continuano a utilizzare combustibile prodotto o lavorato da aziende russe, dando luogo a una dipendenza meno appariscente rispetto a quella degli idrocarburi, ma potenzialmente altrettanto critica (inclusa un’Ungheria oggi più ‘magyara’). Ancora oggi, una quota intorno a un quarto del fabbisogno europeo di uranio arricchito resta legata alla Russia, mentre i ricavi derivanti da queste esportazioni — unitamente alla fornitura di reattori e componenti, che vale oltre 1 miliardo di dollari — consolidano l’influenza internazionale di Mosca nel settore nucleare. Secondo The Economist, nel 2023 la Russia ha incamerato circa 2,7 miliardi di $ dall’esportazione di uranio arricchito, principalmente verso gli USA. Valore che sembra essere sceso a circa 2 miliardi di dollari l’anno scorso. Secondo la ‘World Nuclear Association’, Rosatom ha in mano oltre il 60% del mercato mondiale dei reattori nucleari.

La crisi dello Stretto di Hormuz ha dunque il merito di ricordare la fragilità delle rotte energetiche tradizionali, ma dovrebbe al contempo indurre a uno sguardo più ampio. La sicurezza energetica contemporanea è un sistema complesso, intessuto di interdipendenze spesso opache. La filiera dell’uranio merita oltremodo attenzione. Riguarda la presenza russa in alcune nazioni africane ricche di risorse. Riguarda lo stesso regime teocratico iraniano, la democrazia ‘Evangelica bianca’ (e anti Cattolica?) americana, il governo sionista del ‘giudaico’ Israele, e la Cina del credo comunista: tutte nazioni dotate dell’arma atomica salvo la Persia. Riguardo le alternative energetiche possibili, frattanto, la Cina annuncia che il proprio reattore a fusione magnetica (tokamak) EAST avrebbe superato la densità di Greenwald, suggerendo nuovi margini operativi per la fusione nucleare e alimentando aspettative su reattori più efficienti. La densità di Greenwald corrisponde alla densità massima di elettroni nel plasma oltre la quale esso diventa instabile: è uno dei principali ‘tetti operativi’ per i reattori a fusione. Tuttavia, va spiegato che il limite di Greenwald non è una legge fondamentale, ma una regola empirica. Esso può essere esteso in presenza di controllo avanzato del plasma, geometrie particolari e dimensioni, nuovi regimi operativi. Restano quindi necessarie verifiche indipendenti su quanto è stato propagandato. Insomma, tutto questo argomento sul nucleare pare un po’ trascurato dall’informazione, sebbene — e non c’è dubbio — sia sicuramente un argomento-bomba.

 

di emigrazione e di matrimoni

Beyond Hormuz: the hidden dependence of the global nuclear system

by Marco Andreozzi

The tension in the Strait of Hormuz—caused by the US-Israeli attack on Iran—has captured the attention of European media and governments. This is not surprising: a significant portion of the world’s crude oil, gas, and other raw materials—and also 25% of the global fertilizer trade—passes through that strategic passage, and any disruption has immediate repercussions on prices and the balance of global energy security. However, this almost exclusive focus risks overshadowing a less visible, but no less crucial, structural vulnerability: the global uranium supply chain. Unlike hydrocarbons, uranium remains marginalized in public debate, except for the dangers of nuclear war, perhaps because it is associated with energy production perceived as stable and less susceptible to market turbulence. Yet, this very apparent stability conceals a significant dependence on well-defined geopolitical actors. Among these, Russia continues to occupy a dominant position, particularly through the state-owned Rosatom, which plays a central role not only in uranium enrichment but also in the conversion and supply of nuclear fuel. With approximately 45% of global enrichment capacity, Moscow enjoys a structural advantage based on large, integrated facilities along the entire value chain.

To understand the extent of the problem, a brief technical reminder is necessary. In the most widespread nuclear reactors, such as the light-water reactors used in Europe, the natural concentration of the U-235 isotope—approximately 0.7%—is insufficient to sustain a stable nuclear fission reaction. It must therefore be raised to 3–5% for civilian use, through an enrichment process with the isotope U-238, which is the most abundant form of the chemical element uranium, so as to initiate and sustains the chain reaction, improves control of energy production, and increases fuel efficiency. The prevailing technology today is high-speed centrifuges, and industrial capacity is measured in annual SWUs (Separative Work Units). Alongside Rosatom, few other significant players operate: the Urenco consortium—involving Germany, the Netherlands and the United Kingdom—covers approximately 30% of the market, while Chinese and French groups hold smaller but significant shares. Overall, the sector is highly concentrated, with limited scope for rapid diversification.

In this context, several European Union member states continue to use fuel produced or processed by Russian companies, resulting in a less visible but potentially equally critical dependence than that of hydrocarbons (including a Hungary that is today more ‘Magyar’). Even today, around a quarter of Europe’s enriched uranium needs remain tied to Russia, while the revenues from these exports—together with the supply of reactors and components, worth over $1 billion—consolidate Moscow’s international influence in the nuclear sector. According to The Economist, in 2023, Russia earned approximately $2.7 billion from enriched uranium exports, primarily to the US. This value appears to have fallen to around $2 billion last year. According to the World Nuclear Association, Rosatom controls over 60% of the global nuclear reactor market.

The Strait of Hormuz crisis thus has the merit of reminding us of the fragility of traditional energy routes, but it should also prompt a broader perspective. Contemporary energy security is a complex system, woven with often opaque interdependencies. The uranium supply chain deserves particular attention. It concerns the Russian presence in some resource-rich African nations. It concerns the Iranian theocratic regime itself, the ‘white Evangelical’ (and anti-Roman Catholic?) American democracy, the Zionist government of ‘Judaic’ Israel, and China of the communist credo: all nuclear-armed nations except Persia. Regarding possible energy alternatives, meanwhile, China announced that its EAST magnetic fusion reactor (tokamak) has exceeded the Greenwald density, suggesting new operating margins for nuclear fusion and fueling expectations for more efficient reactors. The Greenwald density corresponds to the maximum electron density in the plasma beyond which it becomes unstable: one of the main ‘operational ceilings’ for fusion reactors. However, it should be explained that the Greenwald limit is not a fundamental law, but a rule of thumb. It can be extended in the presence of advanced plasma control, particular geometries and sizes, new operating regimes. Independent verification of what has been touted is therefore necessary. In short, this entire nuclear issue seems somewhat neglected by the Italian media, even though—and there’s no doubt—it is certainly a ‘bombshell’.

 

Marco Andreozzi, è Dottore in Ingegneria Meccanica, Economia/Amministrazione (Politecnico di Torino). Tecnologo industriale e specialista del settore energetico, proviene da esperienze professionali in cinque multinazionali in Italia e paesi extra-europei, e come direttore generale da un quarto di secolo; nomade digitale dal 2004 al 2019, e’ sinologo, parla correntemente il mandarino e in Cina e’ stato docente a contratto.

Marco Andreozzi, is a Doctor in Mechanical Engineering, Economics/Administration (Polytechnic of Turin). Industrial technologist and specialist in the energy sector, he comes from professional practices in five corporates in Italy and non-European countries, and as managing director for a quarter of a century; digital nomad from 2004 to 2019, he is a sinologist, speaks fluent Mandarin and was a visiting professor in China.

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