Attualità
La Bibbia e il Giornale, il volume di Giuseppe Lorizio, per riflettere sul tempo infinito e profondo della Bibbia ai nostri giorni
Il libro sarà presentato on line il 17 aprile alle ore 17.00 in un evento, dal titolo La Bibbia e il giornale, le 5M per leggere i fatti come segni del tempo, è promosso da UCS (Unione Cattolica Stampa Italiana) Marche, Abruzzo, Emilia Romagna, Lazio, Toscana, Umbria.
di Antonio Martinelli Carraresi
Il volume La Bibbia e il Giornale, del teologo, saggista, scrittore, Giuseppe Lorizio, prof. emerito presso la Pontificia Università Lateranense, studioso del pensiero di Antonio Rosmini, attraverso una raccolta di articoli, sprona a riflettere sulla forza del messaggio teologico della Bibbia al tempo presente, invitando a rileggere i fatti quotidiani senza mai trascurare la profondità del passato. Il libro sarà presentato on line il 17 aprile alle ore 17.00 in un evento, dal titolo La Bibbia e il giornale, le 5M per leggere i fatti come segni del tempo, è promosso da UCSI (Unione Cattolica Stampa Italiana) Marche, Abruzzo, Emilia Romagna, Lazio, Toscana, Umbria. Ne parliamo con i curatori del volume edito da Marcianum Press, Marco Staffolani, teologo, docente all’Università Lateranense e Vicedirettore dell’Ufficio Comunicazioni Sociali del Vicariato di Roma e Sergio Gaburro, Docente Stabile della Facoltà del Triveneto nella sede di Verona.
Sergio Gaburro, il volume dibatte su come far dialogare costantemente la fede cristiana con la realtà storica, politica e sociale. Quali sono gli obiettivi e l’applicazione pratica per realizzarli?

Sergio Gaburro
L’obiettivo del contributo di Lorizio è di recuperare la dimensione di un “cristianesimo dialogale”, così come del resto emerge dall’orizzonte biblico. Il grande codice della Bibbia non corrisponde a un deposito di sapienza popolare o primitiva, ma ogni libro contenuto è un insieme di racconti di vita, ricchi ognuno di una propria storia, di fatti quotidiani ripresi dalle situazioni più diverse, paradossali, contraddittorie e agoniche. Esso riflette la prospettiva particolare dell’essere umano che si avverte cercato, accompagnato e guidato da una energia creativa che gli parla. Lo stesso vangelo non è una nozione, ma una notizia. Il Logos che l’uomo ascolta, raccoglie in sé le diverse storie, la cultura, la letteratura e la teologia, assicurando il destinatario di una fedeltà indistruttibile. Che cosa ascolta l’ebreo-cristiano? Ascolta “l’evento”. Egli si trova sulla soglia della vita tra dei fatti che attraversa e una parola di senso che gli manca. La parola che percepisce sotto il cielo, nella tenda, sul mare, nel conflitto, negli interrogativi notturni, nelle lodi mattutine, nella malattia, nella morte…, non svela denudando, ma manifesta proteggendo, bordeggiando continuamente quella soglia, di cui essa, in fondo, attesta. È la soglia di un indicibile che vuole essere detto, di un continuamente detto che non è dicibile. È questo allora il presente della soglia, una zona sfuggente, difficile da determinarsi, anche se capace di determinare. La soglia della vita traccia lo spazio dell’intimità: il dentro, a cui sta di fronte un fuori. Il racconto biblico, tuttavia, ci dice che se la soglia ci permette di stare, nello stesso tempo non è la “casa” e fa sorgere la domanda: chi siamo? Tale disagio lo sperimenta oggi l’individuo tardo-moderno della società, caratterizzata dalla prestazione, dalla competizione e dalla stanchezza. Il Grande Codice ci ricorda che il “luogo” che abitiamo e che non ci appartiene è quieto e inquietante: è nostro senza mai appartenerci. Il credente e il teologo ponendosi il compito assoluto di parlare di Dio, anzi di lasciar parlare solo Dio, finisce per incontrare l’esistenza nel tempo, proprio perché non può sfuggire l’uomo, come incompreso nel suo mistero. Il finito descritto nel giornale sfugge a ogni controllo, non apre all’infinito, eppure tale finito è necessario come nel ritmo contrastante della respirazione. Ogni volta che con pazienza cerchiamo di restituire al finito la sua dignità, incontriamo di nuovo quell’origine previa e attestiamo che non è del tutto scomparsa: per ritrovarla occorre tornare a sostare presso il finito. Karl Barth sembra porsi l’interrogativo: come incrociare l’eterno, per l’uomo, senza gli attimi dell’esistenza, senza attraversare la paradossalità della storia? Il presente che viviamo può essere paragonato a una sottile, fragile, quasi invisibile “crepa di ghiaccio”, “zona desertica”, cifra della “distanza tra Dio e l’uomo”, che tuttavia domanda di essere attraversata fra i sentieri maldestri, inediti e fecondi del quotidiano.
Una delle sfide che il libro ci propone è quella di non confinare la fede in un recinto religioso, ma di portarla nel mondo reale, proprio come indica il Vangelo. Qual è il percorso suggerito?

Giuseppe Lorizio – foto dell’autore
Gaburro: Far uscire la fede dal recinto religioso sembra dire che sia fuori dal mondo reale. E per tanto tempo è stato proprio così. Una certa formazione e mentalità clericali non sono riuscite a saldare l’esperienza umana con quella sacrale. Quasi fossero due rotaie l’una accanto all’altra senza incontrarsi. Si trattava di una formazione cristiana incentrata sull’esercizio ascetico e moralistico e sulle pratiche di pietà, senza un solido supporto filosofico e teologico. La filosofia e la teologia, infatti, venivano insegnate e imparate in modo apologetico e formalistico senza toccare il vissuto.
Il rapporto tra Bibbia e giornale, indicato da Barth, non fa che recuperare e valorizzare lo stile del nazareno Gesù. I vangeli lo descrivono come un osservatore attento e profondo della realtà concreta, non astratta, che prende sul serio gli avvenimenti storici, le persone e le loro sofferenze. Il suo è uno sguardo interessato ai dettagli della vita, osserva i gigli e il seminatore, il pianto per Lazzaro, ascolta il grido di chi è ferito, riconosce chi è etichettato come sbagliato, sfida i pregiudizi sociali e religiosi precostituiti, trasforma le fragilità in opportunità, si incarna nella storia, dando valore al “qui e ora”… Il percorso per rimanere nella storia è di frequentarla nella sua limitatezza, soprattutto di raccontarla inseguendola nelle sue pieghe, senza innamorarsi delle nostre stesse parole, consapevoli che il finito nella sua precarietà rimane sfuggente da ogni parte.
La storia che ci ospita, l’esistenza che abitiamo, le vicende che traghettiamo, sono attraversate dall’infinito come una ferita, come un’interruzione, come un corpo a corpo con il finito. A noi rimane il dramma dell’interpretazione dei fatti, il seguirne le tracce, consapevoli che mentre ci si avvicina ad essi ne siamo sempre come rimbalzati, eppure incuriositi da un distacco, da una distanza, da un’assenza. Il nostro linguaggio è sempre assolutamente sproporzionato rispetto ai fatti, eppure è attraverso il linguaggio storico che Dio si è rivelato in un’impossibile mediazione. Questo Dio che afferma la sua trascendenza è nello stesso tempo il più incarnato che si sia incontrato nella storia dell’umanità. L’incontro con l’infinito, con Dio, è anzitutto l’incontro con uno Sconosciuto che sbarra la strada, con un “no” che interrompe il dilatarsi indefinito dell’esistenza, con un ostacolo che è corretto contrastare, ma che non si riesce mai a dominare.
Il Dio biblico non è il prolungamento dell’esistenza, ma la sua interruzione, che consente agli eventi finiti, descritti anche dai giornali, di essere riconosciuti nel loro precario, ma non inutile equilibrio. Il fluire del tempo, nel quale è collocato il giornale, è già da sempre vinto contro chi pretendesse di opporvisi. I frammenti, tuttavia, che si raccolgono dai giornali tengono viva la ricerca, ben coscienti che raccogliere le molteplici singole opinioni non significa l’acquisizione di un orizzonte di senso, poiché neanche la verità certifica di sé, ma qualcuno la attesta. È solo nell’assunzione piena della temporalità che il nesso tra verità e ricerca può trovare feconda articolazione.
Il tempo opportuno (kairòs) non può essere prodotto in termini artificiali, ma in una posizione di attesa e di ascolto, facendo del presente una soglia e non un punto, un orizzonte e non un istante, un senso e non un significato. Si tratta di dare tempo al tempo garantendo un’attenzione appassionata per il finito, di cui i giornali sono un segno storico e quotidiano che fanno eco alla realtà tutta sempre da interpretare. Parafrasando il linguaggio del profeta Elia (1Re 19,11-12), la presenza del Signore ha più a che fare con la fragile finitezza di un vento leggero che sfoglia anche le pagine del giornale, che con l’impeto gagliardo di un vento impetuoso. Il dramma del Grande Codice non è il “Deus absconditus”, ma l’“homo absconditus”, colui che nasconde a sé la sua essenza.
Marco Staffolani, La Bibbia e il giornale nasce da una scelta misurata e sapiente: una raccolta degli articoli del Professor Lorizio che intendono far dialogare la fede con un presente ricco di contraddizioni e pericoli. Ce ne può parlare?

Marco Staffolani – foto del curatore
Viviamo in un’epoca profondamente frammentata, dove la complessità degli scenari nazionali e globali è tale che, paradossalmente, l’eccesso di informazioni rende ancora più difficile rintracciare una chiave di lettura unitaria.
In questo contesto, la fede corre un rischio speculare: quello di rimanere “confinata” nel perimetro delle celebrazioni liturgiche o entro l’orizzonte di ristretti “recinti parrocchiali”. Attraverso l’analisi di passaggi cruciali della cronaca italiana ed europea, il libro accetta la sfida di condurre l’esperienza credente oltre questi confini; l’obiettivo è restituirle la capacità di interpellare il presente, di modo che funga da bussola per orientarsi.
In questo contesto, la fede corre un rischio speculare: quello di rimanere confinata nel “perimetro” delle celebrazioni liturgiche o entro l’orizzonte di ristretti “recinti parrocchiali”. Il libro sfida questo isolamento proponendo una serie di articoli paradigmatici, selezionati tra quelli più significativi degli ultimi anni, che analizzano passaggi cruciali della cronaca italiana ed europea.
In queste pagine, l’autore mette in atto un vero e proprio esercizio di ragione illuminato dalla fede biblica, capace di condurre l’esperienza credente oltre i propri confini abituali. L’obiettivo è restituire alla fede la forza di interpellare il presente, offrendo una bussola per orientarsi nel nostro tempo complesso, tanto ricco di possibilità quanto denso di incertezze.
Il web, la rete, l’Intelligenza Artificiale, la velocità e la superficialità della comunicazione: qual è il pensiero del volume per affrontare queste tendenze?

Se la chiave di volta risiede nel rintracciare il nesso profondo tra Scrittura e cronaca, la sua attuazione esige dal lettore il recupero di un tempo lento. La riflessione, infatti, non coincide con la mera acquisizione di informazioni: pur presupponendole, essa richiede una fase successiva di sedimentazione, necessaria affinché il dato si integri con l’orizzonte valoriale e le scelte della persona.
In questo scenario, i media e i loro più recenti sviluppi nell’ambito dell’Intelligenza Artificiale rischiano di divenire fuorvianti qualora fossero intesi come surrogati del pensiero o scorciatoie meditative. La riflessione non è un processo delegabile a un algoritmo; pertanto, la fatica del pensare si conferma una sfida quanto mai attuale, rivendicando la sua natura di atto personale, senziente e insostituibile.
Tra i contributi messi a disposizione del lettore, la sezione che meglio incarna questa analisi è l’appendice dedicata all’Istruzione e all’Università. In queste pagine, sia l’Autore che il sottoscritto analizzano la natura stessa dell’accademia — intesa come luogo di sapere universale — esplorandone le declinazioni contemporanee tra didattica in presenza, a distanza o mista. Il testo si sofferma con particolare densità sul rischio dell’«esilio dei maestri e dei discepoli»: un monito contro la depersonalizzazione dei processi educativi, che invita a riscoprire il valore dell’incontro e della testimonianza nel cammino della conoscenza.
In tale prospettiva, i mezzi tecnologici restano un prezioso ausilio, a patto che vengano declinati come strumenti al servizio dell’uomo e mai come sostituti del processo umano di pensiero e comprensione.
Grazie per le vostre risposte!
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