Italiani nel Mondo
Marcella Bencivenni, un’eccellenza italiana alla Hostos Community College di New York
Chi l’avrebbe detto che una giovane ragazza calabrese venticinquenne, in procinto della tesi di laurea in Lingue e Letterature straniere, partita con una borsa di studio dall’Unical, sarebbe diventata una professoressa di Storia americana alla City University of New York?
di Angela Celesti
Marcella Bencivenni, nativa di Catanzaro, inizia la sua formazione sulla storia e la cultura degli Stati Uniti a venticinque anni, seguendo un iter ora comune a molti studenti italiani che, attraverso il programma Erasmus, varcano il confine del proprio paese per arricchire il proprio percorso di studi. Così la giovane Marcella Bencivenni orientata inizialmente sulla letteratura tedesca, per una serie di circostanze, accetta la proposta di un suo professore di storia americana che la spinge a perfezionare la tesi negli Stati Uniti, una sliding door che, grazie a una borsa di studio, la fa approdare alla New York University per un master. La storia e la cultura americana diventano così gli argomenti elettivi di ricerca che le apriranno le porte di un dottorato alla City University of New York dove viene assunta. Da allora inizia la sua carriera – era il 2004 – con il ruolo di professore di Storia americana alla Hostos Community College, nel South Bronx. “Un impatto travolgente”, è definito dalla Bencivenni il suo approccio a una metropoli così cosmopolita come New York, “una città che mi è entrata nell’anima, che amo profondamente anche se, come tutti i luoghi non è perfetta, ha le sue contraddizioni, ma forse proprio per questo mi ha conquistato”. New York con la sua energia e multiculturalità, splendida dal punto di vista urbanistico, con i suoi parchi e viali alberati la spinge a lunghe passeggiate in quei luoghi della città che non si trovano negli itinerari turistici – Fifty Evenue, Times Square o Brooklyn Bridge – ma rimangono al riparo della massa di turisti e per questo amati dai newyorkesi, quartieri – con alle spalle gli immensi grattacieli – che si aprono a strade e angoli che per un attimo fanno dimenticare “la grande mela”.

Ritornando alla realtà della Hostos Community College, priva del blasone riferito alle università come Yale o Harvard – essendo uno dei 25 college di Università pubblica e per giunta nel cuore del Bronx, – come reputa il suo ruolo all’ interno di essa e soprattutto com’è il suo rapporto con gli studenti, la maggior parte di colore e latino – americani, tanto è vero che è una università bilingue?
“Mi reputo una persona molto fortunata, questi ragazzi sono straordinari e questo lavoro mi gratifica dal punto di vista umano (con punte di 8000 studenti), molti di loro sono figli di immigrati o ragazzi che sono approdati da poco negli Stati Uniti; credo che sia stato e continui a essere importante per loro avere degli insegnanti in cui si possono riflettere o ritrovare. Questi ragazzi vedono in me un punto di riferimento, d’ispirazione, un modello e… (con ironia) una professoressa di Storia americana con l’accento italiano. Il confronto con gli studenti è una parte fondamentale del mio lavoro, l’insegnante deve rapportarsi con loro e non il contrario, un’esperienza in continua trasformazione. Una grande soddisfazione è sapere di trasmettere lezioni di storia americana a studenti che come me provengono da altri paesi, far comprendere il ruolo del razzismo nella storia americana e quei pregiudizi che spesso toccano anche loro”.

Queste affermazioni ci svelano immediatamente la personalità di Marcella Bencivenni, una studiosa appassionata che fa del proprio lavoro una missione. “Lavoro in una piccola università pubblica nella più grande metropoli del mondo, e qui mi piace insegnare. Gli studenti provengono da situazioni economiche con una serie di svantaggi, aiutarli mi rende felice!”
Il ruolo intellettuale di Marcella Bencivenni è consolidato da un suo scritto sull’immigrazione italiana negli Stati Uniti: Italian immigrant radical culture. The idealism of the “sovversivi” in the United States 1890-1940.

Concentrandosi sul contributo dei cosiddetti “sovversivi”, Marcella Bencivenni mette in evidenza questo gruppo di protesta, spesso ignorato dalla storiografia tradizionale, che ha giocato un ruolo fondamentale per i diritti dei lavoratori e per il progresso sociale. Il contesto storico e l’arrivo degli immigrati italiani negli anni 1890-1940 non fu certo roseo per milioni di uomini e donne – provenienti perlopiù dal meridione – che oltre alle valigie di cartone portavano con loro svariati dialetti (siciliano, calabrese, napoletano, pugliese…) in cerca di migliori opportunità economiche. Insieme a loro una minoranza con idee politiche radicali, ereditate dalle lotte risorgimentali, dai movimenti socialisti e anarchici che si stavano diffondendo in Europa: i “sovversivi” che si opponevano all’ordine costituito in un’America che da molti decenni cercava di dare forma a una società multietnica e progressista, ricca e “democratica” che strideva in molti casi con le condizioni di migliaia di immigrati a cui erano destinati lavori faticosi, umili e poco rimunerativa. “Gli italiani – afferma la Bencivenni – hanno costruito le infrastrutture di New York, la metropolitana, le strade, i tunnel, i palazzi”. La repressione innescata da chi cercava di mettere ordine in quegli anni, ricadeva inevitabilmente anche su uomini innocenti; emblematica la storia di Nicola Vanzetti e Bartolomeo Sacco, una vicenda che è arrivata a noi anche attraverso il film Sacco e Vanzetti (1971) del regista Giuliano Montaldo con Gian Maria Volonté e Riccardo Cucciolla nei panni dei protagonisti. La storia dei due anarchici emigrati negli Stati Uniti ancora scuote le nostre anime a distanza di quasi cento anni: furono “giustiziati” sulla sedia elettrica, il 23 agosto del 1927, nel penitenziario di Charlestown, non lontano da Boston, una sorta di feroce “rappresaglia”, alla luce della storia. Marcella Bencivenni, nel suo libro, descrive questi “sovversivi” italiani, protagonisti di un episodio spesso dimenticato, sottolineando la loro passione per la giustizia e il cambiamento sociale. Attraverso il loro idealismo hanno dimostrato che anche una minoranza perseguitata può contribuire in modo significativo alla trasformazione di una società come quella americana che, seppur imperfetta, porta avanti “l’idea” della democrazia.
