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Le regole del gioco, alla vigilia del risultato elettorale in Usa le anomalie del candidato Trump

redazione

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Gianni Pezzano, storico italo asustraliano: ricordiamoci che le regole importanti non sono sempre quelle scritte, ma quelle del codice di comportamento che non possono essere scritte perché non esistono parole per regolare il comportamento civile che è la vera base della Democrazia, in qualsiasi forma.

 

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Nel film “I due nemici” Alberto Sordi interpreta il Capitano Blasi che comanda una compagnia di soldati italiani in combattimento contro una compagnia inglese comandata dal Maggiore Richardson, interpretato  asua volta da un altro grande attore e personaggio, David Niven. Alla fine di una serie di scaramucce i due comandanti non sanno più se si trovano in territorio italiano, o britannico e quindi chi è prigioniero di chi. Nel corso delle trattative di resa il capitano italiano chiede al comandante inglese “l’onore delle armi”, il riconoscimento del comportamento coraggioso e leale delle truppe sconfitte da parte dei soldati vittoriosi, una trattativa che forma la trama centrale del film.

L’onore delle armi fa parte del codice di comportamento di soldati che non si trova nei regolamenti militari ufficiali. Malgrado questo, l’atto è stato concesso in molti casi meritevoli, come fecero gli inglesi alla Folgore alla fine della Battaglia di El Alamein. Questo codice ufficioso, ma non per questo meno oneroso per i soldati, è importante perché in effetti è il primo passo verso la pacificazione dei rapporti tra ex combattenti dopo guerre senza il quale una pace durevole non sarebbe possibile. La Storia è piena di esempi di ex combattenti che sono poi diventati amici stretti, oppure di altri che hanno compiuto atti di beneficenza nei paesi dei loro ex nemici.

Allo stesso modo nel rugby esiste il cosiddetto “terzo tempo” che svolge un ruolo molto simile perché permette ai giocatori di interagire amichevolmente dopo una gara durissima e di poter ritrovare quel senso sportivo che spesso si perde sul campo. Queste interazioni tra ex protagonisti non sono dovute, o imposte dalle autorità. Sono il segno concreto del riconoscimento che in fondo tutti i partecipanti di lotte aspre hanno più comportamenti in comune che differenze ideologiche, sportive o anche politiche.

Questo è il metro per giudicare gli sviluppi nella campagna presidenziale americana che si concluderà l’8 novembre prossimo. Nel corso degli anni i potenziali candidati e di conseguenza il pubblico americano ha preteso dai partecipanti un certo comportamento consone con il loro potenziale ruolo di Presidente del paese. Purtroppo, come abbiamo visto durante le ultime settimane uno dei candidati, il repubblicano Donald Trump, ha deciso di non seguire queste regole tacite.

Cominciamo con il primo rifiuto del candidato, quello di non rendere pubbliche le sue dichiarazioni dei redditi. Benché non fosse obbligatoria la pubblicazione delle dichiarazioni questa prassi dimostra la disponibilità del candidato ad esporsi ad un pubblico esame. Inoltre le dichiarazioni dimostrano con cifre fredde e impersonali le verità e le falsità delle dichiarazioni personali del candidato. Era da oltre quarant’anni che un candidato rifiutava di rendere la sua dichiarazione pubblicamente e il rifiuto di Trump ha messo in dubbio le sue credenziali di abile uomo d’affari. Peggio ancora, la sua ammissione durante i dibattiti con Hillary Clinton di non aver pagato le tasse federali per decenni e che questo sia prova della sua intelligenza hanno creato scompiglio persino tra esponenti del proprio partito. Infatti il suo vice presidente in pectore Michael Pence ha reso le proprie dichiarazioni pubbliche consigliando a Trump di fare altrettanto. A questo punto della campagna presidenziale nessuno si aspetta più che il candidato repubblicano per la Casa Bianca farà questo passo.

Però, c’è un’altra regola non scritta delle campagne presidenziali che Trump rifiuta di riconoscere, almeno fino ad ora, quella del candidato sconfitto di concedere pubblicamente la sconfitta quando il risultato è chiaro a tutti, prima della dichiarazione formale del nuovo Presidente. Peggio ancora, lui rincara la dose puntando il dito contro fantomatiche congiure e frodi elettorali senza prove e prima del voto. Il candidato repubblicano fa questo malgrado il fatto che la tradizione non è un semplice atto di sportività come l’esempio del rugby, ma un atto che segna la chiusura delle ostilità politiche eperciò è molto più vicino all’esempio dell’onore delle armi.

Per capire queste differenze bisogna tenere in mente alcuni fatti della vita politica americana. Gli Stati Uniti d’America sono un paese con un passato politico violento, non soltanto nella corsa per la Casa Bianca, ma anche perché sente ancora il peso di una Guerra di Secessione di  un secolo e mezzo fa e che non ha mai risolto del tutto i paradossi che l’hanno causata. Il richiamo dei diritti dei singoli Stati negli Stati Uniti, il motivo ufficiale della secessione degli Stati del sud, sono ancora molto sentiti da loro e per questo motivo non esiste nel paese una legge elettorale federale e quindi ogni Stato gestisce l’elezione presidenziale in base a leggi locali. Naturalmente queste differenze rendono la contesa presidenziale ancora più aspra.

In alcuni stati, particolarmente tra quelli che avevano scatenato la guerra fratricida, si combatte ancora la lotta per il diritto al voto della minoranze come gli Afro-Americani e quelli di origini latine e sono questi stati al centro delle accuse di Trump. Esistono tuttora leggi che cercano di limitare accesso alle urne delle minoranze con pretesti di prove di anaalfabetismo e fedine penali assolutamente pulite, finte realtà che incutono timore in potenziali elettori. Queste leggi sono regolarmente contestate alla Corte Suprema e annullate come incostituzionali. Poi, altrettanto regolarmente, le autorità statali inventano altre regole per ridurre la presenza elettorale delle minoranze.

Inoltre, l’ascesa di gruppi estremisti di una certa forma di cristianesimo al suo interno ha messo in crisi il Partito Repubblicano che ora si trova in mezzo a una crisi d’identità tale che alcuni suoi esponenti legati alle chiese evangeliche hanno continuato il loro appoggio a Trump malgrado il suo comportamento personale non sia in linea con il Vangelo che tanto utilizzano nelle loro battaglie politiche.

Il ruolo attivo di queste chiese non dovrebbe sorprendere il lettore. Il paese fu fondato da una classe politica formata da discendenti di sette protestanti fuggite dall’Europa da persecuzioni religiose, sia dai cattolici che da altri gruppi protestanti. Per questo motivo esiste negli Stati Uniti un fortissimo senso dell’etica del lavoro protestante che spiega perché molti politici americani sono ricchi con passati imprenditoriali. Questo legame con l’etica protestante spiega la nascita nel Partito Repubblicano del cosiddetto “Tea Party” otto anni fa che combatteva la tassazione federale in favore di tasse statali più basse. La presenza di questo gruppo ora è riconosciuta come l’inizio delle divisioni all’interno del Partito che ha portato alla candidatura di Trump. Queste pressioni religiose sono alla base dei timori di molti nel partito con il concreto rischio di abbandono a Trump in questa ultima fase della corsa presidenziale.

Il prossimo 8 novembre si terranno anche le elezioni per il Senato e il Congresso, ora controllati dai Repubblicani che rischiano di perdere questo controllo a causa dei sondaggi orrendi di Trump. In modo particolare i repubblicani temono la perdita del Senato perché è il ramo del Parlamento che approva le nomine del Presidente alla Corte Suprema. Negli ultimi anni il Senato si è opposto a ogni tentativo di approvare nomine “liberali” per il timore che la Corte approvi leggi pro aborto, contro il diritto alle armi e pro parità di diritti per gli omosessuali, tutti temi cari all’ala evangelica del partito. Con una vittoria della Democratica Clinton, legata alla vittoria del suo partito al Senato, i repubblicani vedono la possibilità di una Corte Suprema ostile alle loro posizioni ultraconservatrici. Queste lotte religiose sono la base delle contestazioni per ora verbalmente violente nei comizi pro Trump.

Ed è proprio per evitare conseguenze violente ai risultati elettorali che le regole del gioco politico americano impongono la concessione di sconfitta da parte del candidato perdente. Viene considerata da quasi tutti come il primo passo verso il trasferimento pacifico di potere al nuovo presidente, chiunque sia. Infatti, malgrado i difetti e i punti deboli del sistema politico americano, è normale per il Presidente scegliere come Segretari, il loro nomi per i nostri ministri, esponenti dell’altro partito con credenziali ed esperienze importanti nei loro campi. In questo modo il neo presidente dimostra che è al servizio di tutto il paese e non solo per il proprio partito.

Il senso di questa etica di trasferimento di potere si trova in un detto americano che dice “There is only one thing worse then a bad loser and that’s a bad winner”, cioè c’è soltanto una cosa peggiore di chi non sa perdere ed è chi non sa vincere. La concessione dello sconfitto vuol dire due cose. Prima di tutto lui dice ai suoi elettori di accettare il risultato del voto e di riconoscere la legittimità dell’elezione del neo Presidente. In secondo luogo evita la possibilità che un Presidente imprudente utilizzi l’occasione per denigrare lo sconfitto aizzando  una parte della popolazione contro di lui. In un paese che ha visto quattro presidenti assassinati, Abraham Lincoln, James A. Garfield, William McKinley e John F. Kennedy, le conseguenze di un comportamento del genere potrebbero essere davvero tragiche.

Ora tutto il mondo guarda la campagna presidenziale americana con un occhio più acuto e preoccupato del solito. Da quasi un secolo il Presidente americano è considerato il capo del “mondo libero” e dunque detiene il ruolo chiave nella politica internazionale. Quest’anno la presenza di un candidato a dir poco non convenzionale e senza esperienza diretta della “camera dei bottoni” come gli americani chiamano la politica rischia di destabilizzare ancora di più la situazione mondiale. In ogni caso, il comportamento di ciascun candidato, sia da vincitore che da sconfitto, determinerà il tipo di presidenza che vedremo nei prossimi quattro anni.

Teniamo questi fatti in mente mentre guardiamo lo svolgimento delle ultime due settimane della campagna presidenziale americana. Ma soprattutto, ricordiamoci che le regole importanti non sono sempre quelle scritte, ma quelle del codice di comportamento che non possono essere messe su carte perché non esistono parole per regolare il comportamento civile che è la vera base della Democrazia, in qualsiasi forma.

 

 

 

 

 

 

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