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La lingua italiana vivente rischia l’estinzione nel mondo senza adeguati ‘coltivatori’

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‘Agli Stati Generali della Lingua Italiana tanta teoria – spiega Gianni Pezzano storico italo australiano – ma la pratica è fatta di buoni ‘coltivatori’ delle basi culturali del Bel Paese. Tra questi capofila è di sicuro la Rai con una programmazione adeguata per l’estero. Ma anche un corpo docenti preparato.

Di Gianni Pezzano

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Mentre leggevo il libretto degli Stati Generali della lingua italiana tenutisi a Firenze lunedì e martedì scorso e sottolineavo quei pezzi che volevo utilizzare in questo articolo mi sono venuti in mente i ricordi di anni fa e mi sono reso conto che quel che mi ha colpito di più delle giornate fiorentine non si trova nel rapporto delle ricerche e le proposte. Quel che mancava era il fattore umano di chi inizia a studiare una lingua e le emozioni legate a questa decisione. Sono sentimenti che mancano a molti di noi perché con il passare degli anni scordiamo le nostre esperienze con lingue nuove. Mi è venuto in mente il primo viaggio in Italia con la famiglia molti anni fa e le scoperte fatte in quei tre mesi indimenticabili, non solo delle bellezze che abbiamo scoperto nel Bel Paese, ma soprattutto di quel che ho scoperto di me stesso e queste scoperte sono legate alla lingua che pensavo di conoscere.

Sono arrivato in Italia pensando di parlare bene le lingua dei miei genitori. Da primogenito parlavo l’italiano in casa e non il dialetto perché papà era calabrese e mamma del Lazio, allora era naturale pensare che mi sarei trovavo a mio agio e invece mi sbagliavo. Già nei primi giorni quando ho visto mio zio fare colazione e mi ha chiesto se volevo favorire, una frase che non conoscevo, ho cominciato a capire le mie capacità linguistiche non erano ai livelli che pensavo. In quei mesi durante i nostri scambi sentivo una specie di barriera tra me e i miei cugini, in parte per il linguaggio diverso da quel che conoscevo e pieno di frasi nuove, come anche i loro riferimenti che mi erano sconosciuti e che non erano altro che il risultato di crescere in un sistema scolastico e sociale diverso da quelli australiano.

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L’altra scoperta era nelle canzoni e i film fino ad allora sconosciuti da noi oriundi cresciuti in Australia. Una mattina ho ascoltato un brano alla radio, “Il viaggio di un poeta” dei Dik Dik, poi qualche giorno dopo “Il mio canto libero” di Battisti-Mogol. Erano canzoni con testi facili da capire che mi hanno colpito. All’epoca la musica italiana per noi era quella della generazione dei miei genitori e conoscevamo Claudia Villa, Nilla Pizzi e Giorgio Consolini, interpreti musicali non capaci di ispirare un giovane oriundo. Ascoltare i cantautori e i complessi storici mi ha dato la voglia di capire questa nuova musica e da qui i miei primi passi verso la Cultura italiana. Poi, una sera siamo rimasti a casa e la RAI ha trasmesso un film che gli zii ci dicevano era bellissimo, ma confesso che l’unica scena che mi ha fatto davvero ridere era un duello tra due cavalieri in un campo di grano dove alla fine il grano era tutto tagliato e i cavalieri vigliacchi illesi. Anni dopo ho rivisto “L’Armata Brancaleone” di Mario Monicelli e ho riconosciuto quel film. Questa volta ho riso molto di più, però con un altro pensiero, come faceva l’oriundo, nato e cresciuto all’estero, a capire un film del genere in tutte le sue sfumature? La risposta era facile, è impossibile in quei tempi, anche se devo ammettere che ora è più facile.

Nel corso dei due giorni a Palazzo Vecchio ho pensato anche a tutte le volte che ho fatto il tutor per chi voleva studiare l’italiano in Australia e l’inglese in Italia da quando mi sono trasferito in Italia. Anche qui c’è un aspetto di questi studi che molti partecipanti hanno scordato, dovuto proprio alle loro capacità linguistiche. Una verità che bisogna ricordare quando si parla di incoraggiare e programmare l’insegnamento della lingua italiana all’estero e vale anche per chi studia  l’italiano come lingua straniera in Italia perché sono immigrati nel nostro paese. Imparare la lingua fa paura e non esagero se dico che può intimidire lo studente. I primi passi in qualsiasi lingua sono timidi e incerti e si rischia che il timore sia più forte della voglia d’avere un nuovo modo di comunicare. Questi erano i miei pensieri alle parole del Sindaco Nardella di Firenze durante il suo discorso di benvenuto agli Stati Generali quando ha detto che dobbiamo fare più lirica all’estero e rileggendo ora lo stesso concetto nel libro della manifestazione.

La lirica è già difficile da capire per chi è cresciuto in Italia, figuriamoci per chi ha una conoscenza elementare dell’italiano e abita all’estero. Si rischia di perdere questi studenti per strada e in quel caso li perderemmo per sempre come studenti della nostra lingua. Bisogna tenere queste possibili reazioni in mente quando pensiamo ai programmi scolastici e televisivi per l’estero in modo da evitare brutte sorprese del genere per il nostro potenziale nuovo pubblico del futuro. Questi pensieri mi hanno spinto ad abbandonare la mia intenzione di raccontare e fare commenti delle proposte contenute nel libro “Italiano lingua viva” dato ai partecipante agli Stati Generali. In fondo, è un documento più tecnico che d’interesse generale, anche se dovrà preparare la strada per diffondere la nostra lingua a un pubblico internazionale molto più grande di quello attuale. Il titolo è giusto, l’italiano è lingua vivente, ma quando utilizziamo questa metafora dobbiamo estenderla fino in fondo.

A qualche livello tutti abbiamo avuto esperienza con le piante e abbiamo cercato di crescere fiori o anche un orto in casa. Impariamo presto che ogni pianta ha bisogno di cure particolari e che la crescita dipende da tanti fattori. Il tipo di terreno, se ha bisogno di sole o di rimanere in ombra, quale tipo di concime e quante volte e come deve essere annaffiata. Il risultato finale dimostra se abbiamo fatto bene il nostro lavoro ed è cosi che dobbiamo fare con la nostra lingua. I coltivatori principali della nostra lingua sono gli insegnanti e i dirigenti che devono dare loro gli appoggi necessari secondo il sistema scolastico locale all’estero, in base alla madre lingua degli studenti e in modo che mantengano l’entusiasmo per la nuova lingua che è il miglior mezzo per assicurare che lo studente impari bene la nuova lingua. In un certo senso questa strada è più facile per quelli che non sono di origine italiana, di solito la loro decisione di imparare la lingua ha motivazioni forti e dunque non si abbattono facilmente alle prime difficoltà naturali nell’ imparare le nuove pronunce e regole grammaticali. Il pubblico che merita un’attenzione mirata è composta proprio da chi dovrebbe essere il primo a voler imparare l’italiano, il discendente di emigrati italiani. Per la prima generazione nata all’estero non tutti i figli hanno lo stesso livello linguistico e inoltre pensano, come me in quel primo viaggio, che la lingua italiana che parlano sia quella vera. Inoltre, con la morte dei nonni l’ispirazione di mantenere la lingua di famiglia sparisce. L’anno scorso ho avuto il piacere e l’onore di far parte di un raduno di discendenti dei nonni materni di mia madre nel suo paese d’origine. Oltre i parenti rimasti nel paese c’erano rappresentanze dall’Australia e dagli Stati Uniti. Dei parenti americani, discendenti di uno zio di mia madre emigrata prima dell’ultima guerra mondiale nessuno di loro aveva un cognome italiano e naturalmente nessuno di loro parlava l’italiano. Come ha detto una mia cugina americana, “Non parliamo italiano in casa da quando è morta nonna”. Dobbiamo anche ricordarci che molti delle famiglie italiane all’estero non parlano l’italiano attuale, ma una miscela di italiano, il dialetto e parole della lingua del paese di residenza e quindi l’insegnante ha il compito non solo di insegnare l’italiano, ma particolarmente di correggere il linguaggio già parlato. Il raduno era la prova di un fenomeno che molti oriundi conoscono, a un certo punto della vita vogliamo rintracciare le nostre origini e magari visitare i luoghi delle nostre famiglie. Questa voglia potrebbe e deve diventare un mezzo per incoraggiare i discendenti dei milioni di emigrati italiani nell’ultimo secolo a imparare la lingua per poter fare le ricerche necessarie per rintracciare le radici familiari.

Naturalmente la RAI ha un ruolo importante nell’incoraggiare l’insegnamento della nostra lingua. Questo ruolo si svolge nel trasmettere immagini e programmi accessibili a tutti gli oriundi e non solo a chi parla già la nostra lingua. Nei casi di programmi difficili da capire dovrebbe trasmetterli con i sottotitoli per renderli accessibili a tutto il pubblico internazionale e non semplicemente a quello italofono con un alto livello linguistico. Allo stesso tempo i siti web con  programmi destinati all’estero dovrebbero avere pagine di spiegazioni storiche e di altro genere perché pochi all’estero hanno la conoscenza storica, italiana e culturale per capire tutto quel che è trasmesso al pubblico estero. Queste spiegazioni, anche in altre lingue, sarebbero un mezzo importante per rendere più comprensibili i programmi e con il tempo incoraggiare questo pubblico a imparare formalmente la lingua così da voler sapere di più della nostra Cultura con tutti i benefici per l’Italia che ne seguirebbero. Particolarmente la RAI dovrebbe avere una strategia che possa attirare un pubblico internazionale sempre più grande e non solo di origine italiana.

Gli Stati Generali della lingua italiana appena conclusi hanno cominciato a preparare la distribuzione dei semi a tutti i continenti, però, questa operazione avrà successo a lungo termine solo se avrà il contributo a tutti i livelli dei coltivatori che dovranno assicurare che questi semi diventino piante forti e longeve capaci di produrre frutti per molti anni nel futuro. Per questi motivi ci auguriamo che i progetti non saranno pianificati solo in Italia e da dirigenti italiani, ma anche con la collaborazione e le proposte di chi conosce il terreno dei propri territori. La lingua italiana e la nostra Cultura sono ricchissime, ma vanno coltivate nel modo giusto.

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