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Laika, lo specchio dell’uomo: quanto vale la vita di chi non può difendersi?

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Tempo di lettura: 6 minuti

Se il progresso richiede il sacrificio di chi non può scegliere, possiamo davvero chiamarlo progresso?

di Laura Marà

Il 3 novembre 1957 una piccola cagnolina randagia lasciava la Terra senza sapere che non vi avrebbe mai fatto ritorno. Si chiamava Laika, e il suo destino era già scritto nel momento stesso in cui venne scelta tra le strade di Mosca. Non era speciale, non aveva fatto nulla per meritare quel destino. Era soltanto più vulnerabile di altri.

Fu inserita nello Sputnik II, un satellite artificiale sovietico, cioè una capsula lanciata nello spazio per orbitare attorno alla Terra. Non era una navicella come quelle di oggi: era un mezzo rudimentale, progettato senza alcuna possibilità di ritorno.

Mentre il mondo guardava al cielo con entusiasmo e orgoglio, il suo cuore accelerava per lo stress del lancio. I sensori registravano ogni battito, ogni segnale vitale. L’uomo osservava. L’uomo imparava. L’uomo faceva un passo avanti nel progresso scientifico.

Ma Laika moriva.

Non dopo giorni, come fu raccontato. Non con una morte “indolore”. Morì poche ore dopo il decollo, a causa del calore estremo e della disidratazione. E mentre il suo corpo si spegneva nello spazio, sulla Terra si continuava a dire che fosse viva.

È qui che nasce una frattura che non riguarda solo la storia, ma la coscienza umana:
quanto vale la vita di chi non può difendersi?

Il prezzo del progresso

 

La storia di Laika non è un caso isolato. È il simbolo di una logica che ha accompagnato molte conquiste umane: quella secondo cui il fine può giustificare il mezzo.

La corsa allo spazio fu una sfida tra potenze mondiali, una dimostrazione di superiorità tecnologica. Dopo Laika, altri animali furono mandati in orbita. Alcuni sopravvissero, altri no. E pochi anni dopo arrivò l’uomo, con Yuri Gagarin, a compiere lo stesso viaggio.

Ma una domanda resta aperta: se il progresso richiede il sacrificio di chi non può scegliere, possiamo davvero chiamarlo progresso?

La sperimentazione animale: una pratica inaccettabile

Ancora oggi, nei laboratori farmaceutici e nell’industria della cosmesi, milioni di animali vengono utilizzati nella sperimentazione scientifica. Non si tratta di un dettaglio marginale, ma di una realtà sistematica e strutturata che coinvolge esseri viventi ridotti a strumenti di laboratorio.

Topi, rane, conigli, scimmie: non sono “campioni biologici”, ma esseri senzienti costretti a vivere e morire dentro protocolli sperimentali che non prevedono alternativa per loro.

La domanda, a questo punto, non può più essere neutra:
è accettabile tutto questo?

Per anni la risposta è stata giustificata in nome del progresso scientifico e della necessità di sviluppare farmaci salvavita. Ma oggi questa argomentazione non regge più con la stessa forza. Le tecnologie sono cambiate, la ricerca ha sviluppato modelli alternativi sempre più avanzati, dalla simulazione digitale ai tessuti coltivati in laboratorio, che rendono possibile sostituire l’uso degli animali.

Nel settore della cosmesi, la contraddizione è ancora più evidente. Qui non si parla di salvare vite umane, ma di testare prodotti estetici. Eppure, per decenni, anche in questo ambito si è accettato il sacrificio di animali come se fosse normale.

Oggi diversi paesi hanno iniziato a vietare i test sugli animali, riconoscendo ciò che dovrebbe essere ormai evidente che questa pratica non è più compatibile con una coscienza etica moderna.

Pellicce e consumo: quando il superfluo diventa crudeltà

Esistono ambiti in cui ogni tentativo di giustificazione si svuota del tutto. Il mondo delle pellicce animali è uno di questi.

Eppure, oggi purtroppo c’è ancora chi le indossa, come se nulla fosse cambiato, come se la sofferenza dietro quel capo fosse invisibile o irrilevante.

Dietro una pelliccia ci sono animali allevati in condizioni estreme, chiusi in gabbie anguste, privati di ogni comportamento naturale, ridotti a una produzione industriale di sofferenza. Vite intere che finiscono in modo brutale, attraverso uccisione e scuoiamento. Non è sopravvivenza. Non è necessità. È solo scelta.

Che cosa stiamo accettando quando indossiamo la sofferenza di un essere vivente come fosse un accessorio?

Perché ogni pelliccia non è solo un oggetto: è un messaggio. Dice che la vita di un animale può valere meno del desiderio estetico o dello status.

Quando il lusso e l’apparenza prevalgono sulla compassione, non c’è più ambiguità: è sfruttamento consapevole.

Che società è quella che considera ancora tutto questo accettabile?

Non mangiare animali: una scelta possibile ed intelligente

Nell’Età della Pietra, l’essere umano era cacciatore-raccoglitore: per sopravvivere cacciava gli animali e si nutriva di ciò che la natura offriva. In quel contesto, la caccia non rappresentava una scelta culturale o alimentare, ma una necessità legata alla sopravvivenza. Oggi, per fortuna, non siamo più costretti a ricorrere a queste pratiche per vivere.

Nonostante ciò, il consumo di carne animale è ancora molto diffuso e, in molti casi, superiore alle reali esigenze nutrizionali. Si tratta quindi di una scelta quotidiana profondamente radicata nelle abitudini alimentari della maggior parte delle persone. Tuttavia, negli ultimi anni è cresciuta la consapevolezza su questo tema: sempre più individui scelgono un’alimentazione vegetariana o vegana, dimostrando che è possibile nutrirsi in modo completo senza causare sofferenza animale.

Un aspetto particolarmente critico è quello degli allevamenti intensivi, nei quali gli animali vengono allevati in spazi ristretti e spesso in condizioni di forte stress. In questi sistemi produttivi, l’obiettivo principale è l’efficienza economica e la produzione su larga scala, mentre il benessere animale passa in secondo piano. Questo solleva importanti questioni etiche sul nostro modello di consumo.

Accanto a ciò, esistono pratiche difficili da ignorare, come la produzione del foie gras, ottenuto tramite alimentazione forzata che provoca gravi sofferenze agli animali, oppure il consumo di astici, spesso mantenuti vivi, a digiuno, in vasche fino al momento della cottura, con le chele legate e uccisi per immersione in acqua bollente.

Questi esempi riportano la questione al suo punto essenziale: oggi, a differenza del passato, non si tratta più di necessità, ma di scelta.

E allora la domanda diventa inevitabile: se non abbiamo più bisogno di uccidere per sopravvivere, perché continuiamo a farlo?

La violenza gratuita: quando manca l’empatia

Se in altri casi può esistere una giustificazione legata alla cultura, alle abitudini o alla produzione alimentare, nella violenza sugli animali domestici questa giustificazione non esiste.

Parliamo di cani e gatti abbandonati, maltrattati o vittime di crudeltà gratuite, episodi che non hanno alcuna utilità né necessità, ma che nascono esclusivamente da una profonda mancanza di empatia e, in alcuni casi, da una vera e propria devianza comportamentale.

Un caso che ha colpito profondamente l’opinione pubblica è quello della gattina Rosy, trovata a Roma in condizioni gravissime dopo una violenza brutale, episodio che ha suscitato indignazione, sgomento e mobilitazione da parte di cittadini e associazioni animaliste.

La tutela degli animali come valore educativo

La violenza sugli animali non è soltanto un atto di crudeltà, ma il segnale evidente di crudeltà e di una profonda assenza di empatia, che interroga l’intera società. Per questo non può essere né minimizzata né tollerata, e richiede una risposta anche attraverso pene severe, proporzionate alla gravità dei gesti.

Tuttavia, la sola repressione non basta. È necessario agire alla radice del problema, investendo sull’educazione al rispetto degli animali fin dalla prima infanzia.

Inserire questi temi nei programmi scolastici significa formare cittadini più consapevoli e responsabili, capaci di riconoscere la sofferenza altrui e di scegliere la cura al posto della violenza. Perché il modo in cui una società tratta gli animali riflette, inevitabilmente, il livello della sua umanità.

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