Italiani nel Mondo

Il Detenuto – The Prisoner

By 7 Gennaio 2020 1 Febbraio, 2020 No Comments

di emigrazione e di matrimoni

Il Detenuto

D. fu arrestato il giorno del diciannovesimo compleanno per l’assassinio dei suoceri. Ero andato al carcere per conoscere D. di persona in attesa del permesso ufficiale di poterlo intervistare per un libro, un permesso che non arriverà mai.

Non ho mai dimenticato il suono del cancello chiudersi dietro di me dopo la prima visita al carcere, era come nei film e incuteva paura. Peggio ancora, pensavo all’uomo che avevo conosciuto qualche ora prima che mi guardava mentre facevo le azioni che lui non poteva fare, uscire e andare dove volevo. In quegli istanti ti rendi conto di quanto sia preziosa la libertà. Ero andato al carcere per conoscere D. di persona in attesa del permesso ufficiale di poterlo intervistare per un libro, un permesso che non arriverà mai.

D. fu arrestato il giorno del diciannovesimo compleanno per l’assassinio dei suoceri. Per un ragazzo di quell’età la condanna a quasi trent’anni di carcere equivale a una condanna a vita. Ha commesso il delitto e non esistono attenuanti per l’atto ma la sua storia deve farci pensare ogni volta che leggiamo di un delitto nei giornali.


Quella di D è una storia quasi da romanzo. Era venuto in Australia una decina di anni prima in seguito alla morte del padre e dei fratelli in una faida nel sud d’Italia. Infatti, i fratelli furono uccisi al cimitero mentre portavano fiori alla tomba del padre. La madre, disperata di perdere l’unico maschio rimasto, lo inviò da parenti in Australia. Al suo arrivo si innamorò della figlia dei cugini e dopo qualche mese chiese di sposarla. I genitori, che erano cristiani ma non cattolici, dissero subito si, ma a condizione che lui facesse parte della loro setta. Nella sua ingenuità da diciottenne non esitò ad accettare e in meno di tre mesi si sposarono.

Purtroppo non si rendeva conto degli obblighi che quella setta esigeva ed entro poche settimane dalle nozze cominciò a saltare le preghiere più volte al giorno e alle funzioni regolari della loro chiesa. Così iniziarono i litigi con i suoceri che pretendevano che lui obbedisse ai loro ordini. Lui era isolato, non conosceva l’inglese e gli unici italiani che conosceva erano anche loro fedeli della setta. Infine i suoceri minacciarono di farlo divorziare dalla figlia e di rispedirlo a casa dove non era ancora sparito il rischio della faida. Una mattina trovarono i suoceri morti a letto.

Questo era quel che avevo saputo dai giornali, ma sapevo che dietro l’orrore di quei morti doveva esserci una storia di dolore umana. Non avevo la minima intenzione di giustificare un reato che lui non aveva mai ammesso di aver compiuto, ma volevo capire cosa era successo davvero.

Nel corso dei tre anni che l’ho incontrato regolarmente non disse niente direttamente tranne confermare quel che già sapevo. Poi un giorno chiese a voce bassissima, “Come poteva un diciottenne fare una cosa del genere?” capii che la sua storia nascondeva dettagli che potevano spiegare dove ti porta il dolore e la solitudine. Poi la conferma qualche settimana dopo quando disse sottovoce, ”Quando picchi sempre un cane e il cane ti morde, di chi è la colpa?”. 

L’interprete al processo era un mio amico e da lui seppi che durante le indagini la polizia trovò un registratore sotto il letto che D. condivideva con la moglie, un dettaglio che faceva capire le condizioni di vita di quel giovane sventurato. Ho saputo anche che negli ultimi mesi in quella casa D. non aveva nemmeno il passaporto che lui aveva consegnato ai suoceri all’inizio della procedura per chiedere la residenza permanente. D. era solo in tutti i sensi, in un paese dove non parlava la lingua e dove non aveva contatti tranne che con le persone con cui viveva e litigava.

Naturalmente in carcere il suo dolore è continuato, soprattutto all’inizio quando fu punito dai secondini che non credevano che non capisse l’inglese. Le condizioni sono migliorate solo dopo l’intervento degli addetti al consolato d’Italia locale, che riuscirono ad ottenere lezioni d’inglese per lui da parte delle autorità carcerarie. Questo intervento consolare non fa altro che rafforzare la convinzione che quei morti erano evitabili. In un paese dove esistono servizi capaci di aiutare gli isolati e dove assistenti sociali parlano le lingue dei loro assistiti, una situazione del genere poteva avere un’altra fine.

Si, D. aveva rotto il comandamento più forte, non ammazzare, e per questo meritava il castigo, però tutti coloro coinvolti in questa vicenda, come in tutti i casi di violenza domestica, hanno l’obbligo di fare i passi necessari per aiutare chi si perde in quei circoli viziosi che portano alla morte.

D. ha utilizzato gli anni in carcere per cercare di preparare il suo futuro in Italia dopo la scarcerazione, quando verrà deportato come non residente. Ha imparato due mestieri, il giardiniere e il cuoco. Infatti, svolge la seconda attività in carcere per guadagnare i soldi per comprare i pochi lussi concessigli.

Quando gli ho chiesto perché non chiedeva di fare il resto della detenzione in Italia, così almeno si poteva trovare vicino alla madre e alla sorella la risposta era semplice ma potente. “Voglio la fedina penale pulita in Italia, altrimenti come potrò trovare lavoro?” Non credo sarà così facile, dovrà pur sempre spiegare cosa faceva in quegli anni in Australia quando cercherà lavoro, e sicuramente le Forze dell’Ordine in Italia saranno avvisate del suo passato quando arriverà in Italia sotto scorta.

Andare a trovare qualcuno in carcere poi ti rinforza l’idea di cosa vuol dire non essere libero. Quasi tutte le visite erano al carcere di minima sicurezza e si svolgevano in una zona spaziosa che assomiglia a una grande aula, con i disegni dei figli di altri detenuti sui muri e dove potevamo anche mangiare insieme. Se non fosse stato per la barriera altissima intorno potevi pensare d’essere in una scuola, ma non avevi dubbi di trovarti in un carcere.

Le cose furono ancora peggiori nelle due visite al carcere di massima sicurezza vicino alla capitale statale, dove si trovava per visite mediche. Gli orari non erano flessibili, le visite erano controllate al minuto e lui rimaneva incatenato al tavolo per i quarantacinque minuti dell’incontro. Esci da quelle visite ben conscio del prezzo che paghi per l’aver commesso reati.

Ogni volta che lo incontravo uscivo con lo stesso pensiero su cosa avrei fatto in una situazione del genere a quell’età. È una domanda senza risposta, non solo perché non siamo tutti uguali, la risposta più banale, ma soprattutto perché ho avuto la fortuna di non trovarmi ad affrontare situazioni del genere, a partire dalla faida che iniziò il giro di morti.

Non lo vedo da anni, ma so che il castigo sta per finire, a meno che non sia già uscito. Mi chiedo cosa penserà dell’Italia che non vede da quasi trentanni, anche se nel paese d’origine le condizioni che crearono la faida non sono del tutto sparite, una tragedia italiana che vediamo fin troppo spesse nelle cronache italiane.

Non dimenticherò mai D. perché la sua storia insegna che ogni azione ha il suo prezzo e non sempre sai quel che ti costerà. Il suo è un caso estremo, ma averlo conosciuto mostra che non potremo mai capire fino in fondo cosa siamo capaci di fare quando pensiamo di non avere scelte.

di emigrazione e di matrimoni

The Prisoner

D had been arrested the day of his nineteenth birthday for the murder of his in-laws. I had gone to the jail to meet D as I waited for the official permission to interview him for a book, permission that never came.

I have never forgotten the sound of the gate closing behind me after the first visit to the prison. It was like in a movie and it is frightening. Worse still, I thought of the man I had met a few hours before who was watching as I took the steps he could not take, to leave and to go wherever I wanted. In those instants I understood how precious freedom is. I had gone to the jail to meet D as I waited for the official permission to interview him for a book, permission that never came.

D had been arrested the day of his nineteenth birthday for the murder of his in-laws. For a young man of that age the nearly thirty year sentence was the equivalent of a life sentence. He had carried out the murders and there are no extenuating circumstances for that act but his story must make us think every time we read of a murder in the newspapers.

D’s story is almost a story of a novel. He had come to Australia about ten years before after the murders of his father and brothers in a faida (blood feud) in Italy’s south. The mother who was desperate not to lose her remaining son had sent him to relatives in Australia. On his arrival he fell in love with her cousins’ daughter and after a few months he asked permission to marry her. The parents, who were Christians but Catholics, immediately said yes but on the condition that he became part of their sect. In his naiveté of an eighteen year old he did not hesitate to accept and they married less than three months later.

Unfortunately he did not realize the obligations that sect demanded and within a few weeks he began to miss the prayer sessions a number of times a day and the regular ceremonies at their church. So began the arguments with the in-laws who demanded that he obey their orders. He was alone, he did not speak English and the only Italians he knew were also members of the sect. Finally, the in-laws threatened to make their daughter divorce him and to send him home where the risk of the faida had not disappeared. One morning the in-laws were found dead in their bed.

This is what I had read in the newspapers but I knew that behind the horror of those deaths there had to be a story of human pain. I did not have the slightest intention to justify the crime that he never admitted to committing but I wanted to understand what had really happened.

Over the three years I met him regularly I said nothing directly except to confirm the details I already knew. And then one day he said in a very low voice “How could an eighteen year old do something like that?” I understood that his story hid details that could teach us where pain and loneliness can take you. The confirmation came a few weeks later when he whispered, “When you always strike a dog and the dog bites you, whose fault is it?”

The interpreter at the trial was a friend of mine who told me that during the investigations the Police had found a tape recorder under the bed D shared with his wife, a detail that explained the conditions under which that unfortunate young man had lived. I also found out that during those final months in the house D did not even have his passport that he had given to his father in law at the start of the application for permanent residency. D was alone in every sense, in a country where he did not speak the language and where he had no contacts except with the people with whom he lived and was arguing.

Naturally his pain continued in jail, especially at the start when he was punished by the jailers who did not believe he did not understand English. The conditions improved only after the intervention of the staff from the local Italian Consulate who managed to organize English language lessons for him with the prison authorities. That intervention by the Consulate only reinforced my belief that those deaths were avoidable. In a country where there are services that can help those who are alone and where welfare workers speak the language of their clients this sort of situation could have had another conclusion.

Yes, D had broken the strongest commandment, do not kill, and for this reason he deserved his punishment. However, all those involved in this matter, as in all cases of domestic violence, had the duty to take the necessary steps to help those who were lost in those vicious circles that lead to death.

D had used the years in jail to try and prepare for his future return to Italy after his release when he will be deported as a non-resident. He learnt two trades, gardening and cooking. In fact, he carries out the second activity to earn the money to buy the few luxuries he was allowed.

When I asked why he did not ask to finish his sentence in Italy so at least he would be close to his mother and sister the reply was simple and powerful. “I want to have a clean sheet in Italy, otherwise how will I be able to find work?” I do not believe it will be that easy explaining what he did in Australia for all those years and surely Italy’s Police will be advised of his past when he arrives there under guard.

Going to visit someone in jail then reinforces your idea of what it means to be free. Nearly all my visits were in the minimum security prison where they took place in a large open space that looks like a class room with drawings by the children of other inmates on the walls and where we could have lunch together. If it had not been for the very high barrier surrounding us you could have thought we were in a school but you had no doubts you were in a prison.

Things were even worse during the two visits at the maximum security prison close the state’s capital where he had gone for two medical examinations. The visiting times were not flexible and he was chained to the table for the forty five minutes of the visit. You left the visit well aware of the price you pay for committing a crime.

Every time I met him I left the meetings with the same thought of what I would have done at that age in such a situation, There is no answer to that question, not only because we are not the same, the most banal answer, but especially because I had the luck to not find myself dealing with such a situation, starting with the faida that started the round of deaths.

I have not seen him for years but I know that the sentence is about to end, unless he has already been released. I wonder what he will think about the Italy he will find and that he has not seen for almost thirty years, even if the conditions in his town of origin that caused the faida may not disappeared completely. This is an Italian tragedy that we have seen all too often in the newspapers in Italy.

I will never forget D because his story teaches us that every action has its price and we do not always know what it will costs us. His is an extreme case but having known him shows that we never fully understand what we can do when we think we have no choices.

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