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Cinema & Teatro

Intervista all’attore Emmanuel Casaburi: Non piu’ mercanti di sogni

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Tempo di lettura: 4 minuti

‘Ho cominciato giovanissimo, frequentando laboratori come tutti i diciottenni…’, così Emmanuel Casaburi ci racconta il mestiere dell’attore.

di Damiana Cicconetti

Di origine salernitana ma trapiantato a Roma, Emmanuel Casaburi, ventottenne formatosi in teatro ma avviato al cinema e alla televisione, è uno degli attori emergenti più interessanti del momento.

Emmanuel, ci diamo del tu o del lei?

I giornalisti che si occupano di cultura e spettacolo sono amici degli attori e in fondo un po’ artisti anche loro, quindi dobbiamo darci del tu…

Colpisce nella tua personalità la capacità di essere straordinariamente duttile nella scelta e nell’interpretazione dei ruoli più diversi. Ma chi è oggi l’attore?

Di sicuro non è più soltanto un mercante di sogni, come Lo sceicco bianco di Fellini, che penetrava profondamente nell’immaginario collettivo delle lettrici di fotoromanzi.

Credo che debba diventare sempre più una sorta di esploratore di ossessioni del mondo contemporaneo, che può declinare in maniera comica, ironica o drammatica, ma sempre nel contesto in cui siamo immersi insieme allo spettatore, che rimane il nostro datore di lavoro. 

Quindi un mediatore culturale?

Certamente un veicolo di emozioni che a volte stentiamo a decodificare e a governare…

Qual è stata la tua formazione?

Ho cominciato giovanissimo, frequentando laboratori come tutti i diciottenni, poi ho avuto la fortuna di essere scelto per un film a vent’anni e dopo essermi perfezionato in Accademia, facendo sacrifici e viaggiando continuamente da Napoli, ho deciso di stabilirmi definitivamente a Roma dopo un workshop con Mario Martone, che stimo molto per la sua capacità autoriale di coniugare teatro e cinema con il medesimo impegno.

Quali sono stati i tuoi maestri?

Maestro è una parola forte, che si carica di significati sempre nuovi. In fondo anche un bambino indiano di otto anni che vive per strada a Calcutta, apprende ogni giorno attraverso l’esperienza del dolore tutti gli insegnamenti che gli servono per sopravvivere. In realtà la mia generazione non ha avuto i grandi maestri di quella precedente. Ma può arrivare a nutrirsi per via indiretta: attori cinquantenni come Favino, Gifuni, Lo Cascio e Boni sono stati allievi del grande Orazio Costa, e noi che li vediamo in scena o sullo schermo viviamo una trasmissione indiretta dei saperi psicofisici che il Maestro insegnava loro…

Se osservo Lino Guanciale o Giuseppe Zeno o Massimiliano Gallo nelle serie Tv di maggiore successo in queste settimane, colgo nella loro sintesi interpretativa la formazione teatrale che li caratterizzerà sempre e sarà la loro forza.

Quando ti propongono un ruolo, quali sono i criteri che guidano le tue scelte?

Alla Casa del Cinema due mesi fa ho letto alcune pagine in onore di Franco Nero, di cui si presentava l’autobiografia, e lui mi ha consigliato di non seguire solo il guadagno, ma anche il significato profondo dei ruoli che ci vengono proposti. Peraltro quella sera tutti dicevano che fisicamente gli assomiglio moltissimo…

Dal giovane Gabriele D’Annunzio al Pilade di Pasolini, hai interpretato personaggi molto diversi.

Mi racconti una serata speciale che hai vissuto?

Avendo debuttato a diciott’anni, ho già dieci anni di ricordi. Ma una serata veramente speciale l’ho vissuta a Ponza, quando mi hanno chiamato a recitare testi del repertorio di Gigi Proietti in occasione della concessione della cittadinanza onoraria al Maestro, che tornava nell’isola ogni estate.

Mi sono ripromesso di non imitarlo, anche perché è inimitabile. Al termine della serata, la moglie Sagitta e la figlia Susanna si sono complimentate perché ho cercato di non confondere l’ispirazione con l’imitazione.

E invece una persona speciale con cui hai lavorato?

Mi viene subito in mente Milena Vukotic: donna deliziosa, attrice colta e sempre generosa di consigli verso i compagni di lavoro.

In questo momento stai lavorando sul testo de La ciociara di Alberto Moravia… 

…si tratta di un’idea della Pia Opera Universitaria, che ha anche prodotto il mio ultimo film Lingua Madre, in cui interpreto un ufficiale dei Carabinieri. L’evento ha avuto il patrocinio della Lega Italiana per i Diritti dell’Uomo: porteremo in scena il racconto delle donne italiane violate dalle truppe marocchine al seguito dei militari francesi, durante la guerra di liberazione.

Quali progetti ti attendono nei prossimi mesi?

Due progetti con attori importanti di cui per motivi produttivi non posso ancora parlare. Certamente lavorerò a un testo di Italo Calvino e riprenderò la Conversazione con la morte di Giovanni Testori, che ho già interpretato tempo fa, in occasione del centenario della nascita dei due grandi scrittori, che cade proprio nel 2023. Nella primavera del prossimo anno uscirà un film in cui non sono tra i protagonisti, ma che mi è piaciuto interpretare per i valori che rappresenta.

Che cosa ami nella vita, quando non lavori?

Soprattutto leggere e viaggiare, ma anche praticare sport, come negli anni giovanili, sebbene non abbia più molto tempo per questo. In realtà più che hobby sono stimoli che mi vengono proprio dal mio lavoro. Se devo interpretare un personaggio particolarmente complesso, devo prima scavare in me stesso per lasciare emergere sensazioni sepolte che forse nemmeno conoscevo… Alla Festa del Cinema di Roma incontrammo qualche anno fa Ian Mc Kellan, uno dei più grandi attori inglesi, che ci disse con grande semplicità: io non posso essere visto dietro la facciata, io ho solo facciate…sono un attore.

Ma perché non mi dici tu adesso chi è l’attore per i professionisti del giornalismo?

Dopo questa intervista, per me un attore è quello che sei tu…Auguri Emmanuel!

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