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“I sogni muoiono all’alba” – “Dreams die at dawn”

Gianni Pezzano

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di emigrazione e di matrimoni

I sogni muoiono all’alba

Durante la Battaglia di Budapest del 1956 in cui l’Unione Sovietica soppresse la rivolta dei comunisti ungheresi a forza di cannonate e carri armati, Di Vittorio fu costretto a ritirare e smentire un annuncio stampa che appoggiava la classe operaia ungherese contro la repressione sovietica.

Iniziamo l’articolo con le scuse per aver “rubato” il titolo di una commedia teatrale e poi un film che descrive perfettamente il dolore di momenti decisivi alla vita. Vogliamo fare qualche riflessione di un fallimento storico come descritto nell’articolo precedente in cui abbiamo parlato della nostra tendenza di chiedere “E se…” quando pensiamo al passato.

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Nel caso dell’articolo precedente la domanda si riferiva ai “Ragazzi di via Panisperna” che cambiarono la scienza ma non poterono fare niente per migliorare l’Italia. Però, la sera che abbiamo consegnato il manoscritto al redattore abbiamo visto una fiction televisiva che ha dimostrato benissimo un momento tragico e vero, che segnò il destino negativo di un partito politico italiano che lo seguirà fino al suo scioglimento qualche decennio dopo.

In questo caso non vogliamo parlare di “E se…” perché i fatti dell’incidente sono chiari, ma di come un partito politico italiano che ha segnato una parte importante della Storia d’Italia, per esigenze politiche legate alla Guerra Fredda e anche al passato di uno dei suoi protagonisti storici, creò un danno enorme per il suo patrimonio politico e storico.

Utopia e totalitarismi

Quando Marx scrisse le sue teorie politiche, che diventeranno poi la base del comunismo/socialismo, lui sognava un’utopia imperfetta perché, in parole povere, lui vedeva l’essere umano come una specie di “creatura divina” con buone intenzioni, e non faceva i conti con la capacità umana di sviare qualsiasi cosa secondo i bisogni e la volontà di individui spietati.

Questa tendenza è descritta brillantemente da George Orwell nel suo capolavoro “La Fattoria degli animali” dove fa capire benissimo come ideali bellissimi spariscono nella presenza di repressioni e morti. In questo modo oggigiorno la filosofia politica di Marx non è identificata con società ordinate dove tutti hanno gli stessi diritti e possibilità nella vita, bensì con stati totalitari guidati da uomini come Stalin e Mao che hanno represso le loro popolazioni sotto la maschera del “comunismo”.

La notte del 1° maggio, in occasione della Festa del Lavoro in Italia, la RAI ha trasmesso una fiction della vita del grande sindacalista e politico italiano Giuseppe Di Vittorio. In una scena brillante vediamo lo scontro tra queste due facce del comunismo, ovvero tra l’idealismo e la crudeltà della Realpolitik.

Durante la Battaglia di Budapest del 1956 in cui l’Unione Sovietica soppresse la rivolta dei comunisti ungheresi a forza di cannonate e carri armati, Di Vittorio fu costretto a ritirare e smentire un annuncio stampa che appoggiava la classe operaia ungherese contro la repressione sovietica. A costringere il sindacalista e politico alla smentita fu Palmiro Togliatti, il capo indiscusso del PCI (Partito Comunista Italiano) che aveva avuto una relazione mai del tutto spiegata e ancora avvolta in molti misteri con l’URSS e in modo particolare con il dittatore Stalin.

Togliatti disse senza esitazione che la rivolta era dalla “borghesia” e gli “aristocratici” contro la “rivoluzione” e che il partito aveva l’obbligo di appoggiare le azioni delle forze sovietiche con i “reazionisti”.

Chi conosce la storia di quei giorni tragici in Ungheria sa che quel che stava succedendo a Budapest era esattamente quel che Di Vittorio aveva descritto, e che a rivoltarsi contro il giogo sovietico erano proprio giovani comunisti che volevano la loro versione degli ideali e non una dettata da Mosca.

Inoltre, c’erano due testimoni italiani molto importanti in quella battaglia, uno dei quali vide i suoi sogni morire all’alba del 4 novembre 1956.

I testimoni eccellenti

Quando scoppiò la rivolta ungherese alla fine dell’ottobre 1956 il grande giornalista italiano Indro Montanelli si trovava in una battuta di caccia in Romania e decise di vedere personalmente gli sviluppi. Dopo alcune difficoltà poté andarci con un politico socialista italiano e il suo addetto stampa. Il politico aveva un nome importante, Matteo Matteotti, il figlio del politico socialista Giacomo Matteotti ucciso dagli squadristi fascisti nel 1926, la cui morte portò all’istituzione della dittatura di Mussolini.

Nelle sue cronache stupende di quei giorni, che furono anche le sue ultime da corrispondente internazionale, Montanelli descrisse come trovarono una città in festa, “ubriaca di libertà” che la gente pensava d’aver ottenuto. Il giornalista fa particolare riferimento al ruolo non solo dei giovani comunisti, ma anche del coinvolgimento della classe operaia, smentendo quel che l’URSS e di conseguenza il PCI in Italia diceva della rivolta, come dimostrato nella scena della fiction.

Nei suoi ricordi Montanelli e come descritto nella sua commedia teatrale “I sogni muoiono all’alba”, diventata poi un film con lo stesso nome, Matteotti (mai nominato ma il riferimento è inconfondibile) era convinto d’aver visto la vittoria del proletariato e del comunismo nei primi giorni di gioia. Tragicamente, non solo per lui ma per tutti, questi sogni erano destinati a morire, insieme a moltissimi sognatori.

All’alba del 4 novembre 1956 la città di Budapest si svegliò con il rumore delle cannonate delle forze armate sovietiche. La battaglia durò diversi giorni e Montanelli e Matteotti videro il coraggio tragico dei magiari.

Le prima cronache di Montanelli uscirono nel Corriere della Sera solo 12 giorni dopo l’inizio della battaglia e immediatamente suscitarono le critiche del PCI che l’accusavano di mentire. Il grande giornalista non ritirò una parola e infatti anni dopo il PCI dovette ammettere i propri sbagli che seguiranno il partito per tutto il resto del suo percorso storico, e che spesso vengono ricordati ancora oggi dagli avversari dei suoi discendenti. Tale che il PCI non ripeté lo sbaglio nel 1968 quando l’URSS soppresse la Primavera di Praga, criticando aspramente la mano pesante dei sovietici, ma ormai il danno era fatto per il partito.

I sogni morti e l’onestà

Benché Montanelli abbia scritto spesso di quel periodo, non siamo riusciti a trovare traccia di commenti di Matteotti riguardo quel che dovevano essere giorni angosciosi per chi credeva nei sogni di Marx e si trovava a dover affrontare gli orrori dei successori di Stalin che schiacciarono impietosamente la rivolta ungherese.

Per il politico socialista i sogni della presunta “utopia” sovietica sono morti con le cannonate di quella mattina. Però, alcuni membri del PCI, uno in particolare, Palmiro Togliatti, dovevano sapere che il 25 febbraio di quell’anno in un discorso al 20° Congresso del Partito Comunista dell’URSS il Segretario Nikita Krusciov denunciò gli eccessi del periodo staliniano, liberando migliaia di prigionieri politici e in effetti iniziando la strada verso la rivolta magiara.

Per questo motivo l’atteggiamento dei ranghi alti del PCI era particolarmente ipocrita perché, benché la maggior parte degli iscritti ancora credevano negli ideali descritti da Marx, i suoi capi senza dubbio sapevano che la realtà sovietica era ben lontana dai sogni. Può darsi che fu proprio per questo motivo che Togliatti ed altri criticavano così aspramente le cronache epocali di Montanelli e le sue conclusioni da testimone oculare agli episodi di quelle giornate drammatiche.

I sogni sono tali, non sono veri, anche se possono dare speranza per il futuro. Però, da essere umani, dobbiamo avere l’onestà di affrontare il dolore e la verità dei sogni traditi, oppure della propaganda ingannevole di altri nostalgici di totalitarismi, che vedono solo “il male fatto” da certi regimi e rifiutano di riconoscere il male fatto in nome di altri totalitarismi.

Le opere di Marx hanno permesso a innumerevoli persone in tutto il mondo di sognare un mondo migliore, ma questi sogni si sono schiantati contro il muro della politica dura e cruda di chi vedeva solo il potere che poteva controllare, e in questo modo hanno ucciso i sogni di chi ci credeva davvero.

Per gli stessi motivi dobbiamo essere altrettanto duri contro chi difende qualsiasi forma di totalitarismo perché il male fatto alla gente non è rosso o nero e il sangue delle loro vittime ha lo stesso colore. Quindi non dobbiamo scegliere quali dittature difendere semplicemente per motivi politici, dimenticando il dovere di onestà politica del nostro passato senza la quale la democrazia non ha futuro.

di emigrazione e di matrimoni

Dreams die at dawn

During the 1956 Battle of Budapest in which the Soviet Union crushed the revolt of Hungary’s communists with cannon fire and tanks Di Vittorio was forced to withdraw and deny a press release supporting the Hungarian working class against the Soviet repression.

We start the article with an apology for having “stolen” the title of a play and then a film which describes perfectly the pain of decisive moments in our lives. We want to make some reflections on the historical failure as described in the previous article in which we spoke about our tendency to ask “What if…” when we think about the past.

L’Italia che non poteva mai essere – The Italy that could never be

In the case of the previous article the question concerned the “Young men of via Panisperna” who changed science but could do nothing to improve Italy. However, the evening we sent the manuscript to the editor we saw a TV programme that showed very well a tragic and true moment which marked the negative fate of an Italian political party and would follow it to its dissolution decades later.

In this case we are not talking about a “What if…” because the facts of the incident are clear but of how an Italian political party which marked an important part of Italy’s history, due to political needs linked to the Cold War, and also to the past of one of its historic protagonists, caused enormous damage to its political/historical heritage.

Utopia and totalitarianism

When Marx wrote his political theories, which then became the basis for communism/socialism, he dreamed of an imperfect Utopia because he basically saw human beings as a kind of “divine creatures” with good intentions and he did not take into account the human capacity to divert anything depending on the needs and desires of ruthless individuals.

This tendency is described brilliantly by George Orwell in his masterpiece “Animal Farm” in which he makes us understand perfectly how wonderful ideals vanish in the presence of repression and deaths. In this way today Marx’s political philosophy is not identified with orderly societies where everybody has the same rights and possibilities in life but rather with totalitarian states led by men such as Stalin and Mao who repressed their populations under the guise of “communism”.

On the night of May 1st, on the occasion of Italy’s Labour Day holiday RAI broadcast a TV programme on the life of the great Italian trade unionist and politician Giuseppe Di Vittorio. In a brilliant scene we see the clash between these two faces of communism, in other words between the idealism and the cruelty of Realpolitik.

During the 1956 Battle of Budapest in which the Soviet Union crushed the revolt of Hungary’s communists with cannon fire and tanks Di Vittorio was forced to withdraw and deny a press release supporting the Hungarian working class against the Soviet repression. The person forcing the trade unionist/politician to the denial was Palmiro Togliatti, the undisputed leader of the PCI (Italian Communist Party) who had had a relationship with the USSR and especially with its dictator Joseph Stalin that was never fully explained relationship and is still shrouded in many mysteries.

Togliatti unhesitatingly said that the revolt was by the “bourgeoisie” and the “aristocrats” against the “revolution” and that the party had the duty to support the action of the Soviet forces against the “reactionaries”.

Those who know the history of those tragic days in Hungary know that what was happening in Budapest was exactly what Di Vittorio had described and that those revolting against the Russian yoke were young communists who wanted their own form of the ideals and not one dictated by Moscow.

Furthermore, there were two very important Italian witnesses to that battle, one of whom saw his dreams die at dawn on November 4th, 1956.

The excellent witnesses

When the revolt in Hungary erupted at the end of October 1956 the great Italian journalist Indro Montanelli, who was on a hunting trip in Rumania, decided to see the developments in person. After some difficulty he was able to go there with an Italian socialist politician and his press agent. The politician had an important name, Matteo Matteotti, the son of socialist politician Giacomo Matteotti who had been killed by Fascist militants in 1926 which led to the institution of the dictatorship by Mussolini.

In his stupendous reports on those days, which were also his last as a foreign correspondent, Montanelli described how they found the city in celebrations and “drunk on the freedom” that the people thought they had achieved. The journalist made specific reference to the role not only of the young communists but also to the involvement of the working class, putting the lie to what the USSR said of the revolt and subsequently taken up by the PCI in Italy, as shown in the scene in the TV programme.

In Montanelli’s recollections and as he described in his stage play “I sogni muoiono all’alba” (Dreams die at dawn) which then became a film of the same name, Matteotti (never named but the reference is unmistakable) was convinced he had seen the victory of the proletariat and communism in those first days of joy. Tragically, not only for him but for everyone, these dreams were destined to die, together with many dreamers.

At dawn on November 4th, 1956 the city of Budapest awoke to the sound of cannon fire by the Soviet armed forces. The battle lasted a number of days and Montanelli and Matteotti saw the tragic bravery of the Hungarians.

Montanelli’s first reports were published in Milan’s famous Il Corriere della Sera newspaper only 12 days after the start of the battle and immediately aroused criticism from the PCI that accused him of lying. The great journalists did not withdraw a single word and in fact years later the PCI had to admit its errors that would follow the party for the rest of its history and they are often still remembered today by the political opponents of its descendants. So much so that the PCI did not repeat the mistake in 1968 when the USSR crushed the Prague Spring, bitterly criticizing the heavy hand of the Soviets but by then damage to the party had been done.

The dead dreams and honesty

Although Montanelli often spoke about that period, we were not able to find any traces of Matteotti’s comments concerning what must have been distressing days for those who believed in Marx’s dreams and found themselves having to face the horrors by Stalin’s successors who mercilessly crushed the Hungarian revolt.

For the socialist politician the dreams of the alleged Soviet “utopia” died with the cannon fire that morning. However, some members of the PCI and one in particular, Palmiro Togliatti, must have known that on February 25th of that year in a historical speech on the 20th Congress of the Communist Party of the USSR Secretary Nikita Khrushchev denounced the excesses of the Stalinist period, freeing political prisoners and effectively starting the road to the Hungarian revolt.

For this reason the attitude of the high ranking members of the PCI was especially hypocritical because, although the great majority of the rank and file still believed in the ideals described by Marx, its leaders undoubtedly knew that the reality of the Soviet Union was very different from the dreams. This may be the very reason that Togliatti and others criticized so bitterly Montanelli’s momentous reports and his conclusions as an eyewitness to the episodes of those dramatic days.

Dreams are just that, they are not real, even if they can give hope for the future. However, as human beings, we must have the honesty to deal with the pain and the truth of betrayed dreams, or those of the deceitful propaganda of those who are nostalgic for other totalitarian states, who only see the “evil things done” by certain regimes and refuse to recognize the evil done in the name of other totalitarian states.

Marx’s works allowed countless people around the world to dream of a better world but these dreams crashed against the wall of the hard and brutal politics of those who only saw the power they could wield and in this way they killed the dreams of those who truly believed in them.

For these same reasons we must be just as tough against those who defend any form of totalitarianism because the evil done to people is not red or black and the blood of their victims has the same colour. Therefore we must not select which dictatorships to be defend simply for political reasons and forget the obligation of historical honesty of our past without which democracy has no future.

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Arleo su Legge di bilancio: bene le misure per il decollo delle zes e aumento dei beneficiari di Resto al Sud

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Il responsabile dell’Osservatorio sulla ricostruzione economica post COVID-19 di Competere.eu commenta alcune novità della Legge di Bilancio finalizzate a rilanciare l’economia nel Mezzogiorno

“Ben vengano le misure relative alle zone economiche speciali e all’ampliamento della platea dei beneficiari di Resto al Sud al fine di aiutare le start up nelle Regioni meridionali”. 

Lo dichiara Giuseppe Arleo, responsabile dell’Osservatorio sulla ricostruzione economica post COVID-19 di Competere.eu.
“Con i commi 173-176 e 170 della Legge di Bilancio – spiega Arleo – si definiscono misure molto importanti al fine di aiutare in maniera concreta coloro che intendano avviare un’attività imprenditoriale al Sud.  Nel primo caso è prevista una rilevante agevolazione fiscale per chi avvia un’attività d’impresa nelle zone economiche speciali istituite nel Mezzogiorno d’Italia, pari al 50% a decorrere dal periodo d’imposta nel corso del quale è stata intrapresa l’attività e per i 6 periodi d’imposta successivi. Con il comma 170, invece, si amplia la platea dei beneficiari delle agevolazioni di Resto al Sud, portando da 45 a 55 il limite d’età per poter accedere alle incentivazioni stabilite.

Sono due azioni diverse in tema di politiche agevolative, una fiscale l’altra finanziaria, ma entrambe sicuramente destinate a produrre risultati positivi, se saranno attuate in maniera rapida e veloce, pertanto riducendo al minimo il periodo di attesa dei passaggi burocratici necessari in modo da renderle immediatamente operative”.

Per il responsabile dell’Osservatorio sulla ricostruzione economica post COVID-19 di Competere.eu, i commi da 173 a 176 possono rappresentare finalmente l’auspicata svolta per le Zes. “Potrà essere finalmente valorizzata l’istituzione di questo nuovo strumento, la cui messa in pratica è stata di fatto rimandata per diversi anni. Con l’incentivo fiscale le Zes diventano concretamente attrattive per un sistema impresa che voglia tornare a essere protagonista, superando il periodo drammatico che ancora stiamo tutti vivendo”.

Giudizio positivo anche per le modifiche di Resto al Sud, incentivo gestito da Invitalia e che agevola l’avvio di attività nelle Regioni del Mezzogiorno e nelle aree del Centro colpite dal sisma nel 2016 e 2017. “L’innalzamento dell’età a 55 anni”, sottolinea Arleo, “consente a coloro che, per via della crisi generata dalla pandemia, non abbiano più un contratto di lavoro o vogliano riconvertire la propria attività, di avere una possibilità concreta di avviare una nuova iniziativa imprenditoriale, con un incentivo che copre l’intero investimento da realizzare. Resta purtroppo ancora escluso dalle agevolazioni il settore commerciale”.

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Crotone, episodio di violenza tra due giovani. Pestaggio ripreso con un telefonino

Benedetta Parretta

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Ripreso con uno smartphone il pestaggio di un adolescente, il filmato fa il giro del web. L’aggressore del coetaneo è figlio del pugile crotonese Tobia Giuseppe Loriga.

Nei giorni scorsi è stato diffuso in rete un video ripreso a Crotone nel quale si vedono due giovani ragazzi litigare violentemente tra di loro. In particolare uno di essi viene ripreso mentre con calci e pugni colpisce l’altro ragazzo inerme a terra, intimandogli di non reagire sennò continuerà a picchiarlo fino ad ucciderlo, mentre il povero malcapitato tenta di coprirsi il volto con le mani.

Altri ragazzi riprendono la macabra scena che si tinge del color rosso del sangue della vittima, che inorridito non reagisce più.

Alcune grida di altri coetanei suggeriscono l’utilizzo di alcune mattonelle per continuare a colpire il ragazzo, e negli occhi del ragazzino è palese la paura di morire, quando viene colpito da più testate violente restando visibilmente stordito.

I poliziotti della squadra mobile della Questura hanno in breve tempo identificato aggressori e complici protagonisti della vicenda, avvenuta a Crotone nello scorso mese di dicembre in un magazzino abbandonato della città a quanto pare per futili motivi, i partecipanti sono tutti minorenni.

Non si sa ancora quali sono i motivi della lite, ma si conosce il nome dell’aggressore che riempie di botte l’altro ragazzo nel video. Si tratta del figlio del pugile crotonese Tobia Giuseppe Loriga.

Per questo la Procura della Repubblica di Crotone ha trasmesso gli atti alla Procura per i minori di Catanzaro che sta valutando le responsabilità di ognuno dei protagonisti e le relative ipotesi di reato. “Quanto accaduto – si legge in una nota della Questura di Crotone – deve essere sicuramente stigmatizzato e pertanto si invita la cittadinanza a denunciare alle forze di polizia eventuali analoghe situazioni, al fine di prevenire il compimento di gesti emulativi”.

La Crotone degli adulti dovrebbe dimostrare in modo chiaro e tangibile che è contro la violenza, contro il bullismo. Un gesto concreto verso chi è vittima di pestaggi brutali è il minimo. Anche perché quando un minore si macchia di episodi di grave violenza i veri responsabili sono gli adulti, siamo noi che non sappiamo infondere i giusti messaggi e la morale, siamo sempre noi gli adulti che diamo l’esempio e dobbiamo preservare e riempire di contenuti il futuro dei nostri figli.

Qui di seguito il messaggio su FB del campione di pugilato Tobia Giuseppe Loriga in risposta a quanti lo hanno attaccato dopo l’episodio di violenza perpetrato dal figlio ai danni di un coetaneo. E anche se Facebook è una sorta di Agorà anche del mondo degli adulti, forse qualcosa di più poteva essere fatto per essere esempio costruttivo e non solo…’personaggi in cerca d’autore’!

Non posso che condannare, come padre, come atleta e come cittadino, il gesto fatto da mio figlio, divenuto in queste ore di dominio pubblico. Occorre però effettuare, sin da subito, alcune importanti precisazioni. Preliminarmente, i fatti sono stati commessi nel mese di dicembre, prima della celebrazione del Natale. Preso coscienza dei fatti – come mia abitudine e costume – ho incontrato immediatamente i genitori del ragazzo dove, a colloquio, alla presenza anche di Pierfrancesco, abbiamo voluto capire cosa fosse successo. Sempre in quella occasione, poi – come mia abitudine e costume – ho chiesto scusa al ragazzo ed alla famiglia. Sempre durante il privato colloquio, i ragazzi,oltre a chiarirsi e stringersi la mano in segno di pace, non riferivano di quanto si vede nel video, da me appreso, con forte rammarico, solo in queste ore. Ulteriore colloquio privato poi è stato tenuto, nuovamente con i genitori del minore, alla presenza delle Forze dell’Ordine DA ME PERSONALMENTE PORTATE! Anche in quella occasione ho chiesto umilmente scusa, l’ho invitato a venire in palestra gratuitamente – con la felicità e complicità del padre che mi rassicurava che lo avrebbe portato lui personalmente – e per sempre, nonostante porto ancora in cuore il rammarico e la delusione per quanto accaduto. E’ inutile dire che con il padre del ragazzo ci siamo pacificamente chiariti. Ancora, sempre successivamente al predetto incontro, il ragazzo commentava alcuni miei post con dei cuori. Ora, chi ha imparato a conoscermi, sia come uomo che come atleta, sa quanto sia contrario alla violenza, in qualsiasi forma essa si presenti. Chi mi conosce sa bene che insegno ai miei allievi la non violenza ed anzi, utilizzare la nobile arte fuori dalla palestra – qualunque sia il motivo – vuol dire essere immediatamente espulsi. Cresco ed accudisco i miei allievi come figli, cercando di non far loro compiere gli stessi miei errori commessi in gioventù. Sfido qualsiasi padre a dire diversamente. Chi non ha mai commesso errori in gioventù? E chi vorrebbe che i figli commettano gli stessi errori dei padri? Sono però rammaricato anche per le aspre e gratuite critiche che mi vengono mosse come padre e genitore. Ho dato a Pier tutta l’educazione possibile. Gli ho dato i migliori consigli che un padre possa dare. Gli ho insegnato che si è forti se si è buoni nell’animo e non violento nella mani. Ma a quanto pare l’opinione pubblica dimentica come alle volte sia difficile essere genitore ma si vuole, a tutti costi, colpevolizzare, puntare il dito e denigrare. Lo ripeto, più volte sono stato a colloquio con la famiglia del ragazzo e con lo stesso ragazzo e, per quanto nelle mie facoltà, ho fatto ciò che potevo fare. Mi spiace leggere commenti ed incitamenti a chiedere pubblicamente scusa – come se l’averlo fatto in privata sede e non averlo reso pubblico non abbia la stessa valenza. Sono stato messo in queste ore alla gogna perchè sarei “un genitore che insegna la violenza”. AVETE OGGETTIVATO UNA IMMAGINE DISTORTA DELLA MIA PERSONA, FORSE COMPRENSIBILE COME ATLETA, MA NON COME PADRE E PER QUESTO NON ACCETTO DA NESSUNO CRITICHE ASSOLUTAMENTE GRATUITE E FUORI LUOGO. Per il resto, aspettiamo che la Magistratura faccia il suo corso. Come disse Gesù, chi è senza peccato scagli la prima pietra.

Tobia Giuseppe Loriga

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Cisl Medici Lazio: campagna vaccinale anti COVID-19 non è una gara a chi vaccina di più

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La Cisl Medici Lazio ha pubblicamente apprezzato la campagna vaccinale anti COVID-19 portata avanti dalla Regione Lazio ma ammonisce ‘non è una gara a chi vaccina di più. Assessore alla Sanità sia rigoroso e vigile nel far somministrare seconda dose a 21 giorni di distanza’

di Vanessa Seffer

 

Sarebbe estremamente grave – evidenzia la Cisl Medici Lazio in un comunicato – se gli operatori sanitari che si sono sottoposti alla prima iniezione del vaccino anti COVID dovessero rimanere senza la seconda dose di vaccino da somministrare a 21 giorni di distanza. 

Sarebbe grave perché non verrebbe rispettata la esatta sequenza temporale dettata dalla azienda produttrice del vaccino, e confermata dalla comunità scientifica, e non ci sarebbe alcuna certezza sulla possibilità di mettere in sicurezza gli operatori sanitari.

Sarebbe grave perché nessuno sa cosa accade a chi si è vaccinato la prima volta ed ora rischia di vedere slittare la seconda dose di vaccino. E certo non potremmo accontentarci delle eventuali rassicurazioni che qualche presenzialista televisivo finirà per emettere per accontentare magari chi avrebbe dovuto garantire una adeguata programmazione vaccinale.

Sarebbe grave perché aumenterebbero i numerosi dubbi sulla campagna vaccinale che non può essere fatta nelle Asl del Lazio con accelerazioni dettate dalla voglia di primeggiare nei numeri per vincere la gara a chi vaccina di più.

Sarebbe grave a fronte della risonanza mediatica che si è data alla necessità di vaccinare le categorie più fragili e gli anziani ultraottantenni.

E come Cisl Medici Lazio avevamo visto giusto considerato che pochi giorni fa, in un precedente comunicato, scrivevamo che occorreva evitare quella che sembrava già una gara al primato di chi vaccina di più.

La Cisl Medici Lazio ha pubblicamente apprezzato la campagna vaccinale anti COVID-19 portata avanti dalla Regione Lazio, per i medici e il personale sanitario, sulla base di una adesione  “libera e volontaria” e quindi senza alcuna obbligatorietà. Oggi invitiamo l’Assessore alla Sanità a non attardarsi sul tema del certificato vaccinale da rilasciare a partire da febbraio, dopo la somministrazione della seconda dose, bensì a garantire la somministrazione stessa della seconda dose facendo la voce grossa a tutti i livelli istituzionali per mettere in sicurezza gli ospedali e gli operatori sanitari e di conseguenza mettere in sicurezza i pazienti e i cittadini.

E invitiamo fermamente l’Assessore alla Sanità del Lazio a fare la voce grossa anche con le direzioni strategiche delle Asl e delle Aziende ospedaliere affinché accelerino con le assunzioni di personale necessarie a dare stabilità e continuità alla lotta contro le altre malattie acute e croniche trascurate a causa della pandemia – conclude il comunicato della Cisl Medici Lazio.

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