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Deficit, Pil e procedura di infrazione

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Da anni l’Italia è ben al di fuori del perimetro di spesa. Con la pandemia la situazione si è accentuata con i ristori per le attività in lockdown, e poi il reddito di cittadinanza e il superbonus edilizio al 110%. Il governo Meloni ha cercato di rimettere ordine.

di Francesca Fontana

L’Italia deve tenere i conti in ordine. Lo dice l’Europa da sempre, ma non è solo un vuoto diktat di Bruxelles. Tenere i conti in ordine significa non spendere più di quello che si può, anche perché avere più soldi da spendere vuol dire chiederli in prestito, e i prestiti, prima o poi vanno restituiti e per di più con gli interessi.

Il numero che indica se rientriamo nel range di spesa è il famoso 3%, che sentiamo spesso nominare. Il che significa che il rapporto tra il deficit, la spesa in più che possiamo permetterci, e il pil, la ricchezza nazionale, non deve superare il famigerato 3%.
Da anni l’Italia è ben al di fuori del perimetro di spesa. Con la pandemia la situazione si è accentuata ulteriormente con i ristori per le attività in lockdown, e poi il reddito di cittadinanza e il superbonus edilizio al 110%. Ed è per questo che l’Europa ha avviato una procedura di infrazione per deficit eccessivo. Un richiamo all’ordine perché spendiamo troppo.

Il governo Meloni ha cercato di rimettere ordine e le previsioni nel documento di economia e finanza di settembre 2025 stimavano una discesa del rapporto deficit Pil al 2,8% per il 2026. Ma non è andato tutto liscio come si pensava. Il vincolo del 3% è un rapporto, quindi è legato non solo alla spesa, ma alla crescita. Ed è quest’ultima che lascia a desiderare. Il Documento di finanza pubblica (Dfp) approvato dal Consiglio dei Ministri, ha rivisto al ribasso la stima di crescita per il 2026 (dallo 0,7% allo 0,6%) . L’Eurostat ha certificato un rapporto deficit/Pil al 3,1% per il 2025. Anche se di pochissimo, al di sopra della soglia consentita. Quindi l’Italia rimane in procedura di infrazione. Se la soglia si fosse abbassata secondo le previsioni, l’Italia  ne sarebbe uscita con un anno di anticipo. Se ne riparlerà l’anno prossimo. Guerre permettendo. D’altra parte si devono ricordare i progressi fatti in questi anni. Il rammarico del governo è che sarebbero bastati 20 miliardi in più di pil per essere fuori e su questo ha pesato molto la spesa per il superbonus. E anche le stime dell’Istat hanno fatto la loro parte. Ormai da anni sottostimano i dati sulla crescita, per poi correggerli al rialzo.

“Uscire dalla procedura di infrazione avrebbe dato al governo maggiori margini di spesa da impegnare nella sanità, nella scuola e come aiuto ai chi ha redditi bassi” – spiega una nota di Palazzo Chigi.
Starà ai governi, che si stanno già muovendo in questa direzione, far “ragionare” Bruxelles e tenere conto del brusco cambiamento della situazione geopolitica. Tra i dazi e la guerra in Medioriente con il blocco dello stretto di Hormuz, tutte le economie d’Europa sono in profonda sofferenza. Tanto che si comincia a parlare di un nuovo Recovery. Un nuovo maxi prestito come il next generation eu, che fu pensato per la crisi Covid.

“I margini di bilancio risultano particolarmente assottigliati – spiega il ministro dell’Economia Giorgetti – in ragione sia del lieve deterioramento dei principali indicatori di finanza pubblica, sia della necessità di intervenire, in maniera ancora più decisa, per contrastare con interventi mirati gli effetti del rincaro delle materie prime energetiche. Di conseguenza, sarà necessario ridefinire le priorità e riprogrammare gli aumenti previsti in altri ambiti, ivi inclusa la difesa”. E poi rassicura: “Di fronte a uno shock di tale portata, il governo continuerà a sostenere i redditi disponibili delle famiglie e la liquidità delle imprese: sarebbe irresponsabile non farlo, perché il costo che ne deriverebbe in termini di danni persistenti all’economia e al tessuto sociale sarebbe inaccettabile”.

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