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Colin Pitchfork, il primo criminale incastrato con la prova del DNA

By 7 Settembre 2019 No Comments

Nel 1984  in campo genetico avvenne una vera e propria rivoluzione, grazie all’avvento del metodo del fingerprinting genetico del DNA messo a punto dal genetista britannico Alec Jeffreys.

Era il 1986 quando Richard Buckland, un ragazzo di Leichestershire (UK), venne incriminato per lo stupro e l’omicidio di due quindicenni, Lynda Mann e Dawn Ashworth, avvenuti tre anni prima quello della Mann e proprio nel 1986, il secondo. Stesso modus operandi e stesso gruppo sanguigno (gruppo A), ricavato dall’analisi delle tracce di liquido seminale trovate sui corpi, fecero propendere gli investigatori per l’ipotesi di un unico colpevole e trovarono in Bucklandil loro responsabile.

Eppure Buckland era innocente, così come lo erano i circa 5000 individui della cittadina che possedevano quel particolare gruppo sanguigno. Tanti furono i soggetti sottoposti allo screening di massa, mediante la tecnica di fingerprinting del DNA (impronta genetica), ma in nessun caso il DNA corrispondeva a quello dell’assassino. La tecnica, dunque, permise di scagionare Buckland, ma pareva essere inefficace nell’incastrare il vero colpevole.

Ma torniamo indietro di un paio d’anni. Era il 1984 quando, in campo genetico, avvenne una vera e propria rivoluzione, grazie all’avvento del metodo del fingerprinting genetico del DNA messo a punto dal genetista britannico Alec Jeffreys. Questa tecnica, in breve, era basata sull’unicità di alcune sequenze di basi all’interno del DNA di ciascun individuo, cosa che rendeva, di fatto, il patrimonio genetico di una persona indiscutibilmente diverso da quello di qualunque altra. L’eventualità di trovare uno stesso patrimonio genetico in due individui, si manifesterebbe statisticamente in un caso ogni mille miliardi di persone.


Il metodo era sicuro ed efficace, quindi. Certo, servivano grandi quantità di DNA per l’analisi di fingerprinting, ma restava comunque una tecnica valida tanto che, applicata alle 5000 persone con gruppo sanguigno A, era di fatto riuscita a scagionarle tutte. Ma allora per quale motivo il colpevole nel 1986 a Leichestershire non fu trovato? Il motivo è anche la dimostrazione per cui la prova del DNA spesso non basta per incriminare qualcuno, ma è bene supportarla con altre prove, testimonianze, confessioni e quant’altro.

Semplicemente, il vero colpevole, Colin Pitchfork, aveva pagato un amico per presentarsi al test in sua vece, falsando così il risultato. Questo fatto si scoprì solo l’anno successivo, nel 1987, quando il sostituto scelto da Pitchfork confessò. Quello stesso anno venne quindi invitato Pitchfork a donare il sangue e venne scoperto finalmente che il profilo del suo DNA corrispondeva a quello raccolto sulle scene dei crimini. Pitchfork era lo stupratore e l’assassino delle due adolescenti e il DNA lo aveva incastrato una volta per tutte, confermando la validità del metodo del fingerprinting.

Lo stesso metodo fu utilizzato poi in altri campi, producendo risultati altrettanto validi. Nel 1992 il fingerprinting confermò l’identità del gerarca nazista Josef Mengele, morto nel 1979, grazie all’analisi di alcune ossa riesumate, il cui DNA fu confrontato con il profilo genetico della vedova e del figlio di Mengele. In Italia, il caso più noto di applicazione del DNA fingerprinting è legato al serial killer Donato Bilancia. La scia di morte di 17 delitti da lui commessi in Liguria dall’ottobre del ‘97 all’aprile del ‘98 terminò proprio grazie alla prova del DNA che lo inchiodò definitivamente.

Oggi tale metodo, in ambito forense, non è praticamente più utilizzato a causa della sua laboriosità, della sua inaccuratezza interpretativa e del fatto che servano grandi quantità di materiale genetico per completare l’analisi. Il progresso della ricerca, già nel 1988, permise di sostituire poco per volta il fingerprinting con la cosidetta PCR (Reazione a Catena della Polimerasi), un procedimento con il quale è possibile amplificare i segmenti di DNA raccolti, potendo quindi, a differenza che in passato, avviare l’analisi da quantità esigue di materiale genetico, anche parzialmente degradate o datate.

Successivamente all’attentato mafioso a Giovanni Falcone, furono proprio i test del DNA, condotti con tale procedimento su alcuni mozziconi di sigaretta trovati nella scarpata dell’autostrada Trapani-Palermo, che permisero agli inquirenti di mettersi sulle tracce di Mario Santo di Matteo e Gioacchino La Barbera, due componenti del commando mafioso responsabile dell’attentato.

Oggi il test genetico è utilizzato per tanti scopi, dall’accertamento di paternità o maternità fino al ricongiungimento tra consanguinei, passando per l’identificazione personale, soprattutto in casi di disastri di massa, ma ha dato forse i suoi migliori frutti proprio nel campo criminalistico per identificare i responsabili di omicidi, violenze carnali e attentati. C’è addiritttura chi dice di aver scoperto la vera identità di Jack lo Squartatore grazie alle moderne tecniche di genetica.

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