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Brexit. Il progetto anti-europeo verso il disastro


Fra tutti i sovranisti che ci sono Europa, gli inglesi sono gli unici ad aver realizzato il sogno nazionalista per eccellenza: l’uscita dall’UE. Ma a un prezzo salato. E paga Pantalone.

Se stiamo insieme ci sarà un perché”. È il ritornello di una canzone di Riccardo Cocciante che sembra ripetersi ogni volta che si parla di Unione Europea. Perché i 28 Stati dell’UE dovrebbero “stare insieme”? Perché dovrebbero sottoporre le loro finanziarie alla Banca Centrale Europea, concordare le varie politiche economiche e sottostare ad altre, numerosissime, norme europee, rinunciando così ad una parte della loro sovranità nazionale? La risposta a questa domanda risale ad oltre settant’anni fa, al 1945. L’imperversare dei nazionalismi negli Stati europei da allora ha disseminato in tutto il vecchio continente teorie suprematiste, basate sull’idea che un popolo abbia più diritto di prosperare rispetto un altro, considerato “inferiore”. La rincorsa al predominio, da parte delle potenze europee, ha portato al loro annientamento nelle due guerre mondiali ed alla consapevolezza che, per prosperare, bisogna lavorare insieme. E’ necessario perseguire obiettivi comuni. L’ Unione Europea è stata la traduzione politica di questo concetto. Oggi più che mai messo in discussione. Nell’arco di mezzo secolo, l’Europa è passata dai fronti del secondo conflitto mondiale al trattato di Schengen, ovvero all’eliminazione delle frontiere all’interno dell’UE, che oggi permette a persone e merci di circolare liberamente. Un passo avanti epocale, a cui però gli europei sono fin troppo abituati, al punto da vederlo come un problema. Oggi si vive in tempi di recessione, di dazi, di crisi migratoria e l’ “idea di stare insieme”, il concetto di Unione Europea sembra non rispecchiare il sentire comune di milioni di persone. Che, da un capo all’altro del vecchio continente, votano i “sovranisti”. I nazionalisti che vedono nell’UE l’usurpatrice dell’autonomia dei suoi Stati membri e la causa dei loro mali. In Europa il consenso di queste forze politiche cresce costantemente. Ma, per ora, c’è solamente un Paese dell’UE in cui i sovranisti hanno realizzato il loro progetto: l’uscita dall’Unione Europea. Si tratta del Regno Unito, dove nel 2016 si è indetto un referendum sull’uscita dall’UE, noto come “Brexit”. La maggioranza del popolo britannico ha espresso parere favorevole all’uscita e, da allora, per gli anti-europeisti d’oltremanica si è affacciato un interrogativo, che ha trascinato il Regno Unito in una delle crisi politiche più gravi della sua storia: “Come si esce dall’Unione Europea?”.

Ci sono solo due modi. Gli Inglesi dicono “With deal or no-deal”. Una frase che noi traduciamo con “accordo o senza accordo”, e spieghiamo come “Brexit morbida o Brexit dura”. È questo il dilemma dell’“addio all’UE”, che divide gli anti-europeisti d’oltremanica. Alcuni di loro, “i morbidi”, vorrebbero uscire dall’Unione Europea, ma restare all’interno del mercato unico. Una condizione che, in pratica, equivale ad “avere la botte piena e la moglie ubriaca”. Il mercato unico è un privilegio riservato esclusivamente agli Stati dell’UE, che sono liberi di importare ed esportare beni e servizi all’interno dell’Unione Europea senza costi o blocchi doganali. In questo modo le aziende sono libere di espandersi nel ricco mercato europeo riducendo al minimo i costi. Per usufruire di tale vantaggio, però, i membri dell’UE devono pagare onerosi contributi, partecipare a politiche sull’immigrazione e di difesa comunitarie e, inoltre, rinunciare alla possibilità di stipulare autonomamente accordi commerciali con altri mercati, come quello Americano o Cinese. Queste questioni vengono decise a Bruxelles, in maniera condivisa, dai 28 Stati membri. Perché?Perché, affinché il mercato unico funzioni, è necessario che i Paesi che vi partecipano agiscano in parità di condizioni. I giganti high tech USA e le case automobilistiche asiatiche, per vendere nel mercato europeo, devono costruire i loro impianti di produzione in una nazione UE e pagare una sorta di “quota di partecipazione” che è uguale in tutta l’Unione Europea. I sostenitori della “Brexit morbida” vorrebbero che il Regno Unito restasse all’interno del mercato unico con una “quota di partecipazione” più bassa rispetto agli altri Stati UE, che vedrebbero i giganti high tech USA e le case automobilistiche asiatiche spostarsi in Gran Bretagna. “Botte piena e moglie ubriaca” appunto. Una situazione che Bruxelles non è disposta ad accettare. È di fronte a questo vicolo cieco che i sostenitori “morbidi” della Brexit inciampano, mentre guadagnano velocità i politici “duri”, quelli che vogliono uscire dall’UE e dal mercato unico, in modo da “riconquistare la sovranità”. Per loro, alla fine del vicolo cieco, c’è il muro della realtà contro cui rischiano di schiantarsi. Il primo ministro inglese Boris Johnson ha promesso che la Brexit senza accordo si sarebbe compiuta il prossimo 31 ottobre, data in cui è prevista l’uscita del Regno Unito dall’UE, “costi quel che costi”.

Ma il conto del divorzio tra Londra e Bruxelles si preannuncia salato. Nonostante economisti da tutto il mondo ci stiano lavorando da tre anni, la cifra totale non è stata ancora calcolata. Ma non ci sono dubbi sul fatto che una “Brexit dura” avrebbe effetti disastrosi sui cittadini d’oltremanica. In tale ipotesi, secondo un dossier realizzato dallo stesso governo inglese, il ritorno delle dogane e dei dazi sarebbe inevitabile, così come le code lungo il canale della manica e l’intasamento dei porti. I controlli alla frontiera di persone e merci rallenterebbero gli scambi commerciali, portando al deperimento della merce più delicata, come frutta verdura e diversi farmaci, che il Regno Unito importa regolarmente dall’UE. I britannici si ritroverebbero di fronte a farmacie e supermercati con scaffali più vuoti e con prezzi esorbitanti, a causa dei dazi e dei problemi di approvvigionamento. Le grandi aziende migrerebbero da Londra, alcune l’hanno già fatto, verso altre capitali europee, lasciandosi alle spalle decine di migliaia di disoccupati. Il controllo delle frontiere britanniche, in funzione antiterrorismo, risulterebbe gravemente compromessa senza la cooperazione con le forze dell’ordine degli Stati UE, che diminuirebbe significativamente. Inoltre, una “Brexit dura” rischierebbe di far risorgere i posti di blocco tra la Repubblica d’Irlanda (membro dell’Unione Europea) e l’Irlanda del Nord (Stato del Regno Unito), riportando alla luce memorie sanguinose. Quelle degli attentati dell’IRA, gruppo terroristico irlandese. Le conseguenze di una Brexit senza accordo sarebbero numerosissime, alcune sono imprevedibili.


Ma, per Boris Johnson, i costi di un’uscita totale della Gran Bretagna dall’UE sono accettabili e, fino all’ultimo, ha cercato di portare avanti il suo progetto. Il Parlamento inglese l’ha bloccato, prendendo il controllo dell’agenda politica del Paese. Ora i parlamentari dell’opposizione obbligheranno Johnson a recarsi a Bruxelles, per chiedere all’Europa di ritardare la data della Brexit e guadagnare tempo per raggiungere un accordo con l’UE. L’obiettivo è evitare un’uscita totale dall’Unione Europea. Il premier inglese ha avvertito i parlamentari che, pur di non lasciarsi dettare “inutili” condizioni dall’opposizione, indirà elezioni anticipate. Lo spettro della “Brexit dura” incombe sempre.

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