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Caso Luigi Tenco: non si era certi di…

By 22 Maggio 2019 No Comments

A “Grande amore” di Rai 3, andato in onda il 28 aprile scorso, si è trattato il tema della fragilità umana e del bipolarismo di una coppia vivente utilizzando come termine di paragone la coppia Dalida-Tenco. Dura  la  reazione della famiglia di quest’ultimo, atta a sconfessare le incongruenze delle notizie diffuse, ritenute fuorvianti rispetti ai veri fatti della vita del cantautore.

La pistola puntata alla tempia destra e la leggera pressione di un dito sul grilletto. Questo è ciò che successe la notte del 27 gennaio del 1967. Due semplici azioni che hanno causato la morte di un uomo. E queste sono le uniche cose certe della vicenda. Anzi, un’altra cosa è certa: così morì Luigi Tenco.

Già, perché negli anni sono state fatte illazioni, congetture e ipotesi su tutto ciò che circonda queste tre semplici certezze. Non si era certi del modello della pistola, né se la stessa fosse o meno sulla scena al momento del ritrovamento del corpo, non si era certi chi impugnasse l’arma, se Luigi o qualcun altro e quindi non si era certi se si trattasse di suicidio o di omicidio, così come non si era certi delle motivazioni né dell’uno né dell’altro, non si era certi della posizione del corpo e non si era neanche certi se fosse morto lì dove fu rinvenuto o in un altro luogo, non si era certi se fosse stato usato un silenziatore o meno, non si era certi sull’autenticità delle fotografie della polizia sulla scena, non si era certi se il proiettile fosse uscito o meno dal cranio, non si era certi delle telefonate fatte da Tenco poco prima di morire, non si era certi delle contraddittorie testimonianze di chi per primo accorse, né si è mai stati certi di chi effettivamente arrivò per primo sulla scena, non si era certi se la calligrafia trovata sul biglietto di un presunto suicida fosse di Tenco e non si era certi nemmeno se quel biglietto fosse proprio ciò che appariva. Non si era certi della buona fede degli inquirenti né delle capacità dei medici legali, non si era certi…

I “non si era certi” nella morte di Luigi Tenco non si riescono a contare. Ciò di cui siamo certi oggi è che il “Caso Tenco” ogni tot ritorna a far parlare di sé, o perché qualche giornalista ha deciso di rimettere mano all’inchiesta e cavarne fuori qualche nuova rivelazione o perché qualche trasmissione televisiva decide di dedicare la puntata a uno dei tanti aspetti della vicenda, o ancora perché la famiglia del cantautore decide di intervenire a rettificare o confermare notizie e informazioni diramate dai media.


Se oggi siamo ancora qui a parlarne è perché si sono verificate le ultime due opzioni poco fa elencate: il programma “Grande amore” di Rai 3, andato in onda il 28 aprile scorso, ha deciso di trattare il tema della fragilità umana e del bipolarismo di una coppia vivente utilizzando come termine di paragone la coppia Dalida-Tenco e provocando la dura reazione della famiglia di quest’ultimo, atta a sconfessare le incongruenze delle notizie diffuse, ritenute fuorvianti rispetti ai veri fatti della vita del cantautore.

È proprio sui fatti di quella notte, del resto, che si è sempre divisa l’opinione pubblica, la stampa e coloro tra poliziotti, magistrati e giornalisti, che in 52 anni hanno indagato sulla morte di Luigi Tenco. Di quella vicenda si sa per certo che Luigi giunse a Sanremo in treno nel pomeriggio del 23 gennaio, per partecipare tre sere più tardi al Festival della Canzone Italiana in coppia con la famosa cantante internazionale Dalida, nel tentativo di aggiudicarsi l’accesso all’ambita finale con la canzone Ciao amore ciao.

Di lui si sa che non amava esibirsi in pubblico, un po’ per il timore da palcoscenico, e in parte per la paura che le sue canzoni non venissero capite, soprattutto in un contesto come quello del Festival. Lui, cantautore e poeta, bello e tenebroso, cantava l’inquietudine e il tormento esistenziali, cantava l’amore, la politica, la guerra, cantava al contempo con malinconia e ironia, in un momento decisivo per il nostro Paese in cui studenti e lavoratori delle grandi fabbriche iniziavano a scuotere, con dimostrazioni e scioperi, le fondamenta stesse della penisola e in cui gli scontri tra polizia e manifestanti erano all’ordine del giorno. Lui cantava già del ’68, nonostante il ’68 non lo visse mai.

La sera del 26 gennaio Tenco si presentò all’appuntamento con la sua grande occasione, nervoso e agitato. Pare che, per combattere l’inquietudine, avesse trangugiato un’intera bottiglia di grappa alla pera e assunto del Pronox, un tranquillante che era solito usare. Un mix che non poté che alterare la condizione psicofisica del cantante il quale, dietro le quinte del palcoscenico, stravolto e con i riflessi appannati, venne letteralmente spinto sul palco dal presentatore di allora, Mike Bongiorno.

Come prevedibile, la sua prestazione di quella sera fu decisamente sottotono, cantò male, stonò, fu in ritardo sui tempi. Insomma, un vero disastro, tanto che ottenne solamente 38 miseri voti su 900 e neanche il ripescaggio gli fu favorevole. Risultato: Tenco e Dalida vennero eliminati dalla competizione. Lui, pallido e assente, la prese male e, una volta usciti dall’Ariston, mentre Dalida, con altri amici si fermarono al ristorante U’Nostromo, Tenco li salutò annunciando il suo ritorno all’Hotel Savoy, dove occupava la stanza 219.

Da quel momento in poi iniziano le supposizioni su una vicenda che contiene in sé più domande che risposte. Ed è qui che nascono le incongruenze e le potenziali diramazioni della storia. E ogni possibilità, ogni scoperta, conducono la vicenda in direzioni nuove e diverse, creando differenti verità e soprattutto altre domande.

La prima verità che risulta è quella con la V maiuscola in quanto l’indagine investigativa del 1967, portata avanti dal commissario Arrigo Molinari, venne archiviata frettolosamente come suicidio. La ricostruzione è la seguente: dopo la fatidica eliminazione dal festival e i fatti suddetti, verso le due di notte Dalida si reca al Savoy per sincerarsi dell’umore di Tenco. Lo trova riverso a terra senza vita con una pistola nella mano destra e un biglietto d’addio sul comodino. Dopo tante canzoni e poesie, le ultime parole scritte di Luigi Tenco sarebbero state: “Io ho voluto bene al pubblico italiano e gli ho dedicato inutilmente cinque anni della mia vita. Faccio questo non perché stanco della vita (tutt’altro), ma come atto di protesta contro un pubblico che manda ‘Io tu e le rose’ in finale e ad una commissione che seleziona ‘La rivoluzione’. Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno. Ciao Luigi”.

Ma già allora era chiaro che qualcosa non tornava. L’indagine era stata condotta in modo grossolano e confusionario. Quando ancora si trovava nella propria abitazione e sicuramente prima che la scientifica arrivasse sul luogo a compiere accertamenti, Arrigoni, avvisato telefonicamente da Dalida dell’accaduto, avvisò a sua volta l’ANSA che Tenco si era ucciso. Anni più tardi, intervistato, lo stesso Arrigoni sostenne che “indubbiamente non è stato un omicidio…” e che ricevette pressioni dai dirigenti Rai per chiudere la vicenda il prima possibile senza scandali per il Festival. Questo parrebbe il motivo per cui non fu fatta alcuna autopsia, né vennero analizzati il bossolo, la pistola, le mani di Tenco e non fu effettuata alcuna perizia calligrafica sul biglietto d’addio. A ciò si aggiungono altre manchevolezze da parte degli inquirenti, prima fra tutte il fatto che il corpo venne spostato e portato al cimitero prima dell’arrivo del fotografo della polizia. Anche in questo caso Arrigoni ci mise del suo, ordinando ai necrofori di riportare in fretta e furia il corpo al Savoy e riposizionarlo così come era stato trovato, rendendo di conseguenza le successive foto, dei falsi. Oppure il non rendersi conto, da parte del medico legale, che il cranio di Tenco presentava non il solo foro d’entrata del proiettile, come vuole la versione ufficiale, ma due, uno d’entrata e uno d’uscita, o che il cadavere mostrava anche contusioni al volto e tracce di sabbia tra i capelli (oltre che sui vestiti e nell’auto), cose mai trapelate al tempo.

Altre incongruenze con la tesi del suicidio e relative alla versione ufficiale riguardano le testimonianze: innanzitutto le dichiarazioni rilasciate prima dell’arrivo della polizia sono contraddittorie. C’è chi ha visto il corpo di Tenco seduto sul pavimento e appoggiato al letto, chi lo ha visto sdraiato a terra e chi supino sul letto, chi con i piedi sotto il cassettone. C’è chi ha visto la pistola per terra, chi sotto al corpo, chi sul comodino, chi in mano a Tenco e chi giura persino che non vi era alcuna pistola nella stanza. Mino Durand, giornalista del Corriere della Sera disse addirittura di aver preso la pistola dalla mano di Tenco e, prima di rimetterla al suo posto rendendosi conto che non avrebbe dovuto inquinare la scena, riconobbe una Beretta calibro 22(e non una Walther PPK 7.65, che era la pistola posseduta da Tenco). A queste si aggiungono le testimonianze illustri di Lucio Dalla e Sandro Ciotti, che erano nelle stanze accanto a quella di Tenco al momento del presunto suicidio:dissero di non aver sentito alcuno sparo, cosa impossibile secondo diversi esperti in materia. Questo fatto, insieme alla sabbia nei capelli confermerebbe la tesi di chi vuole che Tenco quella sera non sarebbe tornato immediatamente al Savoy, ma si sarebbe fermato in spiaggia, forse per schiarirsi le idee sulla serata e lì sarebbe stato aggredito e ucciso. In seguito, sarebbe stato trasportato, lontano da sguardi indiscreti, nella sua camera, che era adiacente a un’uscita secondaria dell’albergo e dunque poco in vista. Altra teoria basata su tali testimonianze è quella che vedrebbe l’assassino sparare sì nella camera di Tenco, ma utilizzando un silenziatore.


Insomma, di congetture se ne possono fare tante, proprio a causa di un’indagine condotta in modo disastroso. Negli anni c’è stato, infatti, chi ha condotto ricerche private giungendo a conclusioni diverse da quelle ufficiali.

Nel 2005, 38 anni dopo la sua morte, grazie all’inchiesta di due giornalisti, si ottenne la riesumazione del cadavere di Tenco. Finalmente, l’anno successivo, venne eseguita l’autopsia su quello che era ancora un corpo in buone condizioni e vennero contestualmente ordinati accertamenti sull’arma di Tenco (nel frattempo restituita stranamente pulita al fratello Valentino), sul bossolo, sulle mani del cantante e sul biglietto d’addio. Ancora una volta fu confermata l’ipotesi di suicidio.

Ma anche in quel caso i dubbi non smisero di creare domande, in quanto innanzitutto non si trovarono più il bossolo e l’ogiva del proiettile repertati nel 1967. I fori nel cranio però risultarono compatibili con una Walther PPK 7.65, la pistola posseduta da Tenco. Trovarono anche lesioni alla teca cranica e una frattura alla mastoide destra, compatibile con un colpo inferto da qualcuno prima della morte. Solo in quel momento, oltretutto, scoprirono la presenza del foro d’uscita, assurdamente non notato nel 1967. Dall’analisi della mano destra di Tenco non risultò il classico segno di Felc, costituito dai tipici effetti secondari dello sparo, quali bruciatura, affumicatura e tatuaggio, né su di essa furono trovate tracce dei tre elementi che, se presenti contemporaneamente, indicano la certezza che una mano abbia sparato: bario, piombo e antimonio.

Nonostante le diverse prove contro l’ipotesi del suicidio, la conclusione fu la chiusura definitiva del caso con l’affermazione della Dott.ssa Vincenza Liviero, medico legale dell’ERT di Roma (Esperti Ricerca Tracce), che quello di Tenco fu“un suicidio da manuale… al di là di ogni ragionevole dubbio”.

Anche il giornalista e criminologo Pasquale Ragone, insieme al collega giornalista Nicola Guarneri, nel 2013 svolse alcune indagini private basandosi sulla documentazione originale della Procura, in cui vi era anche l’elenco degli oggetti repertati nel 1967 nella stanza di Tenco al Savoy, e sui documenti prodotti dall’ERT di Roma dopo l’autopsia e gli esami del 2006. Le conclusioni a cui giunsero i due misero in luce alcuni punti che le precedenti inchieste parevano aver tralasciato o omesso, indicando chiaramente che la morte non fosse da imputare a un suicidio. La prima tesi sostenuta si fonda sul verbale delle ore 3:00 nel quale, fra gli oggetti nella stanza 219, non erano elencati né il biglietto d’addio, né la pistola, evidentemente non presenti all’arrivo della polizia sulla scena. La tesi sostenuta dai due giornalisti è che Tenco non avrebbe mai premuto il grilletto e che la sua pistola non entrò mai nella stanza 219 del Savoy, ma rimase nell’auto dove la teneva sempre. Nelle fotografie ufficiali delle 4:15 (che ricordiamo furono scattate successivamente al riposizionamento del cadavere), un’arma è invece presente sotto il corpo di Tenco, ma non sarebbe la Walther Pkk del cantante, ma una Bernardelli mod. 60, inserita dalla polizia per sostituire quella di Tenco che, come da verbale, non era nella stanza. A supporto di tale teoria c’è la testimonianza di Paolo Dossena, uno dei primi ad accorrere, che negò di aver visto armi accanto al cadavere. E in parte trovano conferma anche le parole di Mino Durand, che disse di aver notato e preso dalle mani di Tenco una Beretta cal. 22, pistola questa facilmente confondibile con la Bernardelli, dato il calibro e altre caratteristiche simili. Secondo il parere dei due giornalisti, coadiuvati da Martino Farneti, uno dei massimi esperti balistici italiani, l’accertamento balistico di allora, che indicò come pistola fumante la Walther Pkk 7.65 di Tenco, fu fatto senza rispettare il protocollo scientifico in materia e confondendo le tracce di questa con quelle di una Beretta mod. 70 dello stesso calibro. A queste considerazioni e a sostegno dell’ipotesi omicidiaria, si aggiunsero quelle già emerse in passato: l’assenza di residui dello sparo sulla mano di Tenco, l’assenza di testimoni che udirono lo sparo, le contusioni e la frattura alla mastoide destra indicativa di un colpo prima della morte, l’assenza del segno di Felc e di microspruzzi di sangue sulla mano del cantante, oltre che i segni sul bossolo e sul foro d’entrata che suggerirebbero l’utilizzo di un silenziatore.

Nonostante queste analisi e la richiesta di riapertura del caso da parte dei due giornalisti, nel 2015 l’inchiesta fu archiviata nuovamente e definitivamente.


Eppure, la vicenda, è innegabile, è piena di incongruenze e possibili “Whatif” che portano a tesi diverse da quella del suicidio e a moventi più che plausibili per un omicidio. C’è chi ha parlato di droga e chi di debiti, chi ha tirato in ballo la criminalità marsigliese e chi il Governo italiano, chi l’appartenenza di Tenco al PSI e chi gli ambienti eversivi di destra. Ma a guardare bene ci sono moventi più plausibili e classici che possono spiegare un eventuale omicidio. Un movente economico: Tenco nel pomeriggio del 26 gennaio vinse 3 milioni al Casinò di Sanremo, ma in seguito di quella somma non se ne trovò traccia; un movente passionale: Dalida, quella notte, dopo il rinvenimento del cadavere, uscirà dalla stanza 219 accompagnata dall’ex marito, Lucien Morisse, uomo geloso e possessivo, e insieme, subito dopo, si renderanno irreperibili oltre confine; un movente criminale: un’altra versione della storia narra infatti che Tenco si recò effettivamente in albergo e fece due telefonate: la prima, al capo della Rca, la sua casa discografica, a cui però questi non rispose, e la seconda a Valeria, la sua fidanzata dal 1964 (la relazione con Dalida di cui si parlava al tempo sembrerebbe essere solo di facciata). A Valeria, Tenco pare aver confessato di voler indire, la mattina dopo, una conferenza stampa in cui avrebbe smascherato il giro di scommesse clandestine che stava dietro la kermesse sanremese, a suo avviso truccata. Le dice anche di avere scritto alcuni fogli con nomi e cognomi a riguardo. La telefonata terminò un’ora prima che il cadavere di Tenco fu ritrovato.

Per quanto riguarda l’ipotesi di suicidio, invece, pare difficile credere che la motivazione sia quella scritta sul biglietto d’addio e cioè dare una sorta di lezione al pubblico italiano. Così come pare improbabile che uno scrittore e un poeta come lui abbia commesso un banale errore ortografico in detto biglietto: la parola “seleziona”, presente sul foglio, presentava infatti la doppia L e un piccolo spazio tra le lettere in quel punto, indicativo, secondo gli esperti calligrafici, di un tentennamento dello scrivente, come se non sapesse come si scrivesse la parola.

Eppure, Luigi Tenco ufficialmente si è suicidato e ogni volta che un giudice, un poliziotto o un tecnico di laboratorio conferma tale sentenza, vera o falsa che sia, è come se un altro proiettile lo colpisse, non tanto nel corpo, quanto nel suo animo tormentato, nel suo spirito inquieto. Forse, dunque, è semplicemente arrivato il momento di smetterla di farsi domande a cui nessuno può dare risposta, di smetterla di costruire ipotesi e congetture, di smetterla di cercare indizi e prove, e tenersi stretti una volta per tutte solo il ricordo di un uomo e le parole di un poeta. Queste, di sicuro, non moriranno mai.

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