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Diritti umani

Carceri, la denuncia da Rebibbia: “Dati falsati sul sovraffollamento”

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Lo sanno bene Gianni Alemanno e Fabio Falbo che da anni conducono una battaglia incessante nel silenzio delle istituzioni. In una delle ultime annotazioni – Rebibbia maggio 2026 – sulle condizioni carcerarie italiane denunciano il sovraffollamento carcerario, vicino ormai al 140%.

di Maria Rita Ferragina

“La faccia di Antonio Russo è tra l’incredulo e il raggiante quando ci ferma per annunciare che il Presidente Mattarella gli ha finalmente concesso la Grazia.

Quando Antonio ha saputo della grazia, ha pianto, non erano lacrime di vittoria, ma di liberazione dal terrore di morire in una cella, lontano da tutto. In questi anni ha combattuto come un leone, tra giorni di speranza e abissi in cui voleva farla finita, ci chiedeva di non essere abbandonato, non cercava l’impunità, cercava di non essere cancellato come essere umano.”

Così dal diario dal carcere di Gianni Alemanno dell’aprile 2026.

Antonio Russo ha fatto in tempo ad uscire prima che il caldo di un’estate che si preannuncia bollente gli tolga il fiato nell’angusta cella in cui i detenuti convivono in condizioni disumane.

Lo sanno bene Gianni Alemanno e Fabio Falbo che da anni conducono una battaglia incessante nel silenzio delle istituzioni.

In una delle ultime annotazioni – Rebibbia maggio 2026 – sulle condizioni carcerarie italiane denunciano il sovraffollamento carcerario, vicino ormai al 140%,

Ed accusano il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP) di utilizzare dati errati per calcolare lo spazio disponibile nelle celle.

Al centro della denuncia c’è l’applicativo informatico ASD (Applicativo Spazi/Detenuti), usato dai tribunali di sorveglianza per valutare i reclami previsti dall’art. 35-ter dell’Ordinamento Penitenziario, la norma che riconosce riduzioni di pena o risarcimenti a chi subisce condizioni detentive “inumane e degradanti”.

Secondo i detenuti, il software conterrebbe gravi anomalie: superfici delle celle sovrastimate,

mancata sottrazione di letti e arredi fissi, calcoli che trasformano celle sotto i 3 mq pro capite in celle formalmente “regolari”.

Se le accuse dovessero trovare conferma, il problema non riguarderebbe soltanto il sovraffollamento, ma anche l’affidabilità dei dati tecnici utilizzati dai tribunali per decidere sulla libertà personale dei detenuti.

Nella lettera inviata al Ministro della Giustizia Carlo Nordio, al DAP, alla Cassazione, al CSM, alla Corte dei Conti e agli organismi europei, i firmatari parlano di “numeri a caso” che avrebbero causato il rigetto di numerosi reclami dei detenuti. Nessun interesse anche per le proposte legislative volte a favorire l’invio dei detenuti tossicodipendenti nelle comunità terapeutiche.

A sostegno delle loro accuse, Alemanno e Falbo citano una visita ispettiva svolta il 30 settembre 2025 nel carcere romano di Regina Coeli dal deputato Roberto Giachetti, insieme alla presidente di “Nessuno tocchi Caino”, Rita Bernardini.

I due detenuti chiedono la revisione del sistema di valutazione adottato e verifiche ispettive oltre alla riapertura delle pratiche rigettate.

Secondo la denuncia, una corretta applicazione dell’art. 35-ter O.P. potrebbe portare alla riduzione della pena o alla scarcerazione di circa 10.000 detenuti, alleggerendo il sovraffollamento senza ricorrere a nuovi provvedimenti “svuota carceri” disinnescando l’argomento utilizzato dalla politica — evitare nuove norme “svuota carceri” per garantire la “certezza della pena” — che nasconderebbe invece una realtà opposta: il sovraffollamento aggraverebbe illegalmente la pena detentiva, creando condizioni incompatibili con gli standard europei sui diritti umani. Non si tratterebbe, dunque,di uno “svuota carceri”, ma del semplice ripristino della legalità costituzionale e convenzionale.

La vicenda riporta al centro una crisi ormai strutturale del sistema penitenziario italiano ma il tema non riguarda soltanto la credibilità delle procedure amministrative e giudiziarie su cui si basano i diritti dei detenuti ma soprattutto le condizioni materiali di detenzione.

Se le anomalie denunciate dovessero essere confermate, emergerebbe un problema particolarmente grave: decisioni sulla libertà personale assunte sulla base di dati tecnici inattendibili. Un aspetto che potrebbe aprire non solo un fronte politico, ma anche una vasta questione giudiziaria e risarcitoria.

Ma al di là degli aspetti giuridici e amministrativi e dei freddi numeri, resta preminente la dimensione umana della detenzione. Vivere per mesi o anni in spazi ridotti, spesso condivisi con molte altre persone, significa affrontare quotidianamente tensione, mancanza di privacy, difficoltà igieniche e un progressivo logoramento psicologico. Quando pochi centimetri quadrati possono determinare il riconoscimento o meno di un diritto, il problema non è soltanto tecnico ma riguarda la dignità delle persone.

La denuncia di Rebibbia mette così in luce una domanda più ampia sul senso della pena e sulla capacità dello Stato di garantire condizioni compatibili con i principi costituzionali. Perché il rispetto della legalità, sostengono i firmatari, non può fermarsi fuori dalle mura del carcere

La dignità di una persona non si perde dietro una porta chiusa.

Chi vive in carcere ha commesso errori, talvolta gravi, ma continua a essere un essere umano: qualcuno che prova paura, rimorso, nostalgia, bisogno di ascolto e desiderio di riscatto. Una società giusta non si misura da come tratta i più forti o i più rispettati, ma da come guarda chi è caduto.

La pena dovrebbe togliere la libertà, non l’umanità.

Nessuno dovrebbe essere ridotto a un numero, dimenticato nel silenzio o lasciato vivere senza speranza. Il rispetto verso i detenuti non significa giustificare ciò che hanno fatto; significa riconoscere che ogni persona conserva un valore che non può essere cancellato completamente dai propri errori.

Dietro le sbarre ci sono storie fragili, infanzie difficili, solitudini immense, ma anche tentativi sinceri di cambiare. Ci sono padri che aspettano una lettera, madri che piangono in silenzio, giovani che cercano una seconda possibilità. Trattare i detenuti con umanità significa offrire condizioni dignitose, accesso alla cultura, al lavoro, all’ascolto psicologico, ai rapporti affettivi. Perché il rispetto può diventare il primo passo verso il cambiamento.

Una società che umilia crea soltanto altra rabbia. Una società che educa, ascolta e restituisce dignità costruisce invece persone capaci di tornare nel mondo in modo diverso.

Anche chi ha sbagliato resta parte dell’umanità. E il modo in cui scegliamo di guardarlo dice molto di noi.

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