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Attualità

Bestie di Satana: adoratori del Diavolo o vittime di se stesse?

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Tempo di lettura: 7 minuti

A vent’anni dal primo omicidio, ripercorriamo le vicende che fecero inorridire l’Italia intera

di Luca Rinaldi

Questa è una storia iniziata 20 anni fa, il 17 gennaio del 1998, e chiusa, almeno all’apparenza, il 24 gennaio 2004 con una sentenza definitiva della Corte di Cassazione, il terzo e ultimo grado dell’ordinamento giudiziario italiano.

In quella notte del 1998 scompaiono Fabio Tollis e Chiara Marino, 16 e 19 anni, dopo essersi allontanati, intorno alle 23:30, dal pub di Milano in cui si trovano. Inizialmente si pensa a una ragazzata, poi alcuni indizi lasciano presagire qualcosa di peggio: la Marino che non riscuote il suo ultimo stipendio e il ritrovamento in casa del suo libretto degli assegni indicano che, la sua, non è stata una fuga. C’è poi l’altarino, trovato nella stanza della ragazza, allestito con candele nere, un telo raffigurante la stella a cinque punte, una zampa di caprone e un teschio finti.

Della faccenda si interessa anche la trasmissione RAI, Chi l’ha visto?, che spesso si è occupata di persone scomparse. Negli anni a seguire si osservano reazioni diverse: se da un lato la madre di Chiara Marino fa di tutto per richiamare l’attenzione sul caso di scomparsa, arrivando ad ammanettarsi all’inferriata del Palazzo di Giustizia di Milano, il padre di Fabio Tollis, dopo tre anni di ricerche e appelli, decide di non voler parlare più della faccenda, chiudendosi in un volontario isolamento mediatico.

Di una sola cosa si è certi: per sei lunghi anni dei due ragazzi non si hanno più notizie.

Un’altra notte: quella tra il 23 e il 24 gennaio del 2004, una notte di sangue e di luna nuova, in cui muore una ragazza di 27 anni, Mariangela Pezzotta. Barbaramente uccisa a colpi di pistola e di badile presso uno chalet immerso nei boschi di Golasecca (Varese) e in seguito sepolta malamente in una vicina serra. I responsabili di questo efferato crimine sono l’ex fidanzato della Pezzotta, Andrea Volpe, tossicodipendente disoccupato di 27 anni, e la sua nuova compagna, Elisabetta Ballarin, 18 anni. I due, quando si rendono conto che, nonostante i due colpi di pistola esplosi in pieno viso, la Pezzotta è ancora viva, chiedono aiuto a un amico, Nicola Sapone, che li raggiunge e finisce personalmente a colpi di badile la ragazza. Infine lo stesso Sapone ordina di cancellare le tracce di sangue, di seppellire il corpo e di gettare l’automobile della ragazza nel fiume Ticino. Torna poi a casa, lasciando i due a occuparsi di tutto.

Entrambi sotto l’effetto di speedball, una droga che miscela eroina e cocaina, Volpe e la Ballarin falliscono la missione, finendo con l’auto della Pezzotta contro un muretto. I Carabinieri accorsi sul posto, notando le condizioni alterate dei ragazzi, realizzano presto che l’incidente d’auto è un problema secondario, soprattutto perché la Ballarin farfuglia frasi sconnesse riguardo alla morte di una ragazza di nome Mariangela.

È questo il momento esatto in cui, sei anni dopo la scomparsa di Fabio Tollis e Chiara Marino, gli eventi passati e quelli presenti iniziano a convergere sulla figura di Andrea Volpe.

Il giorno successivo infatti viene ritrovato il corpo della Pezzotta e, poco alla volta, le indagini finiscono per puntare l’attenzione proprio su Andrea Volpe e sul suo gruppo di amici. Un dettaglio importante viene fuori dalla confessione di Volpe, tirato definitivamente in ballo nel caso di scomparsa del 1998 dalla testimonianza decisiva di Michele Tollis, padre di Fabio che, rompendo il suo riserbo, per primo ipotizza un possibile collegamento tra l’omicidio della Pezzotta e la scomparsa di suo figlio e dell’amica, frequentatori, al tempo della sparizione, del gruppo di Volpe. Si scopre così che l’assassinio della Pezzotta non è da considerarsi un omicidio passionale, come inizialmente ammesso da Volpe stesso, ma che è stato commissionato dall’amico di questi, Nicola Sapone, in quanto la ragazza conosceva troppi dettagli riguardanti la scomparsa di Fabio Tollis e Chiara Marino.

I due casi diventano uno e ciò che si trova in seguito è agghiacciante: i corpi ormai mummificati di Fabio Tollis e Chiara Marino vengono ritrovati in una buca nei boschi di Somma Lombardo (Varese), con evidenti segni di arma da taglio e corpi contundenti. Oltre a Volpe vengono quindi arrestati alcuni amici del suo gruppo: Nicola Sapone, Pietro Guerrieri e Mario Maccione. Gli inquirenti, incalzati anche da opinione pubblica e familiari delle vittime, iniziano a paventare la pista del rito satanico e ad aggiungere altri nomi alla lista degli indagati: Paolo “Ozzy” Leoni, figlio di Corrado Leoni, detto Satana per la sua appartenenza alla setta Om-Sai-Ram, Eros Monterosso, Marco Zampollo, Massimino Magni e Andrea Bontade. Quest’ultimo, che al momento dell’uccisione dei due ragazzi si era tirato indietro non presentandosi al rito, era rimasto vittima nel 1999 del presunto incidente stradale, che in fase processuale sarà poi considerato come suicidio indotto dal gruppo, proprio a causa di quel ripensamento.

Inizia il processo di primo grado, si passa a quello d’appello e si arriva infine alla Cassazione con la sentenza definitiva del 24 gennaio 2004: doppio ergastolo e tre anni di isolamento per quello che è considerato il leader del gruppo, Nicola Sapone; ergastolo con nove mesi di isolamento per Paolo Leoni; 29 anni e 3 mesi per Marco Zampollo; 27 anni e 3 mesi per Eros Monterosso; 16 anni per concorso in duplice omicidio a Pietro Guerrieri; 23 anni a Elisabetta Ballarin per l’omicidio Pezzotta. Mario Maccione, minorenne all’epoca dei fatti, è l’unico a venire giudicato dal Tribunale minorile.

Andrea Volpe, pentito e collaboratore di giustizia, viene condannato a 30 anni per l’omicidio di Tollis e della Marino, oltre che per l’omicidio della Pezzotta e per l’istigazione al suicidio nei confronti di Andrea Bontade.

Con questa sentenza, figlia di uno dei casi più sanguinari della cronaca nera italiana, si chiude la vicenda criminale, oltre che mediatica, delle cosiddette “Bestie di Satana”.

Nonostante le molte certezze, altrettanti risultano i punti rimasti oscuri nella storia.

Innanzitutto, negli interrogatori sono venuti fuori i nomi di un certo Paolo e di un tale Alessandro, che avrebbero partecipato attivamente a riti e delitti, ma che non sono mai stati identificati. Paolo, a detta degli interrogati, non faceva parte delle Bestie di Satana, ma apparteneva alla Setta “X” di Torino, il cosiddetto Terzo Livello, più volte nominata da Volpe e Guerrieri durante gli interrogatori, e dalla quale sembra che partissero direttive e ordini di morte che, attraverso Nicola Sapone, contatto privilegiato con essa, arrivavano poi al gruppo per essere eseguite.

In secondo luogo, sono 18 i casi di omicidio e suicidio sospetti, nonché di persone scomparse, riscontrabili tra il 1995 e il 2004, probabilmente collegabili al gruppo eche furono presi in considerazione durante le indagini. In effetti, sembra improbabile che il gruppo sia rimasto fermo durante il periodo intercorso tra i due omicidi del 1998 e quello della Pezzotta nel 2004, ma a tal riguardo, vista l’assenza di prove certe, esistono solo congetture. Gli inquirenti, oltre al caso di Andrea Bontade, drogato dal gruppo, minacciato di morte e infine indotto a suicidarsi schiantandosi in auto contro un muro a 180 km/h, hanno infatti preso in considerazione anche altre morti misteriose: quella di Andrea Ballarin in primis (che, pur avendo stesso cognome, non era parente di Elisabetta Ballarin), trovato impiccato in una scuola di Somma Lombardo, a un passo dalla casa di Volpe. Dalla testimonianza di Volpe non si sarebbe trattato di suicidio, ma il responsabile sarebbe Sapone, aiutato da Leoni. Altra morte avvolta nel mistero è quella di Doriano Molla, avvenuta nel 2000 e definitivamente archiviata dalla Procura nel 2011, anch’egli trovato impiccato, questa volta nella Valle del Boia nel Parco del Ticino; così come la morte di Christian Frigerio, scomparso nel 1996 e mai più ritrovato, che secondo le dichiarazioni di Maccione fu la prima vittima del gruppo.

Tante le questioni ancora aperte, dunque. Così come tante sono le voci girate riguardo a questo gruppo di amici: droga, alcool, riti satanici e una gerarchia di comando che pare altalenare tra i suoi membri a seconda del momento o che, forse, risiede addirittura più in alto, all’esterno del gruppo, nel suddetto Terzo Livello. Vennero definiti Le Bestie di Satana, ma a ben guardare di satanico c’era ben poco. I rimandi a quell’ambito sono da trovare nel padre di Paolo Leoni, Corrado, detto Satana, lui sì membro di una setta, la Om-Sai-Ram, ma in ogni caso non appartenente al gruppo del figlio. Si aggiungono alla lista i pochi oggetti a tema satanico trovati a casa di Chiara Marino, una delle vittime, probabilmente affascinata dall’argomento, alcuni accenni di Andrea Volpe a riti satanici organizzati dal gruppo in una fabbrica abbandonata di Brugherio (Milano), altri accenni all’importanza delle fasi lunari per commettere gli omicidi e infine la presunta credenza che Mario Maccione fosse un medium. Il resto è dato dal nome Bestie di Satana, che rimbomba nei notiziari e nei programmi tivù e da tutto ciò che i mass media hanno montato intorno al caso.

Spesso la realtà però è molto più semplice di come la si vuole immaginare. Le Bestie di Satana erano un gruppo di amici, appassionati di musica heavy metal, che partecipavano a concerti e serate nei pub della loro zona, dove conoscevano giovani ragazzi e ragazze facilmente affascinabili, i quali vedevano, forse, la possibilità di entrare a far parte di quel gruppo come un modo per convogliare la loro necessità di ribellione giovanile, la volontà di non rimanere soli.

Le Bestie di Satana erano persone, niente più che questo, dedite all’abuso di alcol e sostanze stupefacenti. E in un contesto di devianza giovanile, aggravata dall’abuso di droghe, purtroppo non è così impossibile che si passi dal “giocare” a fare i satanisti, all’essere aggressivi, manipolatori e infine a farsi prendere la mano e giocare a fare Dio, arrogandosi il diritto di decidere chi vive e chi muore.

E quello che è successo non è colpa della musica metal, a quel tempo tacciata di un’accusa a dir poco medievale di essere uno strumento del Diavolo; non è colpa neanche delle forze dell’ordine che per anni hanno snobbato le segnalazioni e i sospetti dei parenti dei primi due ragazzi scomparsi.

Perché quello delle Bestie di Satana non è nient’altro che bullismo portato alle estreme conseguenze: è prepotenza, è volontà di soverchiare il più debole, è aggressione e manipolazione, il tutto ben camuffato dietro la maschera del satanismo, da mass media a cui non interessava vedere che la causa era solamente la società che loro stessi contribuivano a creare. Quella delle Bestie di Satana è criminalità e devianza giovanile. Non nasce da Satana, ma da persone, ragazzi, adolescenti e non, che vivono i propri drammi personali, individui con problemi psichiatrici, di tossicodipendenza o semplicemente giovani immaturi, deboli e svantaggiati, che non sono stati in grado di cogliere le occasioni che la vita gli ha messo davanti e che sono caduti nel lato oscuro della morale.

In quest’ottica, le prime vittime delle Bestie di Satana sono loro stesse, del tutto uguali ai ragazzi deboli ed emarginati che hanno sopraffatto e ucciso. In quest’ottica, di Bestie di Satana ce ne sono in giro ancora tante, e abitano proprio accanto a noi.

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