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Usa, Trump boccia Bannon. Quando la realpolitik trionfa sul populismo
Se in campagna elettorale il populismo di Bannon ha realizzato la vittoria di Donald Trump, nella vita reale del paese è la ‘verità oggettiva’ il faro che indica la strada da percorrere. Con buona pace anche dei punti chiave del programma politico del presidente americano
di Nicola Lacerenza

“The wall”, il bando anti-islam, l’abolizione dell’Obmacare e la promessa di “non mettere piede nel pantano siriano” sono stati gli assi portanti della campagna elettorale di Donald Trump, ma la rimozione del suo primo consigliere Steve Bannon dal consiglio di sicurezza nazionale e l’attacco alla base di Shayrat segnano un inequivocabile cambio di passo.
E’ la vittoria della realpolitik sul populismo?
«Vincerò, vincerò sempre, vincerò ovunque, vincerò talmente tanto che alla fine vi stancherete e mi chiederete: per favore Donald perdi?». E’ quanto disse Trump da candidato alla Casa Bianca. «Affronteremo sfide, affronteremo difficoltà ma alla fine porteremo il lavoro a termine». E’ sempre Trump a parlare, ma questa volta da presidente neoeletto alle prese con il suo primo discorso alla Casa Bianca. Metamorfosi? Il tipico “arrivederci e grazie” da dopo voto? La risposta è no. E questo perché tutti, almeno una volta nella vita, hanno fatto i conti con la sconfitta, nessuno, o decisamente molti di meno, con l’invincibilità. Ciò vale anche per i sostenitori del Tycoon Newyorchese. Oltre al tema dell’invincibilità, a sembrare inverosimili, anche agli occhi degli stessi “Trampisti”, sono i punti chiave del suo programma: come si fa a costruire un muro di circa tremila chilometri e costringere un altro paese sovrano a pagarlo? Come si fa, da un lato, ad aumentare la spesa militare a cinquantaquattro miliardi di dollari e, dall’altro, ad abolire l’Obamacare con una riforma sanitaria con meno coperture ma comunque migliore? E poi: uscire dalla NATO? Essere perplessi è d’obbligo.
Lungi da analisi geopolitiche ed economiche, una frase, più di ogni altra, è stata capace di dare un nome al malessere generale della maggioranza degli americani; frase pronunciata da Trump all’esordio di un discorso di presentazione durante le primarie del partito repubblicano di un anno e mezzo fa: «Il vero problema dell’America è il politicamente corretto». Per la maggioranza degli elettori a stelle e strisce questo tipo di “correttezza” ha a che vedere con il rispetto degli accordi internazionali, due in particolare, che hanno regolato l’economia statunitense e ai quali sono imputate le colpe di una soffocante crisi economica, che non risparmia neppure la prima potenza del mondo: il WTO e il NAFTA. L’altro volto di questa “correttezza” è data dall’eccesiva prudenza dell’amministrazione Obama in politica estera. Cosa non gradita persino dallo stesso ex segretario di stato John Kerry, il quale in un fuori onda esprime il suo disappunto circa l’immobilismo di Obama di fronte una pesante offensiva israeliana a Gaza: «E’ pazzesco, dobbiamo andare lì».Tanto Kerry, quanto il minatore del Kentucky saranno contenti per la distruzione della base di Shayrat. Il fatto che questo malcontento sia trasversale all’interno della società americana non esclude che si possa parlare di populismo.
La destituzione di Bannon, però, non rappresenta esattamente un trionfo della realpolitik. D’altro canto Trump non ha rinunciato ai punti del suo programma, per quanto inverosimili, li ha solo ridimensionati. Il paladino dell’ “alt-right” resta pur sempre vicino al presidente. A mitigare gli animi dell’establishment americano non è certo l’assenza di Bannon dal consiglio di sicurezza nazionale, ma «un mondo complesso e difficile che richiede confronto e riflessione e non può essere ridotto ad una semplice scelta tra un “si” e “no”». Sono le parole di David Cameron a proposito della Brexit, però l’analogia è lampante. La realpolitik trionfa sul populismo, non per scelta di qualcuno ma perché è più forte, così come lo è chi dice la verità rispetto a chi vive di sotterfugi. Bisogna solo sperare che il popolo americano veda il sopravvento della realpolitik non come il fallimento di un presidente, ma come una presa d’atto che le cose sono più complesse di come appaiono. Solo questa consapevolezza sarebbe in grado di scongiurare una deriva populista.
